“Sono orgogliosa di essere tra le persone che stanno facendo la storia del Sudan“. A parlare è Lana Haroun, autrice della fotografia virale scattata lunedì 8 aprile a Khartoum, capitale del Sudan, nel corso di una manifestazione contro il presidente al-Bashir. Uno scatto che ha fatto il giro del mondo e che ritrae Alaa Salah, la donna sudanese che guida i cori di protesta sul tetto di una macchina. Alaa Salah ha ventidue anni e studia ingegneria e architettura all’Università internazionale di Khartoum,
Come ha raccontato Lana alla Cnn, “in quel momento rappresentava tutte le donne e le ragazze sudanesi presenti al sit-in, stava mostrando loro la via. Alaa stava raccontando la storia della donna sudanese. Abbiamo una voce, possiamo dire quello che vogliamo. Abbiamo bisogno di una vita migliore”.
Ora è la stessa Lana Haroun che, dal suo profilo twitter, racconta queste ore convulse nella capitale del Sudan: “Ho deciso di fare questo video perché un sacco di persone in tutto il mondo mi hanno chiesto come sto” racconta. “Chiedo a tutti, nel mondo, di pregare per il Sudan e di condividere le foto delle proteste”. “Stiamo provando a fare la storia di questo Paese da soli – spiega – perché qua non ci sono giornalisti né tv. Raccontate a tutti la nostra storia nel mondo”.
Lana, presente su twitter dal 2011 e con all’attivo solamente 58 tweet, è diventata improvvisamente famosa grazie alla fotografia iconica che ha scattato l’8 aprile ad Alaa Salah, circolata sui media di tutto il mondo. Preghiere, quelle di Lana, che si sono concretizzate in queste ore con le dimissioni del controverso Presidente Omar al-Bashir.
Al-Bashir si è dimesso, golpe dei militari
Nelle scorse ore, il presidente Omar al-Bashir, al potere dal 1989, si è dimesso. Come riporta l’agenzia di stampa Reuters, Bashir ha dato le dimissioni e sono in corso consultazioni per istituire un consiglio di transizione per governare il Paese.
Il ministro della produzione e delle risorse economiche nel Darfur settentrionale Adel Mahjoub Hussein ha detto alla tv al-Hadath, che ha sede a Dubai, che “sono in corso delle consultazioni per formare un consiglio militare per prendere il potere dopo che il presidente Bashir si è dimesso”.
Al-Bashir si è dimesso a seguito di un colpo di stato dei militari. L’esercito e i servizi di sicurezza hanno schierato le truppe attorno al ministero della difesa e sulle principali strade e ponti della capitale, mentre migliaia di persone si sono radunate in una protesta antigovernativa al di fuori del ministero, ha raccontato un testimone alla Reuters. Decine di migliaia di sudanesi sono scesi in piazza nel centro di Khartoum in estasi, ballando e recitando slogan contro Bashir.
Chi è Omar al-Bashir
Dal 1989, il Sudan è governato da un regime nazionalista ed islamista, guidato dal generale Omar al-Bashir, del National Islamic Front – poi rinominato National Congress Party. In passato, al-Bashir ha fiancheggiato gruppi islamisti e radicali come al-Qaida e i gruppi di opposizione in Egitto, Eritrea ed Etiopia. Nel 1996 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il governo di al-Bashir per il fallito attentato all’allora presidente egiziano Hosni Mubarak.
Nel 2010, la Corte penale internazionale ha condannato Omar al-Bashir e altri esponenti del governo sudanese per crimini contro l’umanità e di guerra per i massacri compiuti nella regione del Darfur dove, dal 2007, opera la forza di pace congiunta Unamid (United Nations-African Union Mission in Darfur).
Arabia Saudita, Egitto e anche Cina sostengono il governo
Il Sudan ha ottimi rapporti con i Paesi del Golfo – fa parte della Lega Araba – e con la Cina, con la quale ha stipulato un accordo per la costruzione di un reattore nucleare. Saldo è il legame con l’Arabia Saudita e con gli Emirati Arabi, tant’è che circa 850 sudanesi partecipano all’intervento militare saudita nello Yemen contro i ribelli houthi. Il Paese interessa molto anche alla Federazione Russa. Come riporta Middle East Monitor, lo scorso luglio, Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo sudanese con l’obiettivo di “sviluppare la cooperazione militare nel prossimo futuro”.”Abbiamo buone opportunità di sviluppare relazioni in una vasta gamma di settori, compresa la tecnologia della difesa”, ha affermato Putin in quell’occasione.
Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi sostengono il presidente al-Bashir. All’inizio di gennaio, dopo che a dicembre in Sudan erano scoppiate le prime proteste, l’Arabia Saudita ha inviato ha inviato una delegazione diplomatica per “chiedere stabilità al Sudan” e “affermare che la sicurezza del Sudan è parte integrante della sicurezza del regno saudita”. Sempre a gennaio, al-Bashir ha incontrato a Doha l’emiro del Qatar Tamim bin-Hamad al-Thani al fine di aggiornarlo riguardo “gli ultimi avvenimenti inerenti la situazione e le sfide che affliggono il Paese”.
Da dove arriva il malcontento
La repressione in patria e l’ospitalità data in passato a terroristi del calibro di Osama Bin Laden, hanno pregiudicato i rapporti di al-Khartoum con i partner internazionali. L’isolamento, scongiurato soltanto dagli aiuti provenienti dai Paesi del Golfo, in particolare dall’Arabia Saudita, hanno permesso al Paese di evitare il collasso considerando anche che con la secessione del Sud Sudan del 2011 il Paese ha perso circa il 75% delle riserve di petrolio e relative entrate fiscali.
Ciò, tuttavia, non ha scongiurato il peggioramento delle condizioni economiche che hanno continuato a generare proteste, nate spesso, come in questo caso, su iniziativa degli studenti delle università. Come riporta il Financial Times, il Sudan aveva sperato che la fine del programma di sanzioni occidentali, cessate nel 2017, avrebbe normalizzato i rapporti commerciali tra il paese e l’ovest. Ma molte istituzioni finanziarie sono riluttanti a investire in Sudan e la maggior parte delle transazioni internazionali rimane difficile – sebbene non siano più vietate.
Le proteste degli ultimi mesi sono state cavalcate da Sadiq al-Mahdi e dal Partito della Nazione (Umma Party): al-Mahdi è stato presidente del Sudan nel 1966-1967 e dal 1986 fino alla sua destituzione il 30 giugno 1989 ed è vicino alla Fratellanza Musulmana. “La nostra richiesta – ha detto – è che questo regime se ne vada e venga sostituito da un governo di transizione”. al-Bashir ha replicato accusando i manifestanti di essere infiltrati da “agenti stranieri”, come riporta la Reuters, poco prima di dimettersi.
al-Mahdi, leader dell’opposizione, è membro del prestigioso Club de Madrid, organizzazione no-profit che comprende primi ministri ed ex presidenti di tutto il mondo e che ha l’obiettivo di “diffondere la democrazia nel mondo”. Tra i membri più noti troviamo l’ex Presidente Usa Bill Clinton, l’ex Presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbachev e l’ex Presidente del Consiglio e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi.
Il rapporto controverso con gli Stati Uniti
Lo scorso novembre, su pressione dell’Arabia Saudita, Sudan e Stati Uniti, hanno concordato l’inizio dei negoziati ufficiali al fine di rimuovere il Paese dalla black list degli stati sponsor del terrorismo. I negoziati seguono una fase di dialogo che ha portato Washington, nell’ottobre 2017, a revocare un embargo ventennale sul commercio con il governo sudanese.
Va però detto che in Sudan gli Usa sostengono economicamente le organizzazioni non-governative attraverso il Ned (National Endowment for Democracy) che “pungolano” il regime su vari temi, dalla libertà di stampa ai diritti umani: “Le attività del progetto – si legge – comprendono la fornitura di assistenza legale ai difensori dei diritti umani, la documentazione delle violazioni dei diritti umani e l’impegno in politiche volte a plasmare il cambiamento democratico” nel Paese.
Instabilità, un serio rischio per l’Italia
L’instabilità del Sudan potrebbe rappresentare un serio rischio per l’Italia, soprattutto per ciò che riguarda l’immigrazione. Il 3 agosto 2016 a Roma, il Capo della Polizia italiana, Franco Gabrielli e il suo omologo sudanese, Hashim Osman Al Hussein, hanno firmato un accordo sul tema della migrazione alla presenza di funzionari del Ministero dell’Interno e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
L’accordo prevede “la collaborazione tra i due paesi nella lotta alla criminalità, nella gestione dei fenomeni migratori e delle frontiere”. Come riporta il comunicato stampa, “l’accordo si iscrive nel più ampio quadro di cooperazione tra Sudan e Unione Europea sui temi migratori, con particolare riferimento al Processo di Khartoum (lanciato in Italia nell’autunno del 2014) e al Fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione Europea per la stabilità e la lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e del fenomeno degli sfollati in Africa (lanciato nel novembre 2015 al Summit di La Valletta, Malta)”.
La speranza per l’Italia è che in questa fase delicata si riesca a formare un governo di unità nazionale, stabile e sorretto dai militari. Per i sudanesi, che le dimissioni di Omar al-Bashir rappresentino una vera svolta dopo 30 anni di regime autoritario.