Giuseppe Conte non molla l’intelligence. Più delle discussioni sulla difficoltà nel garantire organicità a una maggioranza di governo creata dalle circostanze (il timore del ritorno alle urne nel 2019) e compattata dall’emergenza epocale della pandemia di coronavirus e dei dibattiti sulla futura gestione dei fondi europei di Next Generation Eu è il tema del futuro dei servizi segreti ad agitare maggiormente le acque del governo giallorosso. Questo perché sul dossier intelligence Conte vuole costruire una personale base di potere di lungo periodo e al contempo le sue aspettative si scontrano con il fronte, questa volta compatto, di una maggioranza intenzionata a fare da argine al protagonismo del premier. Ma parimenti divisa sul futuro assetto da dare a quella autorità delegata per il coordinamento dell’intelligence che i partiti chiamano a sé e Conte immagina, invece, tecnica.

Sul tema, come negli altri campi, sono Matteo Renzi Italia Viva la più dolorosa spina nel fianco di Palazzo Chigi. Ma la serietà del tema per la futura durata dell’esecutivo giallorosso e per l’avvenire politico di Conte è garantita dal fatto che l’autorità delegata interessa e non poco anche gli azionisti di maggioranza del governo: il Movimento cinque stelle, prima forza in Parlamento, e il Partito democratico, desideroso di saldare il suo controllo sulla sicurezza nazionale dopo aver occupato con Lorenzo Guerini il ministero della Difesa.

Dagospia fa notare che “Conte, pronto a qualsiasi concessione su altri tavoli pur di continuare a tenere per sé il controllo, ha già fatto sapere che su questo non mollerà. Utilizzando argomenti quanto meno originali: la guida dei servizi segreti, ha teorizzato, non può essere data ad un partito diverso da quello del premier”. Ribadendo la logica del governo giallorosso come compromesso permanente incentrato sull’Io politico del premier. Dotato tanto di potere negoziale quanto di una bolla di influenza che Conte è intenzionato a espandere in continuazione. Dalla valenza geopolitica dell’intelligence alla necessità di alimentare la sua “indispensabilità”, passando per una serie di dossier in cui la volontà di Conte di guidare i servizi in prima persona si è scontrata con il suo forte personalismo e la sua goffaggine politica (Obamagate, Silvia Romano, pescatori in Libia) Conte ha ben più di un motivo per pensare di occupare con forza la zolla degli 007. Ma la sua giustificazione, che Renzi ha definito da “analfabeta istituzionale”, si scontra con la crescente irritazione dei partiti di governo per il solipsismo di Palazzo Chigi.

L’ex premier e alti esponenti del Pd non nascondono che i giochi d’intelligence di Conte possano essere il preludio a una strategia volta a “trasformasse le strutture dello Stato a propria immagine e somiglianza, con l’obiettivo di organizzarsi un partito personale per svuotare il Movimento, vampirizzare il Pd e annientare Iv”. Renzi e i suoi ormai hanno passato il Rubicone nello scontro con Conte che, a ben guardare, non può non toccare temi di sicuro interesse per Pd e M5S. Resta la scadenza fissata per l’ Epifania, giorno dopo il quale l’ex Rottamatore vuole una risposta e un cedimento del premier a una scelta di delega di origine partitica o a un tecnico di altissimo profilo istituzionale e di certificata indipendenza. Quindi non una figura come il capo del Dis Gennaro Vecchione, ritenuto troppo “contiano”.

Il progetto politico di Conte rischia sul tema intelligence l’osso del collo. Conte non può non portare fino in fondo la sua linea. In caso di cedimento, il suo commissariamento politico sarebbe certificato, si aprirebbe la strada a un rimpasto che ne depotenzierebbe la capacità negoziale e si darebbe fiato a coloro che vogliono un ridimensionamento del premier o, in prospettiva, la sua sostituzione con una figura istituzionalmente più granitica. Conte darebbe pertanto la certezza di non esser più il decisore politico di ultima istanza. Ma anche in caso di muro contro muro la maggioranza potrebbe scricchiolare e la permanenza di Conte a Palazzo Chigi venire messa in discussione da personalismi e progetti unidirezionali. A giocare con l’intelligence con eccessiva leggerezza i politici rischiano di scottarsi, e il naif Conte non fa eccezione. Resta la certezza che siano i servizi l’unico punto potenziale di caduta di una coalizione sempre più raffazzonata e preda delle lotte di potere interne.