Dopo il trionfo elettorale alle politiche del 12 dicembre, puntuali giungono i primi problemi di politica interna per Boris Johnson. Dalla Scozia, naturalmente.

Il voto elettorale del Regno Unito, infatti, oltre a sancire la schiacciante vittoria dei conservatori, ha anche segnato il successo del partito nazionalista scozzese (Scottish National Party), europeista ed indipendentista, che ha ottenuto 48 dei 59 seggi di Westminster assegnati alla Scozia.

Un altro risultato del voto è il rafforzamento della posizione di Nicola Sturgeon, leader dello SNP e prima ministra scozzese. All’indomani del voto, interrogata sulla sua linea da perseguire riguardo al delicato nodo dell’indipendenza, la Sturgeon ha commentato: “Il punto non è chiedere a Boris Johnson oppure a qualche altro politico a Westminster il permesso per il referendum. Il punto è piuttosto rivendicare il diritto democratico della Scozia a determinare il proprio futuro. Londra ci ha ignorati per più di tre anni. Il voto di ieri sera ha chiarito una volta e per tutte che gli scozzesi ne hanno abbastanza: è giunto il momento che Boris Johnson inizi ad ascoltarci”. E non sono mancati i riferimenti alla Brexit: “Il primo ministro potrà anche avere il mandato per la Brexit in Inghilterra, ma non ne ha alcuno per l’uscita della Scozia dall’Unione Europea”. Un affondo che fa riferimento al referendum del 2016, con gli scozzesi per il 62% favorevoli alla permanenza nell’Unione.  La Sturgeon ha ribadito la sua linea politica il 14 dicembre a Dundee, nel corso dell’incontro con i neoeletti al Parlamento di Londra: “La Scozia non vuole né un governo Tory, né abbandonare l’Unione Europea, ma vuole invece determinare il proprio futuro, qualunque esso sia”.

L’atto successivo è stato il 19 dicembre, quando la premier ha annunciato formalmente di aver scritto al primo ministro britannico per chiedere un secondo referendum. Pur sostenendo di non considerare scontato il risultato di una nuova chiamata alle urne (nel 2014 il fronte del “Sì” all’indipendenza si fermò al 44,7%), Sturgeon ritiene che le circostanze che condizionarono il voto di cinque anni fa siano “sostanzialmente mutate”. Nel dossier di 39 pagine, denominato “Scotland’s Right to Choose” (“Il diritto di scelta della Scozia”), la premier ha chiesto di trasferire il potere di indire un nuovo referendum da Westminster a Holyrood. Tale concessione implicherebbe un ampliamento dei poteri del Parlamento scozzese che – istituito con lo Scotland Act del 1998 – non ha attualmente facoltà di autorizzare un referendum sull’indipendenza.

Le repliche alle istanze scozzesi non si sono fatte attendere. La prima tramite il “Queen’s Speech” del 20 dicembre, il discorso con i punti programmatici del governo di Johnson, letto dalla Regina durante lo State Opening of Parliament, la cerimonia di insediamento della nuova legislatura. In esso la sovrana ha rimarcato con fermezza che “ l’integrità del Regno Unito riveste la massima importanza per l’attuale Governo”.
Il premier inglese, dal canto suo, ha liquidato infastidito le richieste indipendentiste, sostenendo che un nuovo referendum sarebbe non soltanto inconcepibile, ma addirittura “una dannosa distrazione”. Nella Camera dei Comuni inoltre, ad un ennesimo botta e risposta con i membri dello Snp, Bojo ha ironicamente replicato: “Mi sembra che Nicola Sturgeon abbia convenuto, a suo tempo, che il referendum del 2014 sarebbe dovuto essere un evento che capita un’unica volta in una generazione”.

“Mi aspetto un secco rifiuto da Westminster, ma questa non sarà la fine della questione e Boris Johnson non dovrebbe farsi illusioni in merito” aveva previsto la Sturgeon, prima di conoscere la risposta di Londra.
Se lo Scottish National Party non crede davvero nella possibilità di un voto per l’indipendenza a breve termine, non manca tuttavia un cauto ottimismo per il futuro. Kenny MacAskill, ex-Segretario di Gabinetto del Parlamento scozzese, membro neo-eletto a Westminter, ha dichiarato il 23 dicembre di non aspettarsi per il momento aperture dalla maggioranza parlamentare, ma ha ribadito la determinazione del suo partito di perseguire con ogni mezzo democratico la strada dell’autonomia, precisando: “ Non vogliamo diventare il cinquantunesimo stato degli Usa e non assisteremo impotenti allo smantellamento del nostro welfare state”. Ne consegue che nel panorama politico britannico, così favorevole alla Brexit ed a un governo forte che la realizzi, la Scozia costituisce oggi un’eccezione: da tempo ormai, il diffuso malcontento popolare nei confronti di Londra e della sua politica Tory, si sovrappone ad una convergenza di interessi e di vedute con l’Unione europea. E se gli sviluppi della contrapposizione Edimburgo-Londra non saranno immediati, riserveranno di sicuro molte sorprese.