Se all’inizio del trentennio di globalizzazione la Svezia è parsa un modello virtuoso e riuscito di accoglienza e integrazione dei migranti, qualcosa da un po’ di tempo è cambiato e anche le istituzioni del regno nordico se ne sono rese conto. Il Governo di Stoccolma è alle prese con l’elaborazione di un piano di remigrazione che prevederebbe l’erogazione di un cospicuo compenso per convincere gli stranieri a lasciare il Paese scandinavo e fare ritorno in Patria.
Al momento, il disegno di legge è ancora una bozza perché entrerebbe in vigore dal 1 gennaio 2026, secondo quanto dichiarato dal ministro per la Politica migratoria e l’asilo, Johan Forsell. Però, dalle prime informazione trapelate da fonti istituzionali si stima che la cifra da destinare a ogni abitante con origini non svedesi consista in 350mila corone, il cui importo equivalente in euro è superiore ai 30mila. Quindi, a conti fatti, una famiglia che decide di tornare nel proprio Paese d’origine potrebbe intascare la golosa somma di 120 mila e passa euro, dal momento che la misura non si rivolge solo a chi risiede da qualche tempo su suolo monarchico ma anche a chi è nato in Svezia da genitori con passaporto estero.
Non è la prima volta che a Stoccolma si prendono decisioni volti a limitare la presenza di immigrati, se si considera che già nel 1984 fu approvata una legge che impegnava lo Stato a riconoscere un sussidio di 10mila corone, pari a poco più di 800 euro, per chi lascia il Paese volontariamente. Come ha spiegato Forsell, però, la misura è sempre stata poco conosciuta e si crede che il denaro offerto fosse troppo esiguo per stimolare l’interesse per il rimpatrio. La domanda a questo punto è: sono disposti i cittadini stranieri a incassare fior di quattrini governativi per ricominciare una nuova vita lontana dalle abitudini scandinave?
Secondo un sondaggio diffuso dal sito Alkompis, il 77% dei 2.700 stranieri che hanno preso parte alla rilevazione ha dichiarato di voler declinare l’offerta e proseguire con la permanenza in Svezia, mentre solo il 15% di loro si è detto interessato e un piccolo 8% ha affermato di non avere un parere al riguardo. V’è di più, perché il 66% di coloro che hanno risposto picche al sussidio di remigrazione, ha specificato di non esser disposto a cambiare giudizio nemmeno se il compenso superasse le 350mila corone, mentre il 25% ha detto di poterci ripensare. Perché rimanere in una terra che ti sta invitando ad andartene coprendoti tra l’altro non proprio di oro, ma di banconote che farebbero comodo a chiunque abbia un reddito medio? Semplice, il welfare state scandinavo fa gola a tanti e la possibilità di accedere a servizi spesso gratuiti o a un sistema scolastico e previdenziale tra i più avanzati del mondo, è qualcosa che tanti che vivono altrove si possono solo sognare.
Chissà se questi numeri faranno tornare sui propri passi l’esecutivo che finora si è dimostrato molto determinato a mandare in porto il suo progetto, forse facendosi forte dei numeri del 2023 che hanno certificato un incremento dell’emigrazione rispetto all’immigrazione, con una diminuzione delle richieste d’asilo e dei permessi di soggiorno? Oltre a ciò, il vero motivo probabilmente risiede nelle tensioni etniche, fatto che attesta il fallimento del modello d’integrazione nordeuropeo, che da ormai un decennio e oltre scuotono la società svedese, dai quartieri ghetto in cui vige la legge coranica, Shari’a, e in cui nemmeno la polizia osa entrare, agli episodi di intolleranza noti come “roghi del Corano” che hanno esacerbato l’acredine tra cristiani e musulmani.
Ovviamente, l’equilibrio multietnico è stato duramente messo a prova da quasi un anno a causa del conflitto in Palestina che ha infiammato gli animi della comunità araba e islamica, come accaduto con l’imponente manifestazione tenutasi a Malmö, in occasione dell’Eurovision Song Contest, in cui si chiedeva l’estromissione della cantante israeliana dalla gara. Poprio sulla questione palestinese è opportuno soffermarsi e riflettere sul comportamento del Governo svedese. Il regno scandinavo ha stanziato 400 milioni di corone per l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente ed è stato tra i principali promotori di un dialogo con Israele affinché fosse consentito un corridoio di accesso alla Striscia di Gaza per gli aiuti umanitari. Tutto lodevole, ma c’è un però: come mai la Svezia non ha accolto i profughi palestinesi bisognosi di assistenza medica come richiesto dal Commissario per la Salute dell’Ue?
A gennaio di quest’anno, 3mila cittadini ucraini sono stati ricoverati in ospedali di nazioni europee tra cui la Svezia, perciò ci domandiamo perché lo stesso non possa avvenire per una popolazione stremata da quasi un anno di brutalità belliche in cui sono i bambini ad essere le vittime che necessitano di cure maggiori. Non possiamo non constatare che il sostegno di prossimità non manchi mediante la fornitura di attrezzature e beni di prima necessità, ma non vorremmo pensare che l’esecutivo nordico, in nome del piano di rimpatrio dei migranti, non voglia accogliere i palestinesi per poi ritrovarsi, se e quando questa maledetta guerra sarà finita, a elargire generose somme di denaro anche a loro oltre ai migranti già presenti sul territorio svedese. Ci auguriamo davvero che non sia questo il motivo alla base e che presto la Svezia e altri si facciano carico della tragedia umanitaria in corso a Gaza.
A ogni modo, non è difficile credere che tra due anni il sussidio di remigrazione veda la luce, ma sarà curioso capire quanti saranno i fruitori e al momento le prospettive non sono del tutto rosee. Detto ciò, la proposta di Stoccolma è sintomatica del terremoto che da diversi anni scuote la fortezza della globalizzazione che faceva delle migrazioni e del multiculturalismo una colonna portante, ma che da tempo presenta crepe profonde come in tanti altri pilastri senza sapere per quanto tempo ancora reggeranno l’intera struttura sotto cui tutto il mondo ci è stato negli ultimi trent’anni.