La stretta di mano di ieri, 1° settembre, fra Benjamin Netanyahu e Félix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo, segna un’ulteriore evoluzione nella lunga storia dei rapporti tra Israele e RdC. Stavolta, sul tavolo c’è la sfida globale forse più importante della geopolitica contemporanea: la corsa alle terre rare.
Israele – RdC, una relazione altalenante
I primi rapporti diplomatici tra Israele e Repubblica Democratica del Congo risalgono al periodo a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, quando Tel Aviv intratteneva relazioni prima con il governo filo-occidentale di Leopoldville, sotto la presidenza di Kasa-Vubu, poi, dopo il golpe del 1965, con il regime di Mobutu, al quale forniva assistenza civile e militare. Nel 1973, con la guerra del Kippur, i rapporti furono interrotti per volontà del dittatore dell’allora Zaire, per poi essere riallacciati nei primi anni Ottanta. Questo andamento ondivago si è trascinato fino ai giorni nostri: nel 2019 i due Stati firmarono un accordo sulla sicurezza, poi, dopo l’escalation di Gaza del 2023, gli istruttori militari forniti a Kinshasa da Israele furono ritirati. Negli ultimi due anni la relazione si è fatta nuovamente più salda, fino ad arrivare all’incontro di ieri tra Netanyahu, Herzog e Tshisekedi. Quest’ultimo, di fede cristiano evangelica, da giovane ha vissuto nel Kibbutz Lahav, nel deserto del Negev, nell’ambito di un programma del Mashav (agenzia israeliana specializzata nella cooperazione internazionale, che dagli anni ’60 offre corsi di formazione a giovani provenienti da paesi in via di sviluppo). È uno dei più convinti sostenitori del ritorno di Israele come osservatore nell’Unione Africana. Herzog, ieri, l’ha ringraziato per questo sostegno diplomatico nei forum internazionali. Sul tavolo, adesso, Tel Aviv mette aiuti per lo sviluppo di agricoltura, acqua, sanità, tecnologia, sicurezza, formazione.
Una foto ritrae Tshisekedi mentre bacia il Muro del Pianto, a testimonianza della sua vicinanza con il popolo ebraico e della sua volontà di compiacere Israele.
La battaglia per le risorse
La vera posta in gioco, però, sono le risorse della RdC, che detiene circa il 72% delle riserve mondiali di cobalto, oltre a rame, litio e coltan. Israele non è certo la prima potenza ad essersene accorta: la Cina si è garantita la sua fetta con l’accordo Sicomines, oggetto di pesanti critiche per le esenzioni fiscali concesse a Pechino. Gli Stati Uniti, proprio in funzione anticinese, hanno offerto a Kinshasa, impegnata contro l’M23 sostenuto dal Ruanda, “sicurezza in cambio di minerali”, la stessa logica che ha guidato le trattative con i talebani, che hanno offerto a Washington giacimenti di litio e terre rare pur di ottenere sollievo dalle sanzioni internazionali.
In quell’area, le infrastrutture sono un importante terreno di scontro fra Stati Uniti e Cina: il Corridoio di Lobito, per esempio, con i suoi circa 1.800 km di strada ferrata, è per gli Usa fondamentale per dirottare verso l’Atlantico i minerali oggi diretti verso Dar es Salaam lungo la Tazara, la ferrovia cinese in funzione dagli anni Ottanta e da poco rinnovata. Il Corridoio è in gran parte da ripristinare, nella parte che dall’Angola arriva alla RdC, mentre una tratta da costruirsi ex novo dovrebbe arrivare ancora oltre, per collegare il cuore minerario dello Zambia e del Katanga (Rdc) all’Atlantico, in Angola.
A quel punto, l’intera infrastruttura raggiungerebbe una lunghezza di oltre 3.500 km. I risultati attesi sono una riduzione dei costi logistici stimata tra il 15% e il 20% e un drastico abbassamento del tempo che si impiega attualmente per raggiungere i principali porti africani. Inoltre, riuscire a evitare il Mar Rosso farebbe scendere il valore dei premi assicurativi e renderebbe l’Europa occidentale il mercato più appetibile per le esportazioni minerarie del Centrafrica. Ai lavori contribuirà anche l’Italia, con un investimento di 250-300 milioni di euro che fa felice Washington.
La strategia di Tel Aviv
Per Israele, competere per i giacimenti di terre rare è complicato. La sua offerta (agritech, sicurezza, gestione idrica, formazione) è modesta rispetto alle decine di miliardi mobilitati da Pechino e Washington. Resta però l’importanza strategica di trovare alleati sul piano diplomatico, in un momento in cui Tel Aviv cerca sponde nel Sud globale dopo il 7 ottobre. È in questa chiave che possono leggersi i rapporti sempre più saldi con il Somaliland e con la Repubblica Democratica del Congo.
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