Sudan, Etiopia, Congo, jihadismo: le molte crisi che perturbano l’Africa

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Le crisi dell‘Africa contemporanea sono molte e polimorfe e delineano uno scenario geopolitico instabile in cui guerre, unità nazionali precarie, insorgenze jihadiste rendono critico il contesto interno di un continente strategico che, proprio per la sua crescente importanza nelle dinamiche globali, è oggi conteso da molti appetiti contrastanti. Per capire le sfide che lo riguardano abbiamo dialogato con Luciano Pollichieni, analista di scenari strategici e securitari specializzato nel contesto africano e nelle sue dinamiche geopolitiche e militari, autore della newsletter Substack “Africanismi”.

Lo scenario africano vede una serie di conflitti attivi e latenti che, oggigiorno, minacciano la stabilità del continente. Che scenari e che punti caldi interessano, principalmente, il continente?

“Se guardiamo alle regioni caratterizzate da instabilità e strategicamente più rilevanti, le aree calde sono fondamentalmente tre. La prima è il Sahel occidentale, in particolare Burkina Faso, Mali e Niger, che si trova al centro di un’insurrezione nominalmente jihadista  persistente. Segue l’area dei Grandi Laghi, in particolar modo quella delle province orientali del Nord e Sud Kivu della Repubblica Democratica del Congo. Qui è in corso una guerra tra il governo di Kinshasa, sempre più supportato dagli Stati Uniti di Donald Trump che hanno dispiegato i loro contractors nell’area, e il gruppo ribelle M23, supportato dal Ruanda, che è riuscito a estendere il proprio dominio su aree significative del Paese. Nonostante i ripetuti dinieghi ufficiali, il legame tra l’M23 e il governo ruandese appare evidente, come dimostrato anche dalle recenti sanzioni statunitensi comminate contro alti graduati dell’esercito di Kigali per il loro coinvolgimento nel conflitto.

Infine, il terzo fronte è quello del Corno d’Africa, dove assistiamo a una ridefinizione generale degli equilibri regionali e dei sistemi di potere interni a diversi Stati. In quest’area dobbiamo distinguere tre conflitti principali: la crisi nel Nord-Est dell’Etiopia, dove la regione del Tigray sembra prossima a una nuova guerra e poi le iniziative del governo etiope per garantirsi un accesso diretto al Mar Rosso, che si scontrano con la ferma opposizione di Somalia ed Eritrea; e infine la guerra civile somala. Quest’ultima è aggravata non solo dall’insurrezione di Al-Shabaab che continua a mostrarsi resiliente ma anche dal deterioramento delle relazioni tra il governo centrale e gli Stati federati.

Infine c’è la guerra dei “due generali” in Sudan, dove lo scontro tra le forze regolari guidate da Al-Burhan e i paramilitari delle RSF guidate da Hemedti mette in discussione il futuro stesso del sistema di potere interno allo Stato. Da un lato, l’esercito regolare mira a salvaguardare la leadership delle élite storica di Khartoum, mentre dall’altro le RSF puntano sulla cosiddetta “alleanza delle periferie” per ridimensionare o epurare i partiti islamisti legati al vecchio regime e dare un maggior peso nei centri decisionali del Paese al popolo delle periferie”.

Sul fronte del conflitto in Sudan, come la guerra a tuo avviso sta venendo impattata dall’estensione dei conflitti mediorientali al Golfo e all’Iran?

“Credo che in questa fase l’impatto della guerra in Iran sul conflitto sudanese sia piuttosto minimo, anche se mi rendo conto che questa valutazione mi pone in netta minoranza. Al momento, la dinamica bellica sul campo non risente in modo particolare dell’impegno iraniano nel difendersi dagli attacchi americani e israeliani, stiamo pur sempre parlando di un orizzonte temporale di circa 20 giorni, quindi abbastanza breve. Tuttavia, se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi più lungo del previsto, potremmo assistere a ripercussioni significative nel medio e lungo periodo. Per esempio l’Iran potrebbe non riuscire più a fornire il proprio supporto, specialmente la fornitura di droni e missili, alle forze regolari sudanesi (SAF), ridimensionandone le capacità belliche e spingendole a cercare nuovi fornitori.

Parallelamente, penso che assisteremo a un blocco quasi completo degli sforzi diplomatici per un cessate il fuoco: attori chiave come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sono attualmente assorbiti dalle conseguenze dirette del conflitto mediorientale, e quindi la mediazione diplomatica sul Sudan perde importanza nella lista delle loro priorità. Un altro aspetto fondamentale riguarda l’aumento dei prezzi di petrolio e gas. Sarà determinante osservare come le parti metteranno a frutto il controllo delle infrastrutture energetiche: i regolari controllano i terminali di Port Sudan, mentre le RSF hanno conquistato diversi giacimenti e coltivano rapporti importanti con il governo del Sud Sudan (il vero detentore degli idrocarburi in questo quadrante). A questo punto bisognerà vedere come l’aumento dei prezzi si innesterà nel calcolo bellico dei belligeranti. I due eserciti potrebbero decidere di danneggiare le infrastrutture o di utilizzare un numero sempre maggiore di effettivi per il controllo delle infrastrutture, capitalizzando sulla crisi energetica”.

