L’Africa continua ad essere uno dei più importanti e vasti terreni di scontro delle potenze del nuovo mondo multipolare. Non deve sorprendere dunque che ogni Stato africano tenda in qualche modo a doversi avvicinare a una superpotenza globale in grado di garantirgli il supporto necessario al proprio sviluppo economico e, dall’altro lato, offrire in cambio materie prime o basi militari. Il Sudan non fa eccezione. Situato in un’area di fondamentale importanza, sopra il Corno d’Africa, sul Mar Rosso e tra Egitto, Libia e Africa centrale, il Paese, diviso recentemente dalla secessione della parte meridionale, è un tassello irrinunciabile nel mosaico africano. E non è un caso che siano in molti i Paesi ad averci messo lo zampino. In particolare quello che sembra esserci arrivato prima è la Russia, che non ha mai abbandonato i piani per un0infiltrazione nel continente africano, nonostante i pochi legami storici, politici ed economici. Ma è in realtà tutto il blocco eurasiatico ad aver intrapreso con Khartoum un rapporti di cooperazione su diversi livelli che può risultare estremamente interessante nel futuro dell’Africa.

La visita del presidente Bashir a Sochi per incontrare Vladimir Putin ha certamente dato indicazioni importanti. La Russia considera il Sudan un Paese importante nella propria strategia africana e il Sudan sa di non poter contare sugli Stati Uniti, soprattutto a seguito delle sanzioni imposte da Oltreoceano che, fra le altre cose, impedivano a Bashir di lasciare il Paese. Il leader sudanese ha ringraziato pubblicamente la Russia e Putin per il sostegno ricevuto durante tutto questo tempo ed ha chiesto “protezione” a Mosca rispetto agli “atti aggressivi degli Stati Uniti”. Parole molto forti cui si aggiungono quelle riguardo ai movimenti delle forze Usa nel Mar Rosso, definiti come pericolosi da parte del presidente sudanese, che è attualmente accusato di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. Il Mar Rosso è stato oggetto di primaria importanza nei colloqui fra Putin e Bashir. A fronte delle manovre americane, che il governo sudanese considera minacciose per la sua sicurezza, sembra che la Russia sia interessata a sviluppare il progetto di una base in territorio sudanese proprio sul mare che divide l’Africa dalla Penisola Arabica. Proprio per questo motivo, il presidente del Sudan ha avuto colloqui sia con Putin sia con Shoigu e questo progetto di un’installazione militare russa in territorio sudanese è stata confermata anche dal vicepresidente della Commissione Difesa del Consiglio della Federazione, Frants Klintsevich, in un’intervista alla Tass.

Ma non c’è solo la Russia ad avere un rapporto di cooperazione con il Sudan. La Turchia di Erdogan ha da anni avviato una politica di avvicinamento con il governo di Khartoum sia in ambito infrastrutturale, sia in campo alimentare. Il commercio tra Turchia e Sudan potrebbe aggirarsi introno al miliardo di dollari di volume, e i progetti infrastrutturali turchi nel Paese africano possiedono già un valore di circa 300 milioni di dollari. La visione neo-ottomana di Erdogan vede nell’Africa un’area di enorme importanza, e il Sudan, sia per la posizione vicina al Medio Oriente, sia per la sua vicinanza al Corno d’Africa, possiede un valore peculiare per gli interessi di Ankara. Un simbolo di questa collaborazione è arrivato in questi giorni, con l’operazione dei servizi segreti turchi in Sudan che ha portato alla cattura di uno dei supposti leader del movimento di Fetullah Gülen.

Anche la Cina ha messo gli occhi sul Sudan. Interessata in maniera spasmodica all’ingresso nel mercato africano, considera il Sudan uno Stato molto utile come corridoio economico per i suoi investimenti e le sue infrastrutture. Come riporta il Sudan Tribune, la Cina sta avviando i lavori per la realizzazione di una ferrovia che colleghi la città di Port Sudan, sul Mar Rosso, alla capitale del Ciad, N’Djamena. L’accordo siglato dalle aziende cinesi con il governo di Khartoum s’inserisce nel quadro della realizzazione di progetto di ampio respiro noto come la Via della Seta del Sahara-Sahel, e che si ritiene possa collegare in futuro la costa orientale africana con quella occidentale. Un progetto davvero rivoluzionario per le infrastrutture africane, ma anche dal punto di vista geopolitico, in cui Pechino potrebbe investire non solo le sue finanze e la sua tecnologia ma anche il suo peso politico e militare, con Gibuti come perno su cui far ruotare la sicurezza dei traffici. Il Sudan è il primo step di questo progetto e necessita di stabilità politica, ma anche che gli Stati Uniti ne stiano distanti. Un altro esempio di convergenze d’interessi fra Mosca, Ankara e Pechino.

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