Tagli al cinema: La falce di Giorgetti affossa l’italianità

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Politica /

E puntuale arrivò la legge di bilancio, a incasinare il già agitatissimo e boccheggiante cinema italiano. La falce del ministro del Tesoro, il leghista Giancarlo Giorgetti, si è abbattuta sui 696 milioni di euro previsti attualmente, già decurtati di 156 milioni per il 2025 per arrivare, via via nei prossimi anni, almeno stando alle cifre circolate, a un segno meno di oltre 400 milioni nel 2028.

“Tagli devastanti”, secondo Anica, Apa, Cna e altre associazioni di settore. Un vero incubo, per il titolare del ministero della Cultura Alessandro Giuli. Questa settimana, fra l’altro, bersaglio dello scoop di Repubblica, che ha pubblicato una mail del suo dicastero inviata agli uffici di Giorgetti in cui si dava appunto conto della maxi-sforbiciata. Ricostruzione faziosa o no, la riduzione dei finanziamenti è un fatto. Tanto che Giuli ha cercato di correre ai ripari con un decreto urgente, annunciato pubblicamente in questi giorni, per mettere sul piatto 100 milioni da “fondi inutilizzati”.

Peccato però che la Ragioneria Generale dello Stato lo abbia stoppato subito, perché quei fondi sono in realtà stanziati ma non assegnati e, in base alle nuove norme del Patto di Stabilità europeo, non travasabili. La mossa di farli passare come risorse fresche, sostanzialmente una partita di giro contabile, sarebbe stata possibile solo con una deroga da presentare entro il limite fissato per i documenti di finanza pubblica, cioè entro ottobre. Troppo tardi, ormai.

Il comparto rischia la paralisi. Il cinema nostrano non è infatti in grado di reggersi senza quelli che tecnicamente corrispondono ad aiuti di Stato, perché i costi di produzione sono schizzati in alto a fronte di un mercato che, specialmente con il sopravvento delle serie pullulanti nelle grandi piattaforme web, si è allargato su scala globale.

Ai tempi di Franceschini…

A complicare il quadro, poi, si è aggiunto l’effetto-bolla di cui hanno beneficiato i piccoli e medi produttori italiani dal 2017 al 2024, nel periodo di vacche grasse della riforma Franceschini. Otto anni fa, l’allora ministro piddino Dario Franceschini (noto anche per il clamoroso flop della “Netflix della cultura”) aveva stabilito un credito d’imposta (tax credit) con due aliquote: 40% per i produttori medio-piccoli, 25% per i grandi. Per i giovani autori, una manna dal cielo.

Specialmente dopo il 2021, quando il deserto al botteghino causa Covid ha indotto a semplificare l’erogazione. Con una logica semplice: più costa il film, più si alza il finanziamento pubblico. Risultato: il boom. Il problema è che, continuando così, il rischio di far scattare la cosiddetta clausola di salvaguardia finanziaria era dietro l’angolo. Stando ai calcoli di IsICult, nell’arco temporale fra il 2017 e il 2024 la direzione Cinema e Audiovisivo del ministero avrebbe fatto circolare 2,1 miliardi di euro, di cui quasi la metà per fiction tv. Con prevedibile contorno di maligne polemiche su opere costate, poniamo, 700 mila euro che poi al botteghino hanno venduto la miseria di 29 biglietti in tutto. Buchi nell’acqua che hanno rinfocolato la sete di rivincita della destra oggi al potere contro l’egemonia di sinistra che, fra amichettismi e camarille varie, nella cultura – settima arte compresa – innegabilmente c’è. Anche se risulta difficile pensare di scalfire con metodi ragionieristici, se non si hanno altrettanti cineasti, sceneggiatori e artisti di “area” da contrapporvi (i quali, presumibilmente, non si comporterebbero in modo diverso).

Sia come sia, la pacchia franceschiniana finisce il 10 luglio 2024, con il decreto emanato dal predecessore di Giuli, Gennaro Sangiuliano, e dal vero uomo forte al ministero, la leghista Lucia Bergonzoni, sottosegretaria già nel Conte 1, ritornata in carica con il governo Draghi, e riconfermata nel 2022 dalla Meloni. La riforma Sangiuliano-Bergonzoni demolisce l’impianto precedente, suddividendo l’accesso al credito fiscale in tre scaglioni (sopra i 3,5 milioni, fra 1,5 e 3,5 milioni, e sotto 1,5 milioni) e prevedendo tutta una serie di misure penalizzanti per la bassa fascia produttiva. In sintesi, il produttore al momento della richiesta deve disporre del 40% di capitali privati, deve già avere obbligatoriamente in mano un contratto con le 20 società di distribuzione, di cui è alla mercé per poter assicurare un numero minimo di proiezioni, e deve sottostare a un tetto per i compensi a registi, attori e autori.

In pratica, una drastica tagliola per chi, non riuscendo ad anticipare sull’unghia 6-700 mila euro considerati la cifra minima per una pellicola decente, non ha santi in paradiso. Vale a dire esordienti e produttori indipendenti. Minacciando a cascata l’occupazione dell’intera categoria, una galassia da quasi 200 mila posti di lavoro, fra diretti e indotto, e 9 mila aziende, soprattutto medie e piccole, che nel 2023 avevano festeggiato il primato in Europa per lungometraggi (402, documentari inclusi).

Un favore ai colossi

A trarne un oggettivo vantaggio sono, naturalmente, i colossi privati del settore. Quasi tutti compartecipati da multinazionali straniere, si tratta di potenze economiche che sul budget non soffrono di certo di patemi d’animo. Non casualmente, ad esempio, l’amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta, in un’intervista su La Verità del 21 settembre 2024 definiva la riforma di centrodestra “buona” perché non intaccava l’automatismo (“più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato”). Anche se, aggiungeva, alcune misure potevano essere “migliorate dai decreti direttoriali”. Come il limite al credito d’imposta per major non europee, di ben 5 (cinque…) milioni all’anno.

I decreti direttoriali si sono poi materializzati, il 26 giugno e il 31 ottobre di quest’anno, ma sono stati subissati, prima e dopo, da una raffica di ricorsi al Tar. In sostanza, per mettere fine a una spesa pubblica andata fuori controllo e con motivazioni politiche comprensibili, benché un po’ pelose, si è finito con il togliere l’ossigeno a chi ha idee ma non i mezzi per raggiungere gli schermi. Ci si piega alla logica di mercato, che coerentemente con sé stessa favorisce gli oligopoli e i soggetti più forti. Ma concepire il cinema esclusivamente in termini di fatturato significa negarne il valore che gli è proprio: essere un’arte, non un genere di solo consumo.

E in tutto ciò, difatti, a farne le spese è il criterio culturale dell’italianità, a parole tanto difesa da Sangiuliano prima (“privilegiare personaggi, avvenimenti e luoghi rappresentativi dell’identità nazionale”) e da Giuli poi (“c’è bisogno di dare un segno identitario”, proclamava a dicembre ad Atreju, festa giovanile di Fratelli d’Italia). Tanto per capirci: prima del 2017, la maggior parte delle fiction della Rai era delocalizzata in Spagna, Romania, Croazia ecc. Con il credito fiscale, la produzione è tornata nel Belpaese.

E Giuli ora si premura perfino di sottolineare che aveva proposto di mantenere lo “splafonamento” almeno per quello “internazionale”, ossia per le co-produzioni su suolo patrio di film esteri. Morale: segando pesantemente il tax credit, e senza un salvagente per l’underground i cui prodotti, belli o brutti, quanto meno non inseguono l’immaginario commerciale globalizzato, si butta via il bambino con l’acqua sporca.