Il “ritiro” degli Usa dal Medio Oriente offre nuovi spazi alla Cina per emergere come una potenza nella regione, rispettando tuttavia il principio fondante della sua diplomazia: quello, cioè, di non interferire nelle questioni interne degli Stati emergenti.

Dal 1978, anno della riforma lanciata da Xiaoping (c.d. delle “quattro modernizzazioni”), al 2007, Pechino ha agito da attore marginale in Medio Oriente, impegnandosi esclusivamente a ottimizzare i propri benefici economici.  Ha invece assunto un ruolo maggiore a partire dal 2008, quando ha inviato tre navi militari nel Golfo di Aden per partecipare a operazioni multilaterali di contro pirateria.

Il rinnovato coinvolgimento della Cina in Medio Oriente – attraverso l’invio di 700 truppe di peacekeeping in Sudan e di personale medico alla Forza di Interposizione dell’Onu in Libano -, non ha tuttavia alterato la politica di Pechino, che ha continuato a essere guidata dagli sforzi per la sicurezza nazionale e dal non interventismo nelle questioni estere.

La vera svolta è giunta nel 2013, in concomitanza con il lancio della Belt and Road Initiative. Il Medio Oriente viene designato come una regione “vicina” alla Cina, quindi importante a livello geo-strategico. La Cina infatti classifica l’importanza degli Stati a seconda della loro posizione, sulla base di quattro cerchi concentrici il cui centro è proprio la Repubblica popolare.

Con la crescita dell’economia cinese, sono cresciuti anche gli interessi di Pechino in Medio Oriente, che rappresenta una destinazione per gli investimenti, i capitali e la forza lavoro cinesi.

Oggi, gli interessi della Cina in Medio Oriente si concentrano sul settore energetico e sul rafforzamento dell’influenza di Pechino nella regione. La sfida è riuscire a tutelare i propri interessi mantenendo la reputazione di intermediario neutrale, senza essere coinvolta nello stallo politico della regione.

Dall’economia alla sicurezza

Divenuta un “partner economico strategico” per gli Stati arabi, oggi la Cina si trova ad affrontare un nuovo problema: quello della transizione da una presenza puramente economica ad una più politica e di sicurezza nella regione mediorientale, come dimostra  la costruzione della base militare in Gibuti.

La crescente influenza cinese nella regione ha portato gli Stati arabi a non accontentarsi della sua neutralità nelle questioni politiche e di sicurezza. Così, Pechino ha iniziato a inviare forze navali per proteggere le rotte commerciali e delegati speciali per la Siria o per il conflitto israelo-palestinese, in modo da avere voce in capitolo al tavolo delle trattative.

Non solo: la presenza di circa 550 mila cinesi (il 10 percento degli espatriati) in Medio Oriente spinge Pechino a incrementare la sua presenza nel territorio per tutelare la sicurezza dei suoi cittadini. Sempre più, dunque, la Cina potrebbe vedersi costretta a cambiare il suo modello di intervento nella regione, passando da quello economico per realizzare l’armonia regionale a una presenza politica e di sicurezza.

Cina vs Usa

Il “modello cinese” sta diventando sempre più allettante per gli Stati mediorientali, le cui leadership stanno abbandonando il modello americano, a causa del bagaglio politico e ideologico che porta con sé. Al contrario, il modello cinese – caratterizzato da un’arena pubblica molto limitata, dal controllo dello Stato sull’economia – sembra sposarsi meglio con gli autoritarismi mediorientali.

La Cina è intenzionata a sfruttare il proprio peso economico per farsi strada nella regione, bilanciando l’influenza americana, senza tuttavia contrastarla direttamente. La politica adottata da Trump in Medio Oriente si è rivelata utile per la Repubblica popolare: Washington si è focalizzato sulla sicurezza della regione, permettendo a Pechino di concentrarsi sull’economia.

Nei fatti, però, gli interessi cinesi e americani in Medio Oriente non sono così diversi. Gli Stati del Golfo riforniscono la Cina di gran parte del petrolio e del gas naturale importato, una dipendenza che si pensa aumenterà nei prossimi anni. Gli Stati Uniti al contrario sono diventati relativamente autosufficienti in termini di risorse energetiche. Tuttavia, i prezzi dell’energia a livello mondiale e, di conseguenza, l’economia globale rimangono suscettibili ai colpi che hanno origine nella regione e gli alleati americani sono in larga parte dipendenti dalle forniture mediorientali.

Anche la questione del contrasto al terrorismo unisce i due Paesi. Sia la Cina che gli Usa sono stati vittime di attacchi terroristici organizzati o ispirati da gruppi che hanno la loro base in Medio Oriente. Entrambi hanno deciso di risolvere il problema all’origine. Per Washington, questo ha significato operazioni di contro terrorismo, insieme a strumenti di pressione economica e diplomatica che hanno colpito gli Stati ritenuti sponsor del terrorismo. Pechino ha cercato la collaborazione del governo siriano per combattere i foreign fighter provenienti dalla minoranza uigura.

In ogni caso, gli interessi simili e il comune desiderio di promuovere la stabilità non hanno portato a una convergenza strategica tra Usa e Cina. Mentre gli Usa sono intervenuti in modo proattivo nella regione, sia militarmente che politicamente, per sostenere i governi alleati, negli anni scorsi Pechino si è impegnata ad assicurarsi relazioni diplomatiche tranquille con tutti i governi della regione, anche quelli ostracizzati dalla comunità internazionale. Una posizione che ha reso la Cina “difensore” dei regimi come quello di Al Assad.

Ora, però, la strategia statunitense sta cambiando, lasciando spazi imprevisti di manovra alla Cina. Visto che il suo peso economico e politico nella regione è cresciuto, Pechino prova a esercitare una leadership più forte – organizzando conferenze diplomatiche su questioni come la guerra civile siriano o il conflitto israelo-palestinese – e prende più volentieri posizione nelle dispute regionali.

Comunque, anche se la presenza politica e di sicurezza di Pechino in Medio Oriente continuerà ad aumentare, sarà guidato da interessi economici, a differenza del modello adottato da Washington. Una modalità che consente alla Cina di essere presente nella regione, rispettando il principio di non interferenza negli affari interni di altri Paesi emergenti.

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