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Una visita meno scenografica, di pura politica e che offre un risultato chiaro: Washington e Tel Aviv non hanno idee convergenti sulle modalità con cui gestire il dossier Iran. Il viaggio di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca alla corte di Donald Trump si conclude con un annuncio che non riguarda Gaza, come era successo poche settimane fa durante il viaggio di febbraio del premier israeliano a Washington, ma bensì la Repubblica Islamica. Trump ha usato il contesto del colloquio allo Studio Ovale col primo ministro di Tel Aviv per annunciare la ripresa del dialogo per concludere un nuovo accordo sul nucleare dopo quello del 2015 che lo stesso capo di Stato Usa aveva stracciato tre anni dopo.

Sabato saranno avviati, ha detto Trump, “negoziati diretti con l’Iran sul nucleare” e, secondo Trump “tutti concordano che fare un accordo [con l’Iran] sarebbe preferibile a fare l’ovvio”, ovvero vagliare l’opzione militare spesso paventata da Israele contro gli impianti nucleari di Teheran.

Si tratta di una notizia a dir poco importante, dato che in molti avevano scommesso che il viaggio di Netanyahu negli Usa si sarebbe risolto in una passerella. E invece emerge questo dato politico che appare lampante: Washington intende usare le armi della politica e della diplomazia per ridimensionare e contenere l’Iran, ma esclude per ora a qualsiasi forma di iniziativa militare. Preferibili sono per gli Usa un misto tra sanzioni economiche, pressioni indirette come i bombardamenti sugli Houthi yemeniti alleati dell’Iran e diplomazia triangolare con attori, come l’Oman, disponibili a mediare i primi dialoghi tra Washington e Teheran dalla fine del Jcpoa dell’era Obama nel 2018.

Il nucleare iraniano è stato negli ultimi anni come il sarchiapone degli sketch comici di Walter Chiari e Carlo Campanini, un animale immaginario inventato come spauracchio ma che se evocato ha comunque un effetto, facendo parlare di sé condiziona l’attività di chi vi si interessa. Vale per gli stessi iraniani, a cui dopo la serie di scoppole subite nel 2024 sul piano geopolitico tra Libano, Siria e fronte interno fa comodo poter contare su uno strumento di deterrenza anche solo retorico. Serve a Israele come giustificazione della deterrenza militare e a Washington per mantenere schierate le forze nella regione mediorientale come strumento di pressione sui suoi rivali. Tutti ne parlano senza sapere se sia reale o realistico, a partire dallo stesso Iran a cui la leva della possibile corsa all’atomica (che l’Agenzia internazionale dell’energia atomica ha definito remota e non pienamente in corso oggi) serve come strumento di influenza regionale e leva per la rimozione di dure sanzioni che ne colpiscono l’economia.

Per Israele in passato la corsa iraniana all’atomica è diventata un simbolo, un allarme geopolitico e strategico ma anche la leva con cui giustificare la proiezione militare nella regione. Nel 2015 Barack Obama “disarmò” Netanyahu togliendo dal campo lo spauracchio di Teheran ed è all’incirca quanto oggi vuole fare Trump. A Washington, forse, le colombe hanno maggior spazio, consapevoli rispetto al passato che un conflitto diretto avrebbe costi economici, militari e sociali immensi e non giustificabili con nessun obiettivo.

L’Iran, poi, non è assolutamente una minaccia vitale alla sicurezza Usa, ma un rivale con cui si può cercare un modus vivendi. Un ragionamento tipico del modo di pensare trumpiano e che si inserisce in quel contesto già animato dai negoziati con la Federazione Russa in cui, oltre all’Ucraina, il Medio Oriente può esser considerato uno dei piatti forti. Ed è certo che la saldatura tra la trattativa Usa-Iran e quella Usa-Russia sia tutto fuorché inconcepibile. La sicurezza collettiva dei teatri internazionali è una sola e più minacce la perturbano. Nessuno scenario si può risolvere in modo unilaterale e caotico senza un vero ragionamento d’insieme. Il fatto che possa prendere piede è tutto un altro discorso, ma Washington e Teheran ci provano. Con buona pace di Netanyahu…

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