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I Paesi sono come le persone, nascono e muoiono. Alcuni Paesi sono più fortunati, vengono alla luce in contesti agiati, accolti con tutti gli onori, coccolati e sostenuti da qualche potenza straniera che li avvia verso un prospero avvenire, facendoli entrare a far parte di quello che un tempo si sarebbe chiamato il «consesso internazionale». Altri invece sono meno fortunati. Sono come quei bambini nati un po’ per caso, nessuno li voleva e si trovano senza un genitore che li cresca, ma soprattutto senza un padre che li riconosca. Nascono e basta, sono Stati de facto ma non vengono riconosciuti dalla maggioranza degli Paesi. È la geopolitica.

Al mondo oggi esistono dieci di questi Stati de facto con un riconoscimento parziale o nullo, ma il numero può salire a 12, dipende come si considerano le Repubbliche secessioniste ucraine, la Repubblica Popolare di Donetsk e quella di Lugansk, la cui situazione è ancora in divenire. Sono territori che si amministrano autonomamente, hanno una bandiera e una capitale, spesso battono moneta e forniscono passaporti ai propri cittadini, ma i loro confini e il loro status giuridico non sono riconosciuti dagli altri Paesi, o quantomeno dalla maggioranza di essi.

Secondo il sociologo Max Weber si può definire «Stato quell’entità che detiene il monopolio della violenza su di un dato territorio». Ora è indubbio che molto di questi territori siano assai violenti anzi quasi sempre sono nati in seguito a guerre civili e secessioni varie , ma ciò non basta a farli riconoscere come Stati sovrani. Ed essere riconosciuti dagli altri è una condizione necessaria, almeno secondo la convenzione di Montevideo del 1993. L’articolo 1 definisce i criteri per il riconoscimento della personalità giuridica internazionale. La convenzione richiede che ogni Paese per essere ritenuto tale abbia: una popolazione permanente, un territorio definito, un potere di governo esclusivo e la capacità di intrattenere rapporti con altri Stati. Seguendo questi criteri le Nazioni Unite oggi riconoscono 193 Stati membri (anche se due, Niue e le Isole Cook sono Stati sovrani associati a un altro Stato, la Nuova Zelanda) più due Paesi che hanno lo status di osservatori: lo Stato di Città del Vaticano e la Palestina. Gli altri ci provano. Alcuni anche da decenni, come nel caso del Somaliland o di Cipro Nord. Colpa degli altri Paesi che si mettono di mezzo, reclamando per sé quel pezzetto di territorio che si dichiara invece indipendente. Altri, è il caso del Kosovo, sono riusciti a sfruttare le contingenze geopolitiche e imporre la proprio esistenza nonostante un vicino recalcitrante la Serbia lo consideri ancora una provincia autonoma, forse troppo autonoma, e si metta di traverso al riconoscimento internazionale, che però è stato dato da 115 Paesi tra cui l’Italia. Anche se il suo status giuridico, lo dice la Treccani, rimane ancora incerto e il Paese sopravvive grazie al sostegno della comunità internazionale che garantisce la sicurezza esterna. Altri ancora, come il caso unico di Taiwan, in passato erano stati riconosciuti al punto da avere un seggio all’Onu. Ma la realpolitik l’ha costretto in una zona grigia, crepuscolare: esiste, ci facciamo affari, accogliamo i suoi cittadini e le sue merci, ma non lo riconosciamo politicamente. Insomma, i Paesi sono come le persone: non è detto che piacciano a tutti. Del resto l’articolo 3 della convenzione di Montevideo sostiene che «l’esistenza politica dello stato è indipendente dal riconoscimento di altri stati», per cui avanti, c’è posto quasi per tutti. Questi casi lo dimostrano.

