C’è stato un tempo in cui i democratici americani erano spacciati. La partita per la Casa Bianca gli era preclusa: impossibile gareggiare con Donald Trump. Nonostante la macchina del fango, che ha cercato di trascinarlo all’inferno invischiandolo in pseudo-complotti che non hanno portato a nulla, l’economia risplendeva, la disoccupazione era ai minimi e, con buona pace dei pacifisti radical chic, Washington si stava impegnando su più fronti per chiamarsi fuori da conflitti che stavano portando l’America da nessuna parte. Poi c’è stato un imprevisto: la pandemia. E con essa il lockdown che ha portato il crollo dei principali listini di Wall Street e ha fatto fioccare una sfilza di licenziamenti. E questo – parafrasando una recente intervista di George Soros – ha reso possibile l’impossibile.

La miccia è stata la morte di George Floyd. Fiaccati dalla quarantena e dalla crisi economica che, in un Paese come gli Stati Uniti senza ammortizzatori sociali, diventa subito esplosiva (basti pensare che, nel giro di un mese la disoccupazione è schizzata dal 4,4% al 14,7%), gli americani sono subito esplosi. Non che Trump centrasse nulla con la barbara uccisione dell’afroamericano nelle strade di Minneapolis, ma il movimento Black Lives Matter ha saputo catalizzare il malcontento contro la Casa Bianca. Il tycoon, che in più di un’occasione ha certamente sbagliato la strategia di comunicazione, si è trovato a parare colpi che gli arrivavano da destra a manca. Non solo nelle piazze. Sui social è partita la censura dei soloni della Silicon Valley che, poi, si sono trovati a loro volta sul banco degli imputati con l’accusa di fomentare l’odio (la stessa rivolta a Trump!). Per i democratici è stato un vero e proprio miracolo: più The Donald crollava nei sondaggi più Joe Biden risaliva. Solo a febbraio nessuno avrebbe scommesso su di lui. Tanto che nei discorsi elettorali il presidente gli aveva appioppato il soprannome di “sleepy”, addormentato.

Ora a Trump si imputano le accuse peggiori: non più solo le violenze della polizia, ma anche il razzismo dei wasp americani. Laddove non erano riusciti nella crociata contro il muro costruito lungo il confine col Messico per frenare l’immigrazione clandestina, i democratici hanno trascinato il Paese (e l’Occidente intero) in una campagna di epurazione che culminerà solo con la deposizione di Trump. Poco importa, poi, che la lotta contro il razzismo non porterà da nessuna parte. È solo fumo negli occhi. L’aver avuto alla Casa Bianca uno come Barack Obama, che ha fatto dei diritti degli afroamericani un cavallo di battaglia nella campagna elettorale del 2009 (fattore che gli ha fruttato un Nobel per la Pace sulla fiducia), non ha certo cambiato le ingiustizie sociali che vive l’America. Come non le cambierà Biden qualora dovesse vincere le elezioni.

Anche la pandemia è stata “forzata” dai detrattori di Trump per attaccarlo. Certo, lui si è ben guardato dall’evitarsi gaffe che lo avrebbero tenuto dal riparo dagli attacchi degli avversari, ma i numeri sui contagi vengono costantemente usati come una clava. Finché il virus dilagava negli Stati democratici, tutti zitti. Quando poi è arrivato nella Sun Belt, il Sud trumpiano, la propaganda è esplosa. Certo, in Florida gli ospedali sono al collasso come lo sono stati quelli della progressista New York. Ma, almeno per il momento, c’è stata solo un’esplosione di infezioni e non di morti. In Florida, tanto per fare un esempio, la mortalità è passata dal 6,7% allo 0,4% e, stando ai dati del primo luglio, il dato nazionale si attestava (in calo) al 4,75%, di poco sotto la media nazionale (4,88%) e decisamente inferiore a quello italiano (14,45%).

Perché dunque quest’odio contro Trump? Persino i repubblicani, visti i brutti sondaggi, sarebbero pronti a mollarlo. Eppure l’economia si sta riprendendo. A Wall Street l’indice Dow Jones, che il 12 febbraio aveva sfiorato i 30mila punti, è stabile sopra i 25mila dopo che il 23 marzo aveva toccato i 18.500. Per non parlare del Nasdaq: dopo che il 20 marzo è crollato sotto la soglia dei 7mila punti, oggi viaggia ben oltre i 10mila (addirittura meglio dei livelli pre Covid). E l’occupazione? Dopo il drammatico crollo registrato ad aprile (14,7%), l’indice sta lentamente rientrando. Ci vorrà ancora un po’, ma a giugno l’economia statunitense ha riassorbito 4,8 milioni di posti di lavoro portando il tasso di disoccupazione all’11,1%. Un risultato che ha battuto anche le aspettative degli analisti più ottimisti che prevedevano un recupero di 3 milioni di posti di lavoro. Questi dati, purtroppo, non riescono a bucare il mainframe.

L’obiettivo resta quello di screditare. Esattamente come è stato fatto con il Russiagate. Perché, se poi vai a chiedere come si è conclusa quello “scandalo”, pochi sanno che è stato un buco nell’acqua. E ancora meno sono a conoscenza dell’altro Russiagate, quello che ha travolto prima Hillary Clinton e poi i funzionari di Obama. Ma tant’è. Tornando a oggi: sebbene i sondaggi lo diano già per sconfitto, Trump può contare su una “maggioranza silenziosa” che non si omologa a certe battaglie fintamente anti sistema. L’utopia dei Black Lives Matter si schianta col fallimento dell’area occupata a Seattle. Ma resta in piedi la regia che ha orchestrato le proteste delle ultime settimane contro obiettivi strategici. La debolezza di Biden, che gode il sostegno di tutti gli anti Trump, verrà fuori, prima o poi. Per ora è la pedina “giusta” per tentare lo scacco matto al cuore dell’America. Da qui a novembre, però, la partita è ancora lunga.

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