L’asse sunnita contro l’Iran Ma Erdogan cambia le carte in tavola

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Politica /

Mentre in Medio Oriente si calibrano gli equilibri nati coi postumi della guerra siriana, qualche scricchiolio viene dal colosso che proprio in Siria è stato protagonista e a tutti gli effetti tra gli assoluti vincitori della partita politica e militare: l’Iran.

Mentre fonti governative di Teheran si affrettano a dare per spento l’allarme “controrivoluzione”, il tempismo con cui si è arrivati alla cosiddetta Primavera persiana sembra sospetto al punto da lasciare spazio ad alcune riflessioni. Le immagini giunte ad inizio anno dall’Iran ricordano quelle che nel 2011 arrivavano dal Maghreb e dalla Siria, lasciando intuire l’inizio di un periodo di grande destabilizzazione o addirittura di rovesci politici.



Dando comunque per ovvia l’esistenza di una società iraniana stanca degli ayatollah, va detto che le coincidenze in politica sono cosa rara.

Per dare adito ad illazioni su trame golpiste ordite da potenze straniere quindi, non è necessario ricorrere alla propaganda dei potenti di Teheran.

I piani di Usa, Israele e Arabia Saudita più che dalle accuse iraniane possono essere evinti ed interpretati alla luce delle dinamiche diplomatiche degli ultimi mesi. Le ansie di Washington, Tel Aviv e Riad sono ruotate sempre e solo intorno ad punto chiave: controbilanciare l’accresciuto peso dell’Iran in Medio Oriente, in particolare in considerazione degli attuali scenari in Siria, Iraq, Libano e Yemen.

L’Iran è dunque nel mirino?

Non è cosa nuova e non è difficile capirlo; lo stupore semmai riguarda la rapidità con cui si è passati dai desiderata ai fatti, che al netto del filtro malizioso dei media, hanno realmente portato l’Iran ad un passo dalla crisi civile e istituzionale.

L’Iran certamente non è un esempio di democrazia virtuosa, né tantomeno il baricentro globale dei diritti umani. Rimane tuttavia un Paese stabile che è riuscito a mantenere integro il suo posizionamento geopolitico per quattro decenni, senza scendere a compromessi. Lo ha fatto soprattutto maneggiando con cura il delicato passaggio alle presidenziali del 2013, dove la stella del falco Ahmadinejad ha ceduto l’orizzonte al moderato Rouhani, poi rieletto nel 2017.

La capacità di gestire transizioni importanti, dagli inevitabili riflessi sulla politica internazionale, si è dimostrata anche nella tenuta interna delle istituzioni sacre della moderna Persia: le forze armate e soprattutto i Pasdaran, Guardiani della Rivoluzione e della continuità politica. Durante la minicrisi di inizio 2018, nessun apparato dello Stato ha palesato crepe o indugi, evidenziando differenze sostanziali rispetto ad altri casi recenti di rivolte popolari (indotte o meno che siano) nel Vicino Oriente e in Nord Africa. Il sistema di potere in Iran ancora una volta non appare gestito da clan o élite presidenziali, ma si presenta come un circuito di apparati collaudati e di regole rigide, imposte quanto vogliamo, ma ormai penetrate a fondo in tutti i settori della società.

In altri termini, ribaltare il tavolo a Teheran è più difficile che altrove e comunque molto difficile da pianificare dall’esterno.

Più che analizzare il “come”, sarebbe opportuno però riflettere sul “perché”, e valutare l’opportunità politica di esercitare pressione continua contro il sistema di potere degli ayatollah.

Secondo criteri di equilibri geopolitici e di buon senso, non è azzardato riconoscere all’Iran un ruolo significativo nello scacchiere (non solo) mediorientale fino a considerarlo in termini pragmatici addirittura necessario.

La Persia, dopo una lunga quarantena politica seguita alla nascita della prima teocrazia moderna nel ’79, ha riguadagnato posizioni nel gotha delle nazioni che contano, finendo per controbilanciare lo strapotere saudita e l’ormai conclamato binomio sunnismo-jihad, che ha fatto scorrere molto sangue in Occidente e imbarazzato non poche cancellerie.
L’Iran sciita è entrato nel XXI° secolo come il tassello mancante di quel mosaico pluto-sunnita destinato a governare il mondo e a stringere l’Occidente nella morsa del ricatto islamista.

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Per assurdo, proprio l’Iran culla di quel radicalismo khomeinista che per la prima volta da secoli aveva agitato masse trascinandole al martirio nel nome di Allah, è diventato fondamentale per evitare che interpretazioni integraliste sunnite del Corano (su tutti il wahabismo) diventassero un punto di riferimento assoluto dall’Oceano Indiano all’Atlantico, unendo virtualmente Islamabad e Dakar in un asse afroasiatico, guidato dall’egida saudita.

