È passato più di un mese dalla cattura di Kabul, e sono trascorse poco più di due settimane dalla formazione del governo Akhund, ma nessun membro della comunità internazionale ha ancora avviato la procedura per il riconoscimento ufficiale dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, la realtà statuale talebano-guidata sorta dalle ceneri della fragile repubblica filo-occidentale morta ad agosto.

L’interpretazione più comune e diffusa sul silenzio internazionale è che nessuno voglia avere a che fare con i talebani, ma la verità è che mancato riconoscimento non significa isolamento. Gli studenti del Corano, invero, oltre a godere del sempreverde, antico e prezioso supporto di padre Pakistan, stanno interagendo con un numero crescente di attori della comunità internazionale.

I talebani e il Kazakistan

I talebani non sono soli e, soprattutto, non stanno interagendo esclusivamente con Pakistan, Russia, Cina, Turchia e Qatar. Dopo i comunicati relativi ai negoziati in materia di dedollarizzazione con Islamabad e nella sfera degli investimenti nei settori strategici con Pechino, le ultime notizie provenienti da Kabul sembrano suggerire che i talebani vadano spianandosi la strada nell’Asia centrale postsovietica.

Gli eventi più emblematici hanno avuto luogo tra il 22, il 23 e il 26 settembre. Il 22, nel contesto della 76esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente kazako aveva parlato agli spettatori-ascoltatori del doppio imperativo di differenziare gli afghani dai talebani e di accettare la realtà dei fatti: l’Afghanistan repubblicano è caduto. Caduta che, rischi a parte, secondo il capo di Stato del Kazakistan presenterebbe anche una serie di opportunità da cogliere, dato l’Asia centrale è il cuore dell’Eurasia e l’Afghanistan ne costituisce l’arteria inaggirabile e indispensabile che congiunge i destini dei quattro punti cardinali del supercontinente.

Un messaggio più che chiaro quello di Qasym-Jomart Toqaev – magniloquente –, che quattro giorni dopo è stato seguito da una bilaterale a Kabul tra l’ambasciatore kazako in loco e il ministro degli interni. Bilaterale, pare, concepita allo scopo di discutere di commercio e cooperazione umanitaria e che ha reso Nur-Sultan il secondo –stan postsovietico, dopo il Kirghizistan, ad aver “riconosciuto informalmente” i talebani.

Le mosse del Kirghizistan

Il Kirghizistan, uno degli –stan postsovietici più defilati e bistrattati dell’analisi geopolitica e delle relazioni internazionali, è stato il primo giocatore dell’Asia centrale ad aver aperto un canale di comunicazione con gli studenti del Corano, che il 23, tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, è risultato in un vertice di alto livello tra ufficiali kirghisi e afghani a Kabul.

L’appuntamento ha portato a Kabul due elementi-chiave del governo kirghiso: Taalatbek Masadykov, il presidente del Consiglio di Sicurezza, e Jeenbek Kulubaev, il capo del dipartimento presidenziale per la politica estera. Il duo è stato accolto dal capo della diplomazia talebana, Amir Khan Muttaqi, con il quale si sarebbe discusso della configurazione delle relazioni bilaterali e del proseguimento della politica di cooperazione umanitaria kirghisa nel territorio afghano. La presenza di Masadykov, tuttavia, induce a pensare che le parti possano aver discusso (anche) di altro, cioè di terrorismo, traffici illeciti e altri temi attinenti alla sicurezza nazionale di Bishkek.

Pochi giorni prima del vertice di Kabul, curiosamente, uno dei personaggi più influenti e potenti del panorama politico-securitario kirghiso, Tokon Mamytov, aveva utilizzato dei toni morbidi e concilianti nei confronti dei talebani, descritti nel corso di una conferenza come la minaccia meno preoccupante per l’Asia centrale. Perché il vero pericolo per la regione, secondo Mamytov, proverrebbe “dal numero considerevole di piccole e grandi bande armate, [operanti] nei territori non controllati né dei talebani né dai loro oppositori, e che giocatori esterni potrebbero utilizzare per i propri scopi”.