Turchia, Emirati, Arabia Saudita: la guerra in Sudan è da molti ritenuta anche una “proxy war” tra potenze regionali mediorientali. Come si saldano gli archi di crisi del Medio Oriente e l’Africa orientale?

“Anche in questo caso ho un’opinione minoritaria: non considero la guerra sudanese una proxy par, né ritengo che l’instabilità in Medio Oriente e Africa Orientale possa essere ricondotta a un unico schema interpretativo. Spesso queste letture sono frutto di una certa pigrizia intellettuale nostra o di una scarsa conoscenza della natura profonda dei conflitti africani. La guerra in Sudan ha cause chiare ma di tutt’altra natura. La caduta del regime di Al-Bashir ha innescato un processo endogeno di ridefinizione degli equilibri di potere. I militari e le RSF sono stati d’accordo solo sull’esclusione dei civili dal futuro governo; una volta rimossi i civili dal governo, l’impossibilità di una convivenza tra Al-Burhan e Hemedti è diventata ineludibile e ha portato inevitabilmente alla guerra.

Gli Stati esterni si sono limitati a riposizionarsi per cercare di mantenere un ruolo di rilievo o prepararsi a un futuro tavolo della pace, ma la violenza sul campo è dettata da due visioni opposte per il futuro del Paese e meeno dalle agende di attori esterni. Lo dimostrano sia il fatto che la dinamica del conflitto in Sudan, a 20 giorni dallo scoppio della guerra in Iran, è sostanzialmente intatta, cioè è rimasta quella carneficina che culmina in una guerra d’attrito. Lo dimostra anche la formazione di due governi paralleli tra Khartoum e il Darfur. Mentre in Medio Oriente assistiamo a un classico conflitto interstatale, in Africa si combatte per ridisegnare la cartografia e gli equilibri interni, influenzati da una bilancia demografica in piena espansione che differisce da quella mediorientale. Esistono certamente legami geografici e commerciali tra le due regioni, come la rotta del Canale di Suez, che è parte di un unico circuito commerciale che comincia nello stretto di Hormuz ma i conflitti africani mantengono una loro autonomia e non sono necessariamente lo specchio di quelli esterni. Se così non fosse allora perché non ci poniamo mai la domanda in termini inversi: cioè come le tensioni in Sudan, in Etiopia o in Somalia stanno influenzando le dinamiche mediorientali? Dovremmo imparare che non si possono comprendere queste crisi se cerchiamo di raggrupparle o vederle come mere appendici di dinamiche globali”.

Ritieni possibile che sulla dorsale Egitto-Sudan-Sud Sudan-Etiopia si possano espandere ulteriori dinamiche critiche?

“Il rischio di una ripresa del conflitto tra l’Etiopia e il Tigray, quest’ultimo potenzialmente supportato dall’Eritrea, rappresenta oggi la minaccia principale. Parliamo di una guerra che ha già causato centinaia di migliaia di morti nel 2020 e il 2022 e che rischia di saldarsi con l’instabilità interna nelle regioni etiopi dell’Oromia e dll’Amhara. Tuttavia, un elemento spesso sottovalutato ma altrettanto pregnante è la ripresa del conflitto in Sud Sudan. Nonostante i tentativi di Giuba di isolarsi dalla crisi del Sudan, i due conflitti si stanno progressivamente saldando in un’unica placca di destabilizzazione che parte dal Sudan, attraversa Etiopia e Somalia e arriva fino ai confini del Kenya. Data la strategicità dell’area per il commercio marittimo, un allargamento di questa faglia avrebbe ripercussioni economiche e umanitarie notevoli. In Somalia, inoltre, oltre alla questione del Somaliland, i rapporti tra governo centrale e governi federati sono travagliate. Stati come il Jubaland e il Puntland, evocano sempre più frequentemente la possibilità di una secessione a fronte di una riforma costituzionale centralista varata dal governo federale. In sintesi, lo scenario peggiore vede la ripresa della guerra etiope, l’allargamento della crisi sudanese al Sud Sudan e il rafforzamento delle spinte centrifughe in Somalia. A questo si aggiungono le notizie degli ultimi giorni su un possibile allargamento del conflitto in Sudan al Ciad. Insomma, l’Africa centrorientale è in piena ebollizione e in questo contesto tutto può succedere”.