L’importanza di una Teheran forte e sciita a fronte di fenomeni politici come i Talebani, Al Qaeda e lo Stato islamico, dalla fine degli anni ’80 in poi si è rivelata decisiva. Il percorso è stato lento e faticoso ma indubbiamente progressivo, proporzionale all’identificazione del fondamentalismo sunnita come padre di tutti i terrorismi internazionali.

L’idea di un Iran utile è stata col tempo sdoganata da molti, fatta eccezione per Israele e i suoi aventi causa, costretti per questioni di sopravvivenza, a leggere nel “regno del pavone” il più irriducibile dei nemici.

Gli esiti della guerra in Siria hanno però frenato questa tendenza e in qualche modo hanno rimescolato le carte, alimentando di nuovo l’idea di un pericolo persiano.

Un Iran sponsor allo stesso tempo di Baghdad, Damasco e Beirut non era prevista nemmeno negli scenari più remoti, soprattutto se a strizzare l’occhio si fosse presentata la rinnovata potenza di Santa Madre Russia.

La ciliegina sulla torta è stata la crisi tra Arabia Saudita e Qatar del 2017, che ha riecheggiato lo spauracchio di una Teheran aggressiva, riportando i livelli di ossessione anti-sciita ai tempi dello scoppio della guerra Iran-Iraq del 1980.

Il nuovo clima anti-Iran, portato alla ribalta addirittura alle Nazioni Unite, sta riesplodendo nei corridoi diplomatici come nei giorni di Eagle Claw, spinto in particolar modo da due assunti strategici dell’amministrazione Trump: non mostrarsi debole di fronte ai nemici (quali essi siano); coccolare Israele dopo lo scacco siriano.

A questa cordata anti-iraniana fanno da contraltare però le posizioni della Turchia di Erdogan, sempre più battitore libero del quadrante mediorientale.

Ankara spinge a fondo e continua a giocare le carte importanti che le contingenze storiche le offrono. L’abilissimo Erdogan rilancia il suo ricatto interno alla Nato e non perde occasione per prendere le distanze dagli Usa.

Le dichiarazioni di solidarietà all’Iran di Rouhani ribadiscono tre punti sostanziali:

la Turchia non è più parte integrante di un disegno politico atlantico;le relazioni tra Israele e Turchia sono ai minimi storici;l’asse Turchia-Iran-Russia non è attivo solo sullo scenario siriano ma assume ormai consistenza strategica.

Teheran e Ankara hanno molti interessi comuni. Erdogan lo sa e li usa per i suoi interessi interni, cosciente che il tentativo di golpe del luglio 2016 ordito dalla sponda atlantista vada vendicato. I riflessi internazionali sono enormi.
Il leader turco si spinge oltre.

Allargando la questione Iran al Pakistan, mette a soqquadro equilibri secolari e agita le acque. Proprio il Pakistan, in controtendenza allo storico posizionamento filo saudita, per voce del ministro della difesa Dastgir Khan, critica la strategia americana in Medio Oriente e pone le basi per riflessioni strategiche per il prossimo futuro. Se il nuovo corso della Turchia di Erdogan è ormai ampiamente dibattuto, i malumori che arrivano da Islamabad, sempre più attratta dalle sirene cinesi, fanno tremare i polsi.

Cosa sarà dell’inossidabile vincolo fra Pakistan e Arabia Saudita?  Russia, Cina, Iran e Turchia possono davvero cambiare le proiezioni geopolitiche del nuovo millennio? In sostanza, gli eventi in Iran di inizio anno, a cosa preludono? Difficile prevedere con certezza.

Probabile che la pressione sull’Iran rimarrà costante perché gli Usa non possono smettere di assecondare Israele in questa delicata fase storica. L’isterismo anti sciita convergerà su nuove crisi, ma alla luce degli eventi siriani, è difficile immaginare che a Teheran succeda qualcosa di grosso. Potrà tramontare il mondo degli ayatollah in tempi medio lunghi, ma chi ha permesso ad Assad e a Hezbollah di vincere in Siria, non permetterà che l’Iran torni in a breve ai tempi filoamericani dello scià. Tutto è possibile, ma i crediti accumulati negli anni dal blocco sciita avranno un’eco politica duratura.

È inevitabile quindi considerare lo sviluppo di un bipolarismo globale tra Paesi allineati per necessità strategica e quel che resta dell’Occidente, sempre meno convinto e soprattutto sempre meno coeso. La Guerra Fredda è finita da tempo, ma la fluidità di nuove alleanze congiunturali, con ogni certezza, non permetterà più un mondo unipolare.