Il 13 maggio 2025, da Riad, in Arabia Saudita, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la revoca delle sanzioni economiche contro la Siria, un gesto che ha scosso gli equilibri geopolitici del Medio Oriente e segnato una svolta inattesa nella politica estera americana. L’annuncio, accolto con festeggiamenti nelle piazze di Damasco e Homs, rappresenta un punto di rottura rispetto a decenni di ostilità tra Washington e il regime siriano, culminata nell’isolamento economico imposto attraverso misure come il Caesar Act del 2020.
Ma dietro questa decisione, che Trump ha attribuito in parte alle pressioni del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, si staglia l’ombra di un attore meno visibile ma influente: la Syrian American Alliance for Peace and Prosperity (SAAPP), un gruppo di pressione con radici nella diaspora siriana negli Stati Uniti e interessi che intrecciano politica, economia e immobiliare. Questo articolo esplora le dinamiche di questa svolta, il ruolo della SAAPP e le implicazioni per la Siria e la regione.
Un annuncio che riscrive la storia
La decisione di Trump è arrivata durante il suo primo viaggio internazionale di rilievo del secondo mandato, un tour mediorientale che lo ha portato in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Parlando al Forum sugli Investimenti USA-Arabia Saudita del 2025, il presidente ha definito le sanzioni contro la Siria “brutali e paralizzanti” e ha ordinato la loro cessazione per “dare alla Siria una possibilità di grandezza”. L’annuncio è stato accompagnato da un incontro storico con il presidente ad interim siriano, Ahmad al-Sharaa, il primo tra un leader siriano e un presidente americano in 25 anni, dai tempi dell’incontro tra Hafez al-Assad e Bill Clinton nel 2000.
La revoca delle sanzioni, che includevano restrizioni finanziarie, embarghi sul petrolio e misure contro individui e entità legate al regime di Bashar al-Assad, è stata accolta con entusiasmo dalla nuova leadership siriana. Il ministro degli Esteri, Asaad al-Shaibani, ha definito la decisione “un punto di svolta cruciale per il popolo siriano, mentre ci muoviamo verso un futuro di stabilità, autosufficienza e vera ricostruzione”. Ma la mossa ha anche sollevato interrogativi: cosa ha spinto Trump a un cambio di rotta così radicale? E quali interessi si muovono dietro le quinte?
La Syrian American Alliance, protagonista nell’ombra
Fondata nel 2018, la Syrian American Alliance for Peace and Prosperity si presenta come un’organizzazione no-profit dedicata a promuovere la stabilità e lo sviluppo economico in Siria attraverso il dialogo tra la diaspora siriana negli Stati Uniti e le istituzioni americane. Con sede a Washington D.C., la SAAPP riunisce professionisti, imprenditori e accademici siriano-americani, molti dei quali legati a settori come l’immobiliare, la finanza e l’energia. Il gruppo si è distinto per il suo approccio pragmatico, sostenendo una graduale normalizzazione dei rapporti con Damasco e la rimozione delle sanzioni come prerequisito per la ricostruzione post-bellica.
Secondo fonti vicine al Dipartimento di Stato, la SAAPP ha intensificato le sue attività di lobbying negli ultimi anni, soprattutto dopo la caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. Attraverso incontri con membri del Congresso, eventi a margine delle Nazioni Unite e campagne mediatiche, l’organizzazione ha spinto per un cambiamento nella politica siriana americana, sottolineando l’impatto devastante delle sanzioni sulla popolazione civile. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2025 stima che oltre il 90% dei siriani viva sotto la soglia di povertà, con 16,5 milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari. La SAAPP ha abilmente sfruttato questi dati per sostenere che le sanzioni, originariamente mirate a colpire il regime di Assad, stavano ormai punendo solo i civili.
Ma gli interessi della SAAPP non si limitano alla filantropia. Molti dei suoi membri di spicco sono legati a società immobiliari e di investimento con sede negli Stati Uniti e in Medio Oriente, interessate a partecipare alla ricostruzione della Siria. Dopo 14 anni di guerra civile, il Paese necessita di investimenti massicci in infrastrutture, energia e edilizia. Secondo un’analisi del think tank ISPI, la ricostruzione siriana potrebbe richiedere fino a 400 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. La SAAPP, con i suoi legami nella diaspora e la sua capacità di influenzare l’opinione pubblica americana, si posiziona come un ponte tra gli investitori occidentali e le nuove autorità siriane.
