Il summit Biden-Putin del giugno scorso potrebbe aver prodotto un primo chiaro risultato distensivo nei rapporti tra Stati Uniti e Russia: la riapertura di una cooperazione di intelligence su dossier strategici di comune interesse e la ricostituzione del “telefono rosso” della Guerra Fredda. Non più tra il Cremlino, ove risiede lo “Zar”, e la Casa Bianca, dimora di Joe Biden, o meglio non solo: a parlarsi a viso aperto adesso sono gli apparati profondi. I custodi delle linee guida strategiche che negli ultimi dieci anni hanno teso inevitabilmente a portare Washington e Mosca a sfidarsi su diversi ambiti: dall’Ucraina alla Siria, dall’energia al cyber. 

Dialogo tra apparati

Gli apparati vogliono continuare a sfidarsi ma capendo bene le linee rosse e gli spazi di cooperazione che si possono ritagliare negli ampi campi della rivalità bilaterale. E per questo motivo è da cerchiare in rosso il fatto che il direttore della Cia, William Burns, si sia recato a Mosca nella giornata di giovedì 2 novembre.

Burns ha guidato la quarta e più importante missione statunitense in Russia da luglio in avanti a circa un mese dall’incontro tra il capo dello stato maggiore congiunto statunitense, il generale Mark Milley, con il capo delle forze armate russe, Valery Gerasimov. Il Wall Street Journal aveva rivelato dopo quel vis-a-vis  che russi e statunitense si erano ripresi a parlare per pianificare la gestione condivisa delle attività antiterrorismo legate al ritorno dei Talebani in Afghanistan dopo una proposta ufficiale di Putin a Biden formulata a Ginevra. Più di recente, come ricorda Piccole Note, il riconoscimento da parte di Milley di un sistema-mondo ormai tripolare e del ruolo della Russia come concorrente ma anche come potenza legittimata ha segnalato la prospettiva di una svolta nella concezione Usa e di uno smarcamento dagli opposti estremismi del neoconservatorismo e dell’interventismo libeal.

In passato, negli anni delle presidenze di Barack Obama e Donald Trump, la cooperazione fu limitata a casi episodici e mai strutturale. Divenne celebre due anni fa il ringraziamento fatto da Vladimir Putin in persona all’allora presidente Donald Trump per un avvertimento della Cia che ha sventato un attacco terroristico a San Pietroburgo. Ora appare chiaro che in un contesto segnato da una rivalità sistemica sempre più complessa, dal buco nero centroasiatico aperto dalla disfatta afghana degli Usa, dal proliferare di gruppi terroristici come l’Isis-K e dalle nuove, potenziali minacce asimmetriche (come cybercrime e cyberterrorismo) che possono essere base per attacchi false flag Usa e Russia vogliono guardarsi negli occhi e capirsi. Il gancio chiave può essere quello dell’antiterrorismo, uno dei pochi fronti su cui gli 007 russi e americani collaborano di continuo.

Burns, l’ambasciatore del dialogo

E proprio dall’antiterrorismo è partito il dialogo tra Burns e Nikolai Patrushev, segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, braccio destro di Putin per gli affari securitari. Usa e Russia potranno, con forza, continuare a darsi battaglia sul fronte tecnologico, dibattere sul tema della sicurezza energetica, confrontarsi sul fronte valutario e dei mercati ma non potranno fare a meno di vedere nel terrorismo una minaccia comune. La presenza di comuni partner regionali in Asia (Pakistan e India) e un comune timore di un terrorismo di ritorno dall’Afghanistan vanno di pari passo con quelle che potrebbero essere le conseguenze sistemiche della nuova ondata globale di terrore dall’Iraq alla Siria e alla Libia.

Biden e Putin, e gli apparati con loro, hanno bisogno di tornare a un’ordinaria situazione di prevedibilità. Stabilire le opportune linee rosse, riattivare la volontà di dialogo degli apparati securitari dei due Paesi, rilanciare le opportunità di confronto dopo gli anni di gelo seguiti alla crisi ucraina del 2014 erano gli obiettivi di Biden e Putin nel loro incontro estivo. Ora i servizi, apripista di ogni strategia nazionale, sono al lavoro per concretizzarli. E la scelta di Burns come guida della Cia da parte di Biden faceva presagire, già nei primi mesi dell’amministrazione, una volontà dialogante.

Già vice segretario di stato degli Stati Uniti dal 2011 al 2014, ambasciatore degli Stati Uniti in Giordania dal 1998 al 2001 e ambasciatore degli Stati Uniti in Russia dal 2005 al 2008 il 65enne Burns, che fino alla chiamata di Biden guidava think tank Carnegie Endowment, è il primo diplomatico di carriera a guidare la Cia e è ritenuto un pontiere tra Mosca e Washington. Il suo interlocutore, Patrushev, ha dichiarato di recente alla Rossijskaja Gazeta, che “per contenere la Russia”, l’Occidente stava cercando “di destabilizzare la situazione sociopolitica del Paese, di ispirare e radicalizzare il movimento di protesta, e di erodere i tradizionali valori spirituali e morali russi”, ma proprio per queste sue convinzioni decisamente critiche è ritenuto da Putin l’uomo più adatto per una schietta cooperazione pragmatica con gli Usa.

Non è affatto paradossale che Biden, espressione di quel Partito Democratico ritenuto maggiormente ostile a Putin sul fronte geopolitico, sia stato il fautore del dialogo con lo Zar del Cremlino: la narrazione fallace che vedeva Trump bloccato nella sua volontà di discontinuità frenato da un non meglio precisato “Deep State” deciso a contrastare a tutti i costi il riappacificamento con la Russia è caduta di fronte a una realtà che ha visto Trump riempire la sua amministrazione di vecchi neocon, unilateralisti di destra alla Mike Pompeo e membri della vecchia guardia repubblicana profondamente antirussa. L’abboccamento Usa-Russia avviato a luglio è la versione democratica del “Nixon to China“: l’amministrazione Biden ha parlato mettendo gli uomini giusti al posto giusto e favorendo il dialogo. Non a caso dai centri di potere dello Stato profondo liberal-clintoniano e da testate ad esso vicine come il New York Times sono già partite, complice la rotta afghana, le prime bordate contro una strategia ritenuta problematica. Ma in realtà profondamente pragmatica e realista.

Un confronto necessario

Washington spinge per un dialogo anche per avere notizie di prima mano sulla vicina Repubblica Popolare Cinese. Come riporta Formiche, infatti, “una de-escalation, piaccia o meno, è ritenuta necessaria dall’intelligence Usa alla luce di un fenomeno nuovo, e preoccupante” riguardante la Cina, in un contesto che vede la nazione guidata da Xi Jinping “ripiegare su se stessa e chiudersi al mondo esterno. A Washington, negli ambienti diplomatici, viene chiamata “sindrome bunker”. Le comunicazioni di routine con l’intelligence cinese si sono rarefatte negli ultimi mesi, con il rischio di un aumento esponenziale di incidenti”. Ascoltare Mosca e farsi ascoltare dal Cremlino appare un fattore cruciale in questa fase sia per evitare questa “ciecità” sia per segnalare alla Federazione Russa che per Washington il nemico numero uno, oggi, non è più Mosca, ma bensì il Dragone cinese. Biden si è probabilmente reso conto che contro due nemici politici implacabili non si può combattere e che su un fronte bisogna raffreddare le tensioni. A farsene portavoce, una volta di più, l’intelligence. Anticipatrice e sempre più determinante protagonista dei trend geopolitici globali. Anche quando a essere consolidato è il partito della distensione.

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