Cosa hanno in comune lo scrittore best-seller Stephen King, il cantautore Bruce Springsteen, il campione di basket LeBron James, il rapper Eminem, il regista Spike Lee e l’attore Samuel Jackson? Kamala Harris! Sono solo alcuni dei nomi celebri che si sono iscritti al “partito” della vicepresidente uscente e candidata del Partito Democratico alle odierne presidenziali.
Kamala ha fatto tornare le campagne elettorali democratiche alla tendenza a cui l’era di Barack Obama e la fallimentare corsa di Hillary Clinton nel 2016 ci avevano abituati: parate di stelle, di figure del jet-set, di volti noti tesi a scendere in campo per la candidata dem. O forse meglio dire contro Donald Trump. Il refrain, di fronte alla discesa in campo delle star per Kamala, segue un trend simile. Il sincero progressista identifica Harris come l’antemurale al Trump autoritario o dannoso per la democrazia. L’esponente delle minoranze identifica sé e il suo successo con la parabola della prima vicepresidente donna. Varie star del gentil sesso, da Jennifer Aniston a Scarlett Johansson, hanno messo l’enfasi sui diritti riproduttivi e sulla tutela che Harris garantirebbe loro.
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Non c’è che dire: è stata una campagna molto più glamour di quella del 2020 di Joe Biden. Campagna chiamata alla sobrietà dalla natura schiva dell’ex vice di Barack Obama, dal serio contesto pandemico che riduceva la portata delle adunate e dall’attenzione data dal presidente uscente a temi volti a far riappropriare il Partito Democratico del suo storico ruolo di formazione dei lavoratori e di “Main Street”. Il centrista pragmatico Biden, nato in Pennsylvania e cresciuto in Delawar ha così conquistato la sinistra laburista di Bernie Sanders e i suoi voti. La liberal Kamala, californiana Doc, ha scelto un altro registro, scegliendo di fregiarsi di molti testimonial di rinomata celebrità.
Basti pensare a quanti fiumi d’inchiostro in America si sono spesi su due temi che fuori dalla bolla del giornalismo o delle metropoli non avrebbero meritato attenzione di sorta: la discussione sul fatto che fosse stato o meno il giudizio negativo dell’attore hollywoodiano George Clooney sul prosieguo della corsa di Biden a convincere definitivamente il comandante in capo a passare il testimone a Kamala Harris a luglio e, soprattutto, quella sul possibile peso politico dell’endorsement della pop star Taylor Swift all’ex procuratrice. Contributo reale, in entrambi i casi: insignificante. Dibattito suscitato: fin troppo, di fronte a un’elezione che sarà decisa da pochi Stati con sensibilità politiche altamente locali.
Vero è che Kamala ha scelto di essere la candidata che piace alla gente che piace. La sua campagna ha ad esempio cavalcato molto l’endorsement datole dalla cantante Charli Xcx, che in maniera elogiativa ha scritto su X “Kamala is Brat“, “Kamala è una ragazzaccia”, ovvero un’anticonformista.
“Brat” è anche il titolo dell’album della cantante che ha spopolato quest’estate. “La copertina dell’album è appunto costituita dalla scritta “brat” in un semplice font simil-Helvetica condensato su uno sfondo verde lime”, ha spiegato Wired. Quest’estetica “si è diffusa immediatamente tra i fan, che hanno iniziato a indossare capi di quel colore e a creare meme su meme legati a questo mood sbarazzino”. Il The Atlantic, testata storica dell’intellighenzia progressista americana, ha commentato che “il team di Harris ha fatto la scelta rischiosa di assecondare comunque un’ossessione di nicchia per la cultura pop”. Per sua natura antitetica a molte parti dell’America profonda. Quella che, alla prova dei fatti, sarà decisiva.
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