Qual è, invece, lo stato dell’arte della sfida dell’insorgenza jihadista in Africa?

“Frammentato, ma purtroppo positivo per le insorgenze cosiddette jihadiste. In Somalia, al-Shabaab è riuscita, almeno finora, a speculare sulle divisioni interne al fronte governativo: nonostante alcune sconfitte militari importanti, il gruppo beneficia del peggioramento delle relazioni tra Stato federale e Stati federati, che impedisce un coordinamento efficace della contro-insurrezione. Al contrario, lo Stato Islamico nel Puntland ha subito pesanti perdite grazie a una stretta collaborazione tra le autorità locali e gli Stati Uniti, un successo che però alimenta ulteriormente la spinta autonomista del Puntland rispetto a Mogadiscio. In Africa Occidentale assistiamo a un consolidamento della supremazia jihadista in Mali e Burkina Faso, dove ampie aree di entrambi i Paesi sono sotto l’influenza di gruppi che utilizzano una strategia di strangolamento economico contro Bamako e Ouagadougou attraverso il controllo delle reti logistiche che in questo momento mettono sotto pressione i principali centri abitati di entrambi i paesi.

In questo contesto sta prendendo piede anche la spinta verso il Golfo di Guinea, con attacchi in Togo, Benin e ai confini con il Ghana, che recentemente ha firmato un accordo di cooperazione contro il terrorismo con l’Unione Europea. Io non credo che in questa fase i gruppi jihadisti abbiano la potenzialità per arrivare fino all’oceano Atlantico ma possono comunque mettere pressione ai principali paesi rivieraschi della regione con le ricadute economiche che immaginiamo. Anche la Nigeria, nonostante il rinnovato supporto americano, vive una recrudescenza jihadista che mette sotto pressione il principale attore economico della regione. In linea generale poi vanno considerate due dinamiche. La prima è il pragmatismo crescente dei jihadisti in Africa occidentale, con gruppi come il JNIM che si sono alleati anche con organizzazioni separatiste a causa dell’etnicizzazione del conflitto prodotta dai discorsi delle giunte al potere nella regione che hanno stigmatizzato più volte le comunità Peul e Tuareg. Seconda, e più tattica, la progressiva sofisticazione degli arsenali degli insorti che ormai usano i droni con una grande capacità diventando più letali”.

Come l’Europa e Paesi come l’Italia dovrebbero, a tuo avviso, affrontare tali scenari?

“Difficile dirlo perché oggettivamente, almeno per quanto riguarda l’Africa subsahariana, la situazione attuale richiederebbe l’uso di una dose massiccia di realismo politico e di pragmatismo e in questa fase in pochi sono disposti ad usarlo. Per quanto riguarda l’Africa occidentale, sarebbe logico spingere per accordi con i gruppi armati locali, dato che ogni opzione di tipo militare ha fallito, ma questo tipo di iniziative è inconcepibile per Paesi come la Francia. Questo posizionamento francese apre a delle possibilità per noi italiani, più ben voluti nella regione rispetto all’ex potenza coloniale, e che come già avvenuto in passato, potremmo giocare di sponda con la diplomazia vaticana, storicamente un moltiplicatore della nostra influenza in Africa, per favorire queste mediazioni che sedando o ridimensionando i conflitti contribuirebbero a ridimensionare anche i flussi migratori verso il nostro Paese. Nel Corno d’Africa la situazione è invece completamente diversa. Il nostro spazio di manovra rispetto a conflitti come quello in corso in Sudan è molto più limitato, specialmente dopo che la nuova amministrazione americana ha escluso i partner europei dalla principale piattaforma negoziale, il cosiddetto quartetto.

Al momento possiamo solo cercare di mitigare le esternalità negative, come la crisi umanitaria e i rischi per la navigazione. Il nostro governo si è mosso in questo senso consegnando una prima tranche di aiuti umanitari che sono arrivati a Port Sudan nel dicembre scorso, poco prima di Natale. Nel lungo termine, la crisi del Corno d’Africa potrebbe rappresentare un banco di prova per la nostra postura diplomatica: abbiamo sempre mantenuto una posizione equilibrata, che ci ha consentito di parlare con tutti gli attori della regione, anche con quelli in conflitto tra loro, ma questa potrebbe diventare non più sostenibile. Il protrarsi dei conflitti potrebbe imporci di sceglier tra fazioni contrapposte in Sudan, Somalia o Etiopia. Sarà necessario modificare la nostra strategia storica per adattarci a un’epoca di scelte inevitabili, sperando di confermare la capacità del nostro Paese di individuare la direzione corretta nel lungo periodo come abbiamo spesso fatto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”.