Sudan, la primavera che ha il sapore dell’inverno

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Che noia queste nuove “rivolte” africane. Anche in Sudan stessi scenari, stessi copioni e medesimi slogan: tutto parte dall’insofferenza dei ceti meno abbienti, da una povertà dilagante e da condizioni di vita sempre più difficili. Tutto inizia dalle periferie dei paesi in cui prendono piede le proteste, per poi sfociare nelle capitali e coinvolgere anche i ceti più abbienti. Infine, si individua il nemico comune nel dittatore di turno, vengono fatti propri dalla folla slogan tanto “forti” quanto privi di reale contenuto, si chiede una fantomatica democrazia e poi arriva il salto nel buio. Che alcune volte vuol dire guerra, altre invece, come in Sudan, inconcludenti colpi di Stato.

Un golpe che sa di mera sostituzione

A Khartoum il mondo mediatico che segue le proteste non può certo farsi mancare un simbolo. E così nella capitale sudanese una ragazza che balla in diretta Facebook davanti alcuni militaridiventa la novella Greta africana. Non ha fatto nulla per essere un simbolo e nei suoi canti non è contenuto nulla di concreto, se non la richiesta (legittima, ci mancherebbe) di “pace e democrazia” per il paese. Però, per qualche motivo, le storpiano (suo malgrado, probabilmente) anche il nome: da adesso è conosciuta come Kandaka, la regina nubiana al tempo dei romani. Forse è per questo che i militari decidono di muoversi. Non certo per paura dei ragazzi in strada, ma perchè vedendo quanto accade in passato nei paesi vicini ben si intuisce che, nel momento in cui ad una protesta vengono imposti simboli e leader dai media, si avvicina la fine del conto alla rovescia per un possibile cambio di regime.

Dunque, per molti generali basta soltanto “saltare il fosso” e le redini del paese permangono sempre saldi in mano loro. Si arresta il presidente Omar Al Bashir, anch’egli militare ed arrivato al potere con un altro colpo di Stato, al suo posto viene fatto sedere il suo ex vice: Awad Ibn Auf. Un militare di fatto fa spazio ad un altro militare. Sembra più un turnover che un’epocale fine di un regime durato trent’anni. Tanto più che i primi provvedimenti di Auf tutto sono tranne che democratici: viene sospesa la costituzione del 2005, si dichiara lo stato d’emergenza per due mesi, si impone un governo militare di transizione per (almeno) i prossimi due anni. Se il buongiorno si vede dal mattino, il “nuovo” Sudan sembra simile se non peggiore di quello appena abbattuto. O, per meglio dire, di quello appena semplicemente sostituito.

La piazza capisce, ma è troppo tardi

E le migliaia di persone in piazza a festeggiare l’annuncio degli “eroi” militari che in poche ore incredibilmente fanno quello che nessuno riesce ad attuare in trent’anni, forse capiscono che dall’occidente non bisogna importare proprio tutto. Almeno non gli slogan ed il modo di intendere le “rivoluzioni”. Marciare a Khartoum al pari di come un ragazzo europeo marcia con gli smartphone in mano per il “Friday For Future”, non fa arrivare la democrazia. A sue spese, la nuova Kandaka adesso può comprendere che il canto ed il ballo a favore di telecamera non può chiamarsi rivoluzione. Che l’unico effetto concreto prodotto dall’ostentata ingenuità di gioventù, è quello di mandare al potere una personalità come Auf, non esente da discutibili ruoli nella guerra in Darfur. Un conflitto che pesa sulle coscienze dell’intero paese, terminato quando molti studenti in piazza in queste ore sono poco più che bambini e di cui non hanno ricordi e forse nemmeno conoscenza.

Quando la piazza capisce, è troppo tardi. Sindacalisti, partiti di opposizione ed associazioni invitano a non abbandonare le strade ed i presidi, a non fidarsi dei militari. Si intuisce a cose fatte della semplice sostituzione avvenuta a Khartoum. Si inizia a percepire che copiare modelli di paesi vicini o slogan di giovanotti europei, non basta per ottenere gli effetti auspicati. Urlare contro il dittatore di turno, senza avere idea e cognizione di come, quando ed in che modo far avanzare la propria visione di paese, è solo un’opera fine a sé stessa e ben strumentalizzatile da più parti.

Chissà se a Khartoum le proteste adesso vanno avanti o meno. Di certo, sia i militari adesso (ancora di più) al potere e sia all’estero sanno bene quanto importante sia la stabilità del Sudan. E nessun canto e ballo può in qualche modo impietosire generali o cancellerie straniere. Anche perché, più ad est, bussano gli spettri jihadisti di Boko Haram e dell’avanzata dei fondamentalisti. Avere caos a Khartoum oggi, per molti, vorrebbe dire trasformare in inverno ed inferno l’ennesima noiosa primavera.