C’è stato un tempo in cui la politica si imparava nelle strade, nelle sezioni di partito, nei comitati territoriali. C’è stato un tempo in cui la carriera politica era frutto di militanza e percorsi articolati, che partivano da quelle che un tempo erano le circoscrizioni sino a raggiungere le stanze del vero potere. In questo articolato percorso si formava il politico, prendendo dimestichezza sia con il dibattito in aule minori, sia con gli uffici e gli iter amministrativi, sia con il volantinaggio e l’affissione di manifesti (che alla fin fine era il marketing politico degli anni 80). Poi è arrivata la politica della comunicazione di massa, e con essa la società gassosa. Si sono chiuse le sezioni ed i circoli per lasciar posto alle pagine Facebook.
Il marketing politico è arrivato nelle tv e sui primi quotidiani digitali. Il politico militante è stato sostituito da volti noti dello spettacolo, dello sport o delle più disparate arti, ed il concetto di percorso formativo è stato soppiantato da quello di popolarità mediatica. Il fenomeno ha segnato di per sé uno scollamento tra la politica e la realtà dell’elettorato, e soprattutto tra il potere politico e la capacità di dirigenza politica.
Questa fase, di cui il berlusconismo è stata la massima espressione, ha lasciato il posto alla politica del tweet e del social media marketing. Nei partiti hanno trovato posto esperti della comunicazione, software per l’analisi delle reazioni sociali e strumenti di comunicazione tecnologica.
Pochissimi sono oggi gli attori politici in tutto l’arco parlamentare che possono vantare un formativo percorso di militanza politica. In questo scenario, il fattore tempo è diventato determinante. La politica ha dovuto imparare a fare i conti con una comunicazione molto veloce e con una percezione dello spostamento del consenso altrettanto rapida. È evidente che la politica, per auto-protezione e per evitare l’autocombustione al potere, ha dovuto imparare un nuovo modo di comunicare ponendo l’attenzione più sulla tattica a breve termine che sulla strategia a lungo.
Questo ha portato spesso ad una disattenzione verso i temi strategici per il Paese, concentrandosi spesso su questioni minori ma di più largo consenso. In questo scenario, altri poteri si sono sostituiti al potere politico e non sempre con l’intenzione di fare il bene del Paese, in un momento in cui anche il vecchio establishment finanziario lasciava il posto a nuove alleanze che andavano a sostituire la finanza dei Rockfeller e dei Rothschild, dei Berlusconi e dei De Benedetti (loro espressione nostrana) stabilendo nuovi assi transnazionali. La disintermediazione del messaggio politico, con quest’ultimo che raggiunge tutti in modo diretto e senza filtri, rappresenta da una parte un grande valore democratico, dall’altra presuppone una capacità universale di saperlo leggere e comprendere in chiave politica.
In questo sistema, l’informazione diventa veloce, spesso superficiale, influenzabile, intossicabile e spesso non corretta, nonché soggetta a ingerenze di Paesi e poteri terzi. Tutto questo ha probabilmente prodotto una cortina di nebbia che ha fatto distogliere l’attenzione del Paese dai temi strategici e vitali, attenzione che invece è rimasta altissima nei paesi di regime o di governi totalitari con Russia e Cina in testa. Paesi che non dovendo fare evidentemente i conti con il consenso interno, si sono concentrati su un livello più strategico, recuperando un gap importante nei confronti del vecchio continente e dell’America. Il complesso scenario mondiale però, e ne sono sicuro, porterà con sé un risveglio della coscienza popolare ed una maggiore attenzione da parte degli attori del mondo economico e finanziario, che vedranno diminuire la loro competitività se non lavoreranno oltre che per il proprio interesse in un ottica di aiuto al paese ed alla comunità.
Insomma, se si vuole sopravvivere conservando una dignità in questo scenario fatto di governanti di altri continenti desiderosi di mostrare i muscoli, di occupare nuove terre e chiudersi nelle proprie economie mostrando la propria supremazia, c’è bisogno di mettere in campo un cambio di passo, partendo dai nostri punti di forza e di orgoglio nazionale: dalle nostre Università, dal mondo della ricerca a da quello delle fondazioni, dalla nostra creatività e dalla capacità di sopravvivere stringendo i denti nel momento del bisogno.
Non abbiamo ricchezza sotto la nostra terra, ma abbiamo ricchezza nella nostra gente, abbiamo cultura e tradizione, anche se un po’ dimenticate, abbiamo finanche il sole che rimane un valido alleato della serotonina. Abbiamo però bisogno di continuare e sostenere un percorso in parte già iniziato, che riesca a far uscire le nostre tecnologie e le capacità dal mondo universitario e della ricerca, mettendole a disposizione di attori economici che sappiano impiegarle, oltre che per il proprio profitto, per il bene della nazione in primis e poi di tutta la comunità.
Ritengo, inoltre, che ci sia la necessità di portare avanti con decisione quelle tecnologie che ci possono consentire autonomia ed indipendenza, e che sono in grado di generare competitività commerciale, favorendo le economie circolari ed il recupero delle risorse. Nuove fonti energetiche, uso e riuso dell’acqua, industria alimentare e farmaceutica possono rappresentare elementi di vantaggio competitivo per l’Italia nello scacchiere internazionale, senza deconcentrarsi dall’ottenimento di soluzioni vincenti in ambito quantistico e dell’AI. L’Italia su molti temi può essere il motore di una nuova Europa. Nello scenario attuale, entrambe vengono tra le righe invitate a difendersi da sole, ma possono dimostrare che, oltre a sapersi difendere sono in grado di progredire , magari anche non consentendo più con tanta amicizia disinteressata di poter attingere alle proprie competenze e risorse senza il dovuto tornaconto in contropartita a discapito di una sana e corretta cooperazione internazionale.

