Buone notizie per la transizione democratica in Sudan. Mohamed Hamdan “Hemeti” Dagolo, uno degli esponenti più importanti delle forze armate sudanesi, ha confermato che i militari rispetteranno i termini dell’accordo con l’opposizione democratica del Paese. Accordo che verrà ratificato oggi e che servirà ad istituire una vera e propria road map istituzionale per favorire, dopo un certo periodo di tempo, l’assunzione del potere da parte dei civili.

Mesi di sangue ed incertezza

La vita politica sudanese è stata recentemente segnata da tumulti e spargimenti di sangue. Il regime retto da Omar al Bashir, presidente sin dal 1989 e coinvolto in gravissimi abusi dei diritti umani, è  caduto nel mese di aprile in seguito a un colpo di Stato militare, dopo mesi di proteste da parte della popolazione. Quelli che, nel dicembre del 2018, erano iniziati come moti contro il rincaro del costo della vita e la scarsità della benzina si sono presto trasformati in manifestazioni anti-governative. Folta la partecipazione di giovani e della società civile, desiderosi di un futuro più democratico e di un Paese diverso. I problemi non sono però  terminati con la fine della presidenza Bashir. Le relazioni tra l’opposizione politica e il consiglio militare di transizione, che aveva assunto il potere in seguito alla caduta del precedente esecutivo, si sono rivelate molto difficili. Le forze di sicurezza miravano a conservare una certa influenza durante la fase di transizione mentre i civili, dopo aver subito una sanguinosa dittatura trentennale, auspicavano un passaggio di consegne all’opposizione. Non sono mancate violenze e spargimenti di sangue come quando, a partire dal 3 giugno, più di 100 dimostranti sono stati uccisi da forze paramilitari sudanesi, molti altri sono stati arrestato, torturati e decine di donne sono state violentate. Le forze di sicurezza avevano inoltre, in quei giorni, vietato l’uso di internet nel Paese, rendendo ancora più difficile per gli attivisti denunciare le violenze subite. In seguito alla pressione della comunità internazionale, timorosa che gli scontri potessero provocare una guerra civile nel Paese, le due fazioni sono tornate al tavolo delle trattative fino a giungere, nella giornata del 17 luglio, alla firma dell’accordo preliminare.

Cosa prevede l’accordo

La transizione politica sudanese durerà circa tre anni e sara gestita da un Consiglio a composizione mista di civili e militari. Un membro delle forze armate lo presiederà per i primi 21 mesi, mentre un civile per i restanti 18. Cinque dei suoi membri saranno nominati dalle forze di sicurezza, cinque dai civili e l’ultimo dovrà godere del consenso di entrambe le parti. Garantita anche la presenza di un Comitato Tecnocratico, nominato dall’opposizione e di un Consiglio Legislativo, la cui composizione verrà definita a breve scadenza. Il primo ministro verra’ nominato nella giornata del 20 agosto e sara’ ad appannaggio dalle forze politiche, mentre i ministri dell’Interno e della Difesa verranno scelti dalle forze armate. L’accordo dovrà poi, ovviamente, reggere alla prova piu difficile: quello della gestione politica quotidiana.

Le incognite

Sulla carta la difficile situazione sembra essere stata risolta con un accordo che, al momento, soddisfa entrambe le parti. Bisognerà però vedere se i militari saranno disposti, dopo la lunga fase di transizione, a lasciare pacificamente e senza resistenze il potere. Il timore è che l’avvicinarsi della scadenza possa generare forme di resistenza in seno all’esercito. Il Sudan, inoltre, e’ un Paese dalla grande estensione territoriale, con significativi problemi economici e numerose tensioni interetniche di fondo, a partire dalla questione del Darfur. La gestione coordinata delle funzioni governative da parte delle forze armate e dei civili potrebbe rivelarsi un’opportunità ma anche un ostacolo allo sviluppo del Paese, a causa di possibili differenze di vedute tra i due schieramenti. L’auspicio della popolazione civile è quello di poter giungere, dopo decenni di violenze e soprusi, ad una forma democratica di governo che sia anche rispettosa dei diritti umani. Resterà da vedere se l’ex presidente Omar al Bashir, attualmente sotto processo per corruzione, continuerà a restare sullo sfondo o potrà, in qualche modo, tornare ad assumere una certa rilevanza. Il Sudan, ad ogni modo, si appresta ad entrate in un’era nuova ed incerta, con la speranza di un futuro migliore.