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Giuseppe Conte ha confermato l’impegno dell’Italia nella costruzione del  Tap. Una scelta in controtendenza rispetto alle idee della base del Movimento Cinque Stelle e che conferma gli impegni presi dai precedenti governi italiani.

Come ha detto il premier, “gli accordi chiusi in passato ci conducono a una strada senza via di uscita. Non abbiamo riscontrato elementi di illegittimità. Interrompere la realizzazione dell’opera comporterebbe costi insostenibili, pari a decine di miliardi di euro. In ballo ci sono numeri che si avvicinano a quelli di una manovra economica. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo, non lasciando nulla di intentato. Ora però è arrivato il momento di operare le scelte necessarie e di metterci la faccia”. 

L’opera si farà dunque. Ed è un segnale importante che, escludendo il dibattito politico intento, investe inevitabilmente la nostra politica estera. Il governo italiano conferma quanto fatto dalle amministrazioni precedenti, quindi si conforma a una linea dei partiti che oggi rappresentano l’opposizione. Ma si allinea, in ogni caso, a una strategia di più ampio respiro voluta dagli Stati Uniti e dall’Unione europea che consiste nella diversificazione delle fonti energetiche. In particolare, in questo caso, del gas.

La diversificazione delle fonti si traduce, in maniera abbastanza evidente, nella volontà di sganciare l’Europa dalla dipendenza dal gas russo. È Mosca oggi ad essere la vera grande potenza esportatrice di gas all’interno del continente europeo. E per quantità estratta e vicinanza territoriale, resta sicuramente il produttore più conveniente e utile per tutti i Paesi europei. La Russia non si può certo considerare un monopolista del mercato gasiero del Vecchio Continente: ma p sicuramente un giocatore fondamentale.

Ed è proprio questa sua posizione di forza ad aver attivato da tempo sia Bruxelles che Washington per fare in modo di evitare che il Cremlino abbia in mano il controllo del gas per l’Europa. Per l’Unione europea, l’interesse prioritario è quello della diversificazione, della concorrenza, ma anche di evitare di dipendere da un attore considerato ostile dall’attuale amministrazione continentale.

Vladimir Putin non è considerato un partner affidabile dall’Unione europea e le sanzioni alla Russia ne sono la dimostrazione. Mentre le precedenti Commissioni europee hanno cercato di non dividere Mosca dall’Europa, l’attuale governo dell’Ue ha proposto un approccio molto più duro. E questo si ripercuote inevitabilmente anche nel gas, che è un’arma fondamentale per la geopolitica russa.

Per gli Stati Uniti, il discorso è diverso. È chiaro che Oltreoceano l’interesse non è identico a quello europeo, ma è identico lo scopo: evitare che sia la Russia ad avere il controllo di una larga fetta del mercato del gas continentale. Il motivo è strategico, perché avere il rubinetto dell’energia equivale ad avere un controllo effettivo sulla vita degli Stati. E la Casa Bianca non vuole che questo ruolo lo abbia il Cremlino.

Ma c’è un motivo anche prettamente economico: l’Europa è un mercato ricco e la domanda di gas è in forte ascesa. Le riserve europee si stanno lentamente esaurendo, i giacimenti russi garantiscono produzione continua, e gli Stati Uniti hanno deciso che non possono rimanere estranei a tutto questo. Donald Trump si è detto pronto a entrare prepotentemente nel mercato dell’oro blu d’Europa. E lo sta facendo sia attraverso accordi politici per l’esportazione diretta di Gnl americano, sia attraverso il sostegno a progetti di gasdotti che, come il Corridoio Sud, sostituiscano (almeno nelle intenzioni) l’export russo.

Il Tap, e quindi l’Italia, si inseriscono in questo difficile equilibrio fra potenze del gas. E il compito del governo italiano è complesso poiché si trova a dover confrontarsi con interessi del tutto divergenti fra loro e non facilmente amalgamabili. Escludendo i dati tecnici, e rimanendo sul piano politico, è evidente che la conferma di questo gasdotto si inserisce all’interno della politica di equilibrio che sta svolgendo il governo Conte con Russia e Stati Uniti.

Donald Trump ha dimostrato in questi mesi di essere un forte sostenitore del governo giallo-verde. L’incontro con Conte alla Casa Bianca è stata la manifestazione più evidente di un rapporto estremamente positivo fra Roma e Washington. Ma questo rapporto positivo è anche evidentemente un rapporto d’interesse. E gli Stati Uniti hanno messo da subito in chiaro quale fosse la loro volontà: vedere il Tap approvato. In questa fase di rapporti molto tesi fra Italia e Unione europea, gli Stati Uniti rappresentano una potenza essenziale per mantenere questa politica di confronto acceso con Bruxelles. Se con l’Ue non riusciamo ad avere rapporti positivi, è evidente che la sponda dall’altra parte dell’Atlantico risulta essenziale, sia politicamente che economicamente.

D’altro canto, non è un mistero che nelle diverse anime del governo composto da Lega e Movimento 5 Stelle vi sia un sentimento di apertura nei confronti della Russia. Conte sin dal suo discorso d’insediamento ha detto di volere a tutti i costi interrompere le sanzioni a Mosca che colpiscono, oltre alla loro economia, le aziende italiane. E i viaggi di Matteo Salvini e dello stesso capo di governo hanno confermato questo obiettivo italiano. Ora: è chiaro che il Tap non possa far piacere a Mosca, perché da un punto di vista strategico, a lungo termine, indica un obiettivo di progressivo sganciamento dal gas proveniente dalla Russia.

Ma se la scelta del Tap è apparsa obbligata per i nostri impegni con l’Occidente, è altrettanto evidente che questo possa essere il preludio per una graduale apertura economica nei confronti della Russia. Trump si è dimostrato un presidente negoziatore: è un businessman a cui piace trattare per raggiungere un compromesso che soddisfi tutti. Il gasdotto che arriverà a Meledeugno, soddisfa gli interessi americani. E forse questo potrebbe a un allentamento della pressione su Mosca. Un do ut des? Possibile. Ma del resto è questo il difficile gioco italiano, che oscilla fra l’aquila e l’orso. Non possiamo essere una superpotenza: ma possiamo fare in modo che la sfida per il nostro Paese si trasformi in concorrenza.