Il Tribunale arbitrale dello sport (Tas) ha annullato la radiazione di 28 atleti russi accusati di uso di doping durante le olimpiadi invernali di Sochi 2014. La corte ha stabilito che “In 28 casi, le prove raccolte sono risultate insufficienti per stabilire che una violazione del regolamento antidoping sia stata commessa dagli atleti in questione. Rispetto a questi 28 atleti, i ricorsi vengono accolti, le sanzioni annullate e i loro risultati individuali ottenuti a Sochi 2014 vengono ripristinati”. Una prima vittoria per la Russia cui si aggiunge poi un’altra parziale per altri 11 atleti. “In 11 casi, le prove raccolte sono risultate sufficienti per stabilire una singola violazione” – si legge nella decisione del tribunale di Losanna, che continua, “Le decisioni del Cio in materia sono confermate, con un’eccezione: gli atleti sono dichiarati non idonei per la prossima edizione dei Giochi olimpici invernali (vale a dire Pyeongchang 2018) invece di un divieto a vita per tutti i Giochi olimpici”.
Il Comitato olimpico internazionale ha messo al bando la Russia dalle gare in Corea a seguito di quanto avvenuto a Sochi. Un bando collettivo che molti hanno ritenuto essere il frutto di un boicottaggio nei confronti della Russia derivante esclusivamente da motivazioni politiche più che legato a logiche sportive. Una sospensione molto pesante nei confronti della selezione nazionale russa che ha comportato non solo l’esclusione dai Giochi olimpici di Rio de Janeiro del 2016, ma che avrebbe comportato anche l’esclusione dalle Olimpiadi invernali di Pyeongchang. A conferma di ciò, i 169 atleti russi risultati puliti possono partecipare ai Giochi soltanto a livello individuale e senza bandiera. Una scelta sofferta da parte di Mosca e di molti atleti, che hanno comunque scelto di partecipare sotto una bandiera neutrale che nasconde però una vera e propria guerra dello sport fra i giganti dello sport olimpico occidentali e Mosca e che ha segnato profondamente anche la politica del Cremlino, da sempre particolarmente attento allo sport come segno anche di un’apertura della Russia nel mondo e di una rivincita sportiva che a molti ricordava tempi della Guerra Fredda. Il presidente Putin, rivolgendosi agli atleti pronti a partire per la Corea del Sud, ha espresso tutto il suo rammarico per questa scelta del Comitato olimpico di negare la bandiera russa ai Giochi ed ha chiesto scusa agli atleti: “Perdonateci per non essere stati in grado di proteggervi dallo scandalo”. Una richiesta di scuse cui è seguita l’accusa del leader russo nei confronti del mondo sportivo. La sospensione della squalifica a vita di 28 atleti russi, sui 43 coinvolti nella vicenda, “non comporta la partecipazione automatica alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang 2018”. Il Comitato olimpico internazionale ha voluto confermare questo fatto per evitare che passasse il messaggio di un immediato inserimento degli atleti nei tornei di Pyeongchang. Tuttavia, i 28 ritenuti non colpevoli di utilizzo di doping potranno chiedere al Cio di essere ammessi ai Giochi con una decisione che sarà valutata da apposite commissioni. Una corsa contro il tempo che significherebbe una decisione delle commissioni nel giro di una settimana, dal momento che il 9 febbraio inizieranno i Giochi.
Mai come questa volta i Giochi olimpici invernali rappresentano più di una semplice manifestazione sportiva. Ma non è una novità che lo sport rappresenti un palcoscenico in cui si concentrano tutti i grandi attori internazionali per condurre le proprie manovre politiche. Le olimpiadi sudcoreane, in questo senso, non potevano rappresentare di certo un’eccezione visto il periodo e il luogo in cui si svolgono. Gli atleti russi obbligati a partecipare senza la bandiera della propria nazione sono un’immagine che rimarrà scolpita negli annali olimpici. Un’immagine che rappresenta una sconfitta per Mosca, dal punto di vista del proprio soft-power, ma che è una sconfitta anche per il mondo dello sport, che vede almeno 169 atleti gareggiare senza poter aggiungere nulla al medagliere del proprio Paese. A questa immagine non può non aggiungersi l’altra, quella degli atleti nordcoreani e sudcoreani che sfileranno insieme sotto un’unica bandiera. Una scena che fotografa un primo tentativo di dialogo fra le due Coree e che mostra tutta la particolarità di questi Giochi, che si svolgono a pochi chilometri dal confine più militarizzato del mondo.