SOMALILAND

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L’estate 1960 doveva essere piuttosto elettrica a Hargeisa, la capitale dell’ex colonia britannica della Somalia. Il 26 giugno di quell’anno il protettorato di Sua Maestà ottenne l’indipendenza come Stato del Somaliland, che governava su questa striscia di terra schiacciata tra l’Etiopia, Gibuti e il golfo di Aden. L’indipendenza durò 5 giorni, abbastanza per far riconoscere il nuovo Stato da 35 Nazioni. Poi, come era nei piani, il 1° luglio il governo votò l’Unione con la Repubblica somala, l’ex colonia italiana della Somalia e l’avventura finì. Almeno fino a quando nel 1991 la Repubblica del Somaliland si è auto-dichiarata indipendente. Da allora il governo di Hargeisa, mantiene il controllo su tutto il territorio ed esercita le funzioni statuali necessarie alla vita dei suoi 3,5 milioni di cittadini. Lo fa più di quanto non faccia a casa sua il martoriato governo di Mogadiscio, che reclama la sovranità su queste terre. Ma ad Hargeisa non ne vogliono sapere. L’unione con quella che fu la Somalia italiana fu volontaria, dicono, e il divorzio dovrebbe essere automatico. Ma così non è, anche perché l’Unione Africana, a cui è stata demandata la questione, teme che l’indipendenza del Somaliland possa dare il via a un domino di recriminazioni in tutto il Continente africano. Così il Somaliland si trova nella situazione di possedere tutti i requisiti previsti dalle convenzioni, ma non viene riconosciuto da nessuno Stato, neanche da quelli che si trovano nella sua stessa condizione. A oggi l’unico ad averlo riconosciuto è il consiglio comunale di Cardiff, in Galles, dove vive una grande comunità di espatriati somali. Ma per le regole internazionali vale zero.

NAGORNO-KARABAKH

Nagorno-Karabakh

Tra i monti del Caucaso orientale si trova la Repubblica del Nagorno Karabakh, territorio a maggioranza armena che si è autoproclamato indipendente il 6 gennaio 1992. Per volere di Stalin durante tutto il periodo sovietico era stato un territorio autonomo appartenente alla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian, figlio del processo di ingegneria delle nazionalità del dittatore georgiano. La situazione attuale fotografa gli accordi di pace seguiti al conflitto tra Armenia e Azerbaigian tra il 1992 e il 1994 con le forze separatiste che controllano con il sostegno indiretto russo circa un quinto del territorio armeno. Il Paese, riconosciuto solo da Abkhazia, Ossezia del Sud e Transnistria, è abitato da circa 150mila persone, ma la sua situazione è lungi dall’essere pacificata: un paio di anni fa sono riprese le scaramucce sul confine che hanno portato all’uccisione di una ventina di soldati di entrambe le parti.

ABKHAZIA E OSSEZIA DEL SUD

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Secondo i geografi di scuola russa, l’Abkhazia, una striscia di terra sull’angolo nord occidentale del mar Nero, è un territorio dal clima subtropicale, anche se molti vivendoci direbbero il contrario. L’Abkhazia è nota per la sua produzione di agrumi, ma per i burocrati sovietici era soprattutto il posto migliore dove trascorrere la villeggiatura estiva, al punto che il georgiano Stalin si fece costruire la dacia non lontano dalla capitale Sukhumi. Fu lo stesso Stalin a eliminare qualsiasi forma di autonomia della zona, annettendola alla Georgia. Etnicamente diversi dai georgiani, gli abcasi tentano da sempre di diventare autonomi. In meno di un secolo hanno dichiarato ben tre volte l’indipendenza: la prima nel 1918, poi nel 1921 e infine il 23 luglio del 1992. Da allora vive in uno stato di conflitto semi permanente con la Georgia, di cui formalmente farebbe parte. L’ultima guerra ha dimezzato la popolazione, oltre 200mila georgiani hanno abbandonato le zone orientali del Paese, mentre i 250mila abcasi hanno in tasca il passaporto russo che gli permette di viaggiare. L’indipendenza è riconosciuta da alcuni Paesi come la Russia, ovvio, ma anche tra staterelli oceanici: Nauru, Vanuatu e Tuvalu. Oppure da nazioni non riconosciute come la Transnistria, il Nagorno Karabakh e l’Ossezia del Sud, l’altra repubblica separatista il cui territorio farebbe parte della Georgia. Qui il conflitto è più recente: nell’agosto del 2008 il governo di Tblisi ha lanciato la guerra dei cinque giorni per riconquistare la repubblica scissionista che nel 2006 aveva unilateralmente dichiarato l’indipendenza con un referendum. Dietro l’Ossezia del Sud, abitati in maggioranza dagli osseti, una popolazione di religione ortodossa che discende dagli antichi Alani, c’è la Russia. Gli indipendentisti infatti sognano l’unione con i fratelli osseti che vivono al di là del Caucaso, nella Repubblica federale russa dell’Ossezia Settentrionale-Alania e l’annessione alla Russia. Intanto, nonostante la leggendaria fertilità del suolo, sopravvivono grazie agli aiuti di Mosca (che rappresentano il 90% dell’economia), vero padrone della regione.

CIPRO NORD

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Sulla bandiera di Cipro capeggia come se nulla fosse la sagoma in giallo dell’isola con quel grande promontorio a Nord est che sembra un dito proteso verso il Mediterraneo. È la stessa dal 16 agosto 1960, l’anno dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, e fotografa la storia dell’isola prima dell’estate del 1974, quando il terzo settentrionale del Paese fu invaso dall’esercito turco che puntava a proteggere i cittadini turco-ciprioti. Fu la risposta di Ankara al colpo di stato che aveva appena deposto l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios, presidente cipriota, e puntava all’unione con la Grecia dei colonnelli. Nel 1983 quella zona in cui oggi stazionano 43mila soldati turchi si è autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord, con capitale Nicosia Nord. Una dichiarazione di indipendenza che secondo la comunità internazionale non ha nessuna validità dal punto di vista giuridico. Oggi il paese è de facto separato dalla linea verde, l’area demilitarizzata presidiata dagli inviati delle Nazioni Unite che divide le due entità. Cipro Nord dove sono arrivati oltre 150mila immigrati dall’Anatolia, oggi vive grazie agli aiuti di Ankara e ai proventi del turismo: dalla Turchia migliaia di persone accorrono per giocare nei casinò dell’isola, vietati invece a Istanbul e dintorni.

SAHRAWI

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La decolonizzazione è un’onda lunga che non finisce mai. Non per il popolo Saharawii almeno. Poco più di mezzo milione di persone che dovrebbero abitare in quella lunga striscia di terra sulla costa dell’Atlantico compresa tra il Marocco e la Mauritania, fino al 1975 colonia spagnola con il nome di Sahara occidentale. Una striscia di terra ricchissima di fosfati (è il primo produttore mondiale), che dal 1991 attende che si tenga il referendum per sancire o meno l’indipendenza della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi. Dichiarata unilateralmente il 27 febbraio 1976 dagli esponenti del Fronte Polisario, la Repubblica Sahrawi è riconosciuta da oltre 75 Paesi ma non dalle Nazioni Unite, che però sostengono la creazione di un’Autorità per il Sahara occidentale che porti al referendum. Oggi il territorio è amministrato dal Marocco che l’ha occupato nel 1975 con la «lunga marcia verde» di oltre 350mila marocchini, anche se nessun Paese ne riconosce formalmente la sovranità. Negli anni di conflitto il Marocco ha edificato sei gigantesche mura di sabbia e pietra lunghe oltre 2.700 chilometri che di fatto segnano il confine tra la zona controllata dalle truppe di Rabat (circa l’85% del Paese) e il territorio desertico in mano al Fronte Polisario, che invece governa dalla sua capitale in esilio, Tindouf, nell’estremo occidentale dell’Algeria.

TAIWAN

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Lo chiamano il «problema delle due Cine» ed è un bel problema. Origina dalla guerra civile che negli anni Quaranta vide fronteggiarsi il Partito comunista di Mao e il partito nazionalista di Chiang Kaishek. Con la vittoria dei comunisti nel 1949 i nazionalisti fuggirono in massa sull’isola di Formosa a 150 chilometri dalle coste cinesi e, con il sostegno degli Stati Uniti, vi fondarono la Repubblica di Cina. Fino al 1971 è stata l’unica Cina riconosciuta dalla maggioranza dei Paesi e possedeva un suo seggio all’Onu. Ma da allora il numero di nazioni che lo riconoscono è in picchiata negli ultimi mesi si sono sfilate Panama e Sao Tomé e oggi sono meno di venti, tra cui una manciata di isole del Pacifico, diversi paesi centroamericani e la Città del Vaticano. Pechino considera l’isola la sua ventitreesima provincia e periodicamente minaccia l’annessione forzata. Di fatto i due governi coesistono con alterne fasi di riavvicinamento, grazie a un sottile gioco diplomatico fatto di silenzi, scaramucce verbali e accordi economici che, finché dura, mettono a tacere le problematiche politiche.

TRANSNISTRIA

mapL’ultimo baluardo del comunismo internazionale si chiama Repubblica Moldava di Pridniestrov, ma è più conosciuta come Transnistria. E, almeno sulla bandiera, rappresenta l’ultima nazione orgogliosamente comunista in Europa: il drappo è lo stesso rosso e verde che fu della Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia e in alto a sinistra sono ancora in bella mostra falce e martello. Davanti al