Il ruolo di Arabia Saudita e Turchia
L’annuncio di Trump è stato attribuito in parte alle pressioni del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha ospitato l’incontro tra Trump e al-Sharaa a Riad. L’Arabia Saudita, insieme a Qatar ed Emirati, ha manifestato un cauto sostegno alla nuova leadership siriana, guidata da al-Sharaa e dal suo gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Questo sostegno si inserisce in una strategia più ampia di Riyadh per consolidare la propria influenza regionale, contrastando l’Iran e rafforzando i legami economici con una Siria post-Assad.
Anche la Turchia ha giocato un ruolo chiave. Ankara, principale sostenitore di al-Sharaa durante la guerra civile, ha partecipato all’incontro di Riad attraverso una telefonata del presidente Recep Tayyip Erdogan. La Turchia vede nella normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Siria un’opportunità per stabilizzare la regione e gestire la questione curda nel nord-est siriano, dove le Forze Democratiche Siriane (SDF), appoggiate dagli Stati Uniti, rappresentano una spina nel fianco per Ankara.
Le reazioni internazionali: entusiasmo e preoccupazione
La revoca delle sanzioni ha suscitato reazioni contrastanti. In Siria, migliaia di persone sono scese in piazza, sventolando la bandiera rivoluzionaria e celebrando la fine dell’isolamento economico. Le chiese locali, le ONG e persino la Lega Musulmana Mondiale hanno accolto con favore la decisione, sottolineando la necessità di proteggere i diritti di tutte le comunità siriane, incluse le minoranze religiose.
Tuttavia, non tutti hanno festeggiato. Israele, in particolare, ha espresso preoccupazione per il passato di al-Sharaa, ex leader jihadista con legami ad al-Qaeda, e per il rischio che la revoca delle sanzioni rafforzi un Governo percepito come instabile. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, già irritato dalla decisione di Trump di non visitare Israele durante il tour mediorientale, ha definito la mossa “un errore strategico” che potrebbe destabilizzare la regione.
Anche l’Unione Europea ha adottato un approccio cauto. Sebbene abbia revocato alcune sanzioni settoriali a febbraio 2025, concentrandosi su energia, trasporti e finanza, l’UE ha mantenuto misure contro individui legati al regime di Assad e ha rifiutato di rimuovere HTS dalla lista delle organizzazioni terroristiche. L’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, ha sottolineato che qualsiasi alleggerimento delle sanzioni deve essere condizionato a “progressi tangibili” nella transizione politica siriana.
Le implicazioni per la Siria e il Medio Oriente
La revoca delle sanzioni apre nuove prospettive per la Siria, ma il cammino verso la stabilità rimane irto di ostacoli. Da un lato, la fine delle restrizioni economiche potrebbe favorire gli investimenti stranieri e il lavoro delle organizzazioni umanitarie, migliorando le condizioni di vita della popolazione. Dall’altro, la transizione politica sotto al-Sharaa è fragile. La scoperta di fosse comuni, le tensioni con le comunità curde e le violenze settarie, come gli scontri che hanno causato oltre 200 morti a gennaio 2025, evidenziano le sfide che il nuovo Governo deve affrontare.
Inoltre, la decisione di Trump potrebbe ridefinire gli equilibri regionali. L’apertura verso la Siria e l’Iran, anch’esso oggetto di negoziati per un alleggerimento delle sanzioni in cambio di concessioni sul programma nucleare, suggerisce un approccio più pragmatico della nuova amministrazione americana. Tuttavia, questo riallineamento rischia di alienare alleati tradizionali come Israele e di complicare i rapporti con l’Europa, che rimane scettica sulla leadership di al-Sharaa.
Conclusione: una scommessa ad alto rischio
La revoca delle sanzioni contro la Siria rappresenta una scommessa audace di Donald Trump, influenzata da una combinazione di pressioni internazionali, interessi economici e lobbying interno, con la Syrian American Alliance for Peace and Prosperity in prima linea. Se da un lato la mossa offre alla Siria una chance di ricostruzione, dall’altro solleva interrogativi sulla capacità del nuovo governo di garantire stabilità e inclusività in un Paese segnato da profonde divisioni.
Come spesso accade in Medio Oriente, le grandi promesse di cambiamento si scontrano con la complessità della realtà. La SAAPP, con la sua visione di una Siria prospera e il suo intreccio di interessi politici ed economici, potrebbe emergere come un attore chiave in questa nuova fase. Ma il successo della sua agenda dipenderà dalla capacità di al-Sharaa di trasformare le aperture diplomatiche in riforme concrete, e dalla volontà della comunità internazionale di vigilare affinché la fine delle sanzioni non diventi un assegno in bianco per una leadership ancora in cerca di legittimità.
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