Summit cruciale a Teheran tra iraniani e delegazioni del Patto della Mecca

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

In un giorno caratterizzato dalle notizie sull’esito di elezioni di importanza capitale, in Brasile e Serbia, e alla vigilia di elezioni ancora più decisive, quelle in Israele, è passata sottotraccia una notizia altrettanto, se non più, rilevante, provienente dal Medio Oriente: il summit odierno tra delegazioni di alto profilo dei Paesi aderenti al Patto della Mecca e le più alte cariche della Repubblica islamica iraniana.

Un summit di importanza capitale. Il viceministro degli Esteri saudita Rayad Krimly, nel dare l’annuncio, ha affermato che la visita “rientra negli sforzi in corso da parte degli stati del Patto di Mecca per allentare la tensione [regionale] e incoraggiare il dialogo e le soluzioni diplomatiche. Essa sostiene inoltre gli sforzi di mediazione intrapresi da Qatar e Pakistan” nell’ambito del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele.

Le delegazione saudita sarà guidata dal ministro della Difesa, il principe Khalid bin Salman, fratello del principe ereditario e di fatto reggente del Regno, Mohamed bin Salman; quella pakistana dal Capo di Stato Maggiore, il feldmaresciallo Asim Munir, l’uomo forte del Paese e figura chiave della trattativa Iran-Usa; quella turca da Ibrahim Kalin, a capo dell’Intelligence nazionale.

Tali delegazioni s’incontreranno con Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran, e con il presidente Masoud Pezeshkian. L’alto profilo dei convenuti e dei loro interlocutori evidenzia ancor più, se ce ne fosse bisogno, l’importanza del vertice.

Negli incontri, riferiscono i report, si cercherà di trovare una soluzione alle varie conflittualità mediorientali, o quantomeno di attutirle, a iniziare dal conflitto iraniano e dalla guerra che si sta consumando in Yemen tra gli Houti e le forze governative sostenute dai sauditi.

La guerra yemenita ha allontanato notevolmente Riad da Teheran, ponendo fine a un processo di distensione che si era sviluppato durante l’aggressione israelo-americana contro l’Iran (Riad ha sostenuto con forza la causa della de-escalation). Ciò perché gli Houti sono considerati una propaggine di Teheran, laddove, come hanno sempre specificato le autorità iraniane, sono loro alleati con una propria agenda, in parte distinta da quella di Teheran.

E la guerra attuale nasce propria da tale agenda, con la milizia yemenita che chiede la fine del blocco draconiano imposto al loro Paese, in particolare ai territori in cui vive la loro gente (l’80% della popolazione yemenita), e dell’influenza pervasiva saudita sul loro Paese.

Richieste che Riad finora non ha preso nemmeno in considerazione, confidando in un’impossibile vittoria militare (impossibile almeno in questa situazione, se sarà rilanciata l’aggressione all’Iran, le cose potrebbero cambiare… forse).

L’Iran si è più volte proposto di mediare, ma finora tale apertura non aveva trovato orecchie interessate nonostante i danni che gli Houti stanno infliggendo all’economia di Riad rispondendo con missili e droni ai diuturni bombardamenti sauditi sul loro territorio (ieri sono state colpite altre abitazioni civili, 17 le vittime yemenite).

A sbloccare la situazione sembra sia stata la visita di lunedì scorso di Munir in Iran, il quale, in un incontro con Rezaei, aveva dibattuto a lungo della questione yemenita (non per nulla le delegazioni del Patto della Mecca oggi si incontrano con lo stesso Rezaei).

In quella sede Munir aveva proposto il summit odierno, ipotesi che Teheran aveva accolto con favore, come ha riferito il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Ismail Baqaei (e dire che tutti i report di allora avevano parlato di un incontro inconcludente…).

Era il giorno fatidico nel quale Netanyahu ha provato per l’ultima volta a rilanciare la guerra contro Teheran prima delle elezioni israeliane, inviando decine di jet ai confini dell’Iran nella speranza di una reazione (il Temesofisrael riporta anche di uno “scontro senza precedenti” tra Bibi e il Capo di Stato Maggiore dell’IDF Eyal Zamir, che ha contrastato duramente le pressioni del premier per innescare tale guerra prima delle elezioni…).

Ma il vertice delle delegazioni dei Paesi della Mecca con gli iraniani non sembra destinato a rimanere confinato al conflitto iraniano e quello yemenita. Infatti, come riporta Dawn, si parlerà anche delle altre criticità regionali non meno importanti, cioè delle “politiche espansionistiche di Israele e gli sviluppi in Palestina e Libano”.

Resta da vedere se questo primo passo riuscirà ad aprire la strada a una concreta cooperazione tra questi Paesi per tentare di stabilizzare la regione e trovare vie di risoluzione endogene alle conflittualità che vi abitano o resterà un solo un tentativo.

Tanto è sospeso all’esito delle elezioni israeliane di domani: nel caso in cui Netanyahu riuscisse in qualche modo a vincere, ad esempio tramite un governo di unità nazionale, difficilmente si potrà frenare l’attuale spinta destabilizzatrice, che verrebbe anzi accelerata.

Di interesse notare che stasera, dopo aver incontrato le delegazioni del Patto della Mecca, Pezeshkian volerà a Mosca dove incontrerà Putin. A tema la cooperazione con la Russia, il conflitto con gli Usa e tanto altro. Ma va tenuto presente anche che a inizi settembre il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva incoraggiato l’adesione dell’Iran al Patto della Mecca. Ipotesi che ha rilanciato domenica 18 ottobre quando è sbarcato a Teheran, la prima visita di un alto funzionario russo in Iran dall’inizio della guerra.

Più che probabile che nel summit odierno tra i Paesi del Patto della Mecca e le autorità iraniane si parli anche di questa ipotesi, ventilata fin dal primo vagito del Patto: anche se al momento è aleatoria, ormai è comunque entrata nell’orizzonte degli eventi. Se si concretizzasse, sarebbe un passo epocale.