Il protagonismo del Kirghizistan deve sorprendere: l’assenza di confini con l’Afghanistan non è garanzia di sicurezza. E comunque in gioco, oltre alla stabilità della regione, v’è anche la competizione tra gli –stan periferici finalizzata all’acquisizione di prestigio e rilievo maggiori dentro e fuori l’Asia centrale. Nel mirino di Bishkek, in breve, più che Kabul, si trovano Tashkent e Dushanbe.

L’assertività dell’Uzbekistan

Nell’attesa che il Tagikistan si emancipi dalla paura e dall’incertezza, elaborando un proprio piano per l’Afghanistan, v’è un altro –stan impegnato assertivamente nel dialogo dietro le quinte con gli studenti del Corano: l’Uzbekistan. Perché Tashkent voglia arrivare prima nella corsa all’Afghanistan, come palesato dalla recente richiesta ai talebani di riaprire tutti i corridoi di trasporto tra i due Paesi, può essere compreso soltanto mediante la ricostruzione del contesto generale:

  • Il confine uzbeko-afghano è lungo 144 chilometri ed è letteralmente liquido, perché demarcato dall’Amu-Darya, un fiume attraversabile a nuoto (da potenziali elementi perniciosi).
  • Il Ponte dell’Amicizia, costruito nel 1982 per unire ciò che l’Amu-Darya ha storicamente diviso, negli anni dell’occupazione euroamericana è stato rinnovato e le fermate che lo circondano sono state espanse fino a creare un agglomerato coeso, efficiente e trafficato tra Tashkent e Mazar-e Sharif.
  • Negli ultimi vent’anni, causa l’ascesa della Cina e complici i governi afghani sostenuti dall’Occidente, il collegamento ferroviario Uzbekistan-Afghanistan ha assunto una centralità geostrategica per il commercio intraregionale e per i traffici degli –stan con Europa (il Circuito di distribuzione settentrionale dell’Alleanza Atlantica), indosfera (corridoio indo-irano-turcico) e sinosfera (Nuova via della seta).
  • Il collegamento ferroviario Uzbekistan-Afghanistan riempie le casse statali uzbeke di entrate notevoli e costanti – per via delle tasse di transito pagate dai treni-merci –, vanta uno stato di unicità – la rete ferroviaria turkmena è sottosviluppata, mentre le sole connessioni tagiko-afghane sono di tipo stradale – e, sulla base di un accordo stipulato con il Pakistan a inizio anno, dovrebbe essere prolungato fino a Peshawar.
  • Dal 2016 la maxi-area mercatale uzbeko-afghana è stata arricchita dalla presenza del magazzino merci di Termez, localizzato a soli due chilometri dalla frontiera dell’Amu-Darya e spalmato su una superficie di 40 ettari. Il sito, dato il suo posizionamento geografico, è stato recentemente selezionato dalle Nazioni Unite per ospitare un centro logistico nel quale inviare aiuti alimentari per l’Afghanistan.
  • L’Uzbekistan è il primo esportatore di energia elettrica in Afghanistan, supplendo al 57% del suo fabbisogno annale.

Dialogare con i talebani, in sintesi, alla luce dei numeri che legano Tashkent e Kabul, è più che importante: è essenziale. Perché perdere l’Afghanistan non comporterebbe soltanto ripercussioni sul piano della sicurezza, ma anche e soprattutto su quelli di investimenti e commercio, procurando all’Uzbekistan un danno economico-finanziario considerevole.

Ognuno ha i propri motivi in questo paragrafo di Asia, dunque, per ricercare e desiderare un canale di comunicazione privilegiato con i nuovi padroni dell’Afghanistan. E che loro ottengano o meno uno o più riconoscimenti formali – l’esistenza del primo Emirato fu sanzionata da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – non è rilevante, perché non cambierà la realtà dei fatti: chi in Afghanistan affari vuole fare, con i talebani deve trattare.