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In Sud Africa prima che arrivasse al potere Cyril Ramaphosa, si pensava che tutti i problemi della nazione africana fossero causati dal suo predecessore Jacob Zuma. L’economia nel primo trimestre dell’anno ha subito la più forte contrazione in un decennio, nonostante Ramaphosa si stesse sforzando per rilanciare in tutti modi l’economia. La contrazione è stata del 2,2% su base annua. Sono in crisi il settore minerario, manifatturiero e agricolo, che hanno tutti registrato un calo considerevole nella produzione.

Ma l’elezione di Ramaphosa è stata storica. Per la prima volta dai tempi di Nelson Mandela, 25 anni fa, i membri del parlamento del Congresso Nazionale Africano e dei partiti di opposizione si sono uniti nel nominarlo nel febbraio 2018 come il quinto presidente post-apartheid del paese. La buona volontà  era un riflesso dell’ottimismo in tutta la nazione, che aveva visto l’approfondirsi delle divisioni tra le fazioni e crescere la stagnazione economica durante la controversa presidenza del suo predecessore Jacob Zuma.

Anche i mercati hanno reagito positivamente il giorno in cui è stato eletto presidente. La Borsa di Johannesburg ha registrato un rialzo di oltre il 3% e il rand ha raggiunto il massimo da tre anni contro il dollaro. La speranza tra i sudafricani era che Ramaphosa, un ex sindacalista diventato un businessman e un magnate, avrebbe rivitalizzato l’economia malata e unito il paese.

La presidenza Zuma costellata da scandali è stata per lungo tempo accusata di aver causato il disastro economico del paese. Ma nonostante Ramaphosa abbia cercato di attirare investimenti stranieri e abbia dato il via ad una importante campagna anticorruzione, i problemi ancora restano. E sono di natura strutturale. Incontenibile disoccupazione, povertà, scarsa istruzione e forti disuguaglianze.

Ramaphosa ha riformato in maniera coraggiosa alcuni settori. Ha licenziato gli alleati di Zuma da posti economicamente rilevanti e dai consigli di amministrazione di società statali al collasso. Ma la crisi è stata innescata anche da cause naturali. Una grave siccità e una crisi idrica nella regione di Western Cape sono responsabili della crisi della produzione agricola che è calata quasi di un quarto. Anche nel settore minerario l’attività si è ridotta di un decimo nel primo trimestre. Anche a causa delle preoccupazioni sulla possibilità che possano aumentare le proprietà delle miniere da parte della maggioranza nera. Ramaphosa dovrebbe varare regolamenti per alleviare queste preoccupazioni.

“La gente ha esagerato addossando su Zuma e sui suoi problemi politici e legali la crisi economica che il paese stava attraversando” ha dichiarato John Ashbourne, economista di Africa alla società di consulenza britannica Capital Economics. “Zuma non è il motivo per cui c’è il 26,7% di disoccupazione”. Anche se, continua l’analista: “La crescita del 2% quest’anno è rimasta assolutamente possibile, ma con Ramaphosa non sarà una svolta”.

L’ondata di ottimismo soprannominata “Ramaphoria” è stata rapidamente sostituita da un malessere e dalla constatazione della realtà, con una contrazione del primo trimestre del 2018 del 2,2%. Il rand precipitato contro il dollaro, con una flessione del 9,5% nel secondo trimestre dell’anno. Il calo è stato attribuito alla debolezza dell’economia sudafricana, al rafforzamento del dollaro americano rispetto alla maggior parte delle valute dei mercati emergenti e al riequilibrio del rand dopo i guadagni provvisori registrati a febbraio. Intanto all’orizzonte ci sono le elezioni generali del 2019. Un altro fattore che Ramaphosa dovrà tenere in conto.

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