Il tasso di interesse sui prestiti del mercato interbancario (Libor) negli Usa è tornato di recente ai livelli precedenti la Grande Crisi del 2008. In un contesto di grande crescita per l’economia americana la Fed spinge per una stretta monetaria e ha avviato una graduale politica di innalzamento dei tassi di interesse che ha causato alcune tensioni tra i suoi dirigenti e l’amministrazione Trump, spingendo il livello del Libor al 2,61% e arrivando dunque a toccare un apice che non si vedeva dai tempi del crollo di Lehmann Brothers. 

Come segnalato da Global Ratesil livello del 2,61% fu raggiunto nel 2008 al termine di un decennio contraddittorio che vide la Fed dapprima facilitare la corsa dell’economia statunitense in un contesto segnato  dagli attacchi dell’11 settembre, dalla crisi energetica seguita all’invasione dell’Iraq e da una strisciante bolla immobiliare e, in seguito, barcamenarsi tra strette notevoli che portarono all’innalzamento del tasso sino al 5% prima di un ammorbidimento nei mesi in cui la crisi iniziava a profilarsi all’orizzonte.





Negli anni successivi, il governatore in carica nel 2008, Ben Bernake, e Janet Yellen hanno perseguito una politica di tassi bassi volto a impedire il ripetersi di strozzature nel mercato interbancario e crisi di fiducia simili a quelle verificatesi nel 2008.

Negli ultimi anni, prima la stessa Yellen e poi Jerome Powell hanno invece cercato di stabilizzare il cosiddetto stato di nuova normalità (new normal) impostando un graduale percorso di crescita dei tassi Libor fino al risultato simbolico degli ultimi giorni.

Perché la Fed alza il Libor

Il rialzo del Libor segna l’uscita definitiva della Fed dalle politiche anticicliche inaugurate durante la crisi: il quantitative easing a stelle e strisce, decisamente più ampio della sua controparte europea, ha portato la Fed ad acquistare dal novembre 2008 grosse quantità di Treasury Bond e di titoli di vario genere incrementando il proprio bilancio fino alla cifra stratosferica di 4.500 miliardi di dollari, a fronte degli 869 miliardi registrati nel 2007.

Questa immensa dilatazione ha avuto effetti notevoli sui bilanci dei colossi bancari statunitensi, dilatando i bilanci e garantendo riserve funzionali all’erogazione di voluminosi prestiti contratti con tassi Libor pressoché stracciati. Fatto che ha portato numerose banche ad avventurarsi nuovamente sul crinale della speculazione e del rischio, come del resto dimostrato dal caso della filiale statunitense di Deutsche Bank.

La mossa della Fed mira dunque a disciplinare il mercato interbancario, e questo potrebbe causare conseguenze controintuitive.

Come scrive Il Sole 24 Ore, “più rincara il Libor più aumenta il costo del debito a tasso variabile di famiglie e imprese. E i numeri sono grandi. Oltreoceano solamente il debito delle famiglie attraverso le carte di credito ammonta a oltre mille miliardi di dollari: livello superiore al picco del 2007. Contemporaneamente il risparmio delle famiglie è intorno ai minimi toccati proprio nel 2007-2008. Lo stesso discorso per le imprese Usa: il loro debito è al 45% del Pil. Livello paragonabile a quello del 2008 (preludio della recessione) e del 2001 (preludio della recessione). Ma anche molte imprese non americane sono indebitate in dollari, soprattutto nei Paesi emergenti”.

Alzando il Libor gli Usa si rafforzano verso i Paesi emergenti

E il tema dei Paesi emergenti ritorna d’attualità pensando a un obiettivo implicito delle politiche restrittive della Fed: innalzare il livello di redditività dei buoni del tesoro e riportare negli Stati Uniti l’enorme massa di capitali drenati dall’economia interna dall’abbassamento delle cedole.

E del resto, l’aumento dei tassi di interesse e del Libor ha causato, come riporta L’Indro“un contro-esodo di capitali dai Paesi emergenti verso gli Usa indotto dagli accresciuti livelli di remunerazione garantiti dai T-Bond grazie al rialzo dei tassi. A pagarne le spese sono stati proprio quei Paesi emergenti che si erano indebitati con le banche straniere, i quali si sono visti costretti a procedere a continui rialzi dei tassi di interessi nel tentativo disperato di frenare la fuga di capitali innescata dalle mosse della Federal Reserve”: Turchia, Nigeria ed Argentina sono in questo contesto casi emblematici.

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Riportando i capitali statunitensi in patria, la Fed agisce direttamente sui 200mila miliardi di dollari di strumenti finanziari indicizzati al Libor in tutto il mondo: un valore che da solo basta a quantificare la dimensione esorbitante del potere della divisa statunitense, ma che mette in guardia da possibili conseguenze negative.

Il Libor e le crisi finanziarie

Negli Anni Ottanta, l’amministrazione Reagan e il governatore della Fed Paul Volcker guidarono un drastico aumento dei tassi di interesse e del Libor che decapitò l’inflazione e canalizzò verso la Wall Street beneficiaria della deregulation flussi immensi di capitali, mentre il dollaro andava via via rafforzandosi verso yen, sterlina e marco e numerosi Paesi in via di sviluppo (Messico, Argentina, Brasile, Congo, Nigeria, Jugoslavia) che avevano debiti indicizzati al Libor conobbero crisi durissime. Un caso simile, tra il 1997 e il 1998, coinvolse le cosiddette “Tigri” asiatiche: in entrambi i casi i mercati internazionali conobbero duri fallimenti e attacchi di panico in queste situazioni

Il segnale del ritorno del Libor statunitense ai livelli pre-crisi segnala sicuramente una normalizzazione del contesto economico statunitense e il superamento di una fase di crisi, ma invitano a tenere gli occhi aperti. La finanza molto spesso dimentica la sua storia, e con il suo unilateralismo la Fed, desiderosa di disciplinare i mercati, rischia invece di contribuire a destabilizzarli su scala mondiale.

Il rallentamento della crescita mondiale potrebbe spingere numerosi Paesi e istituzioni a rincarare a loro volta i tassi di interesse e i valori dei titoli per frenare l’emorragia di capitali verso gli Usa, con effetti potenzialmente pericolosi. Di razionale, tante volte, i mercati hanno ben poco: ad atto di forza si risponde con tutte le armi disponibili. E non possiamo dire in partenza se la mossa della Fed sul Libor, dettata da una congiuntura positiva in campo interno, potrà riverberarsi negativamente nel contesto globale.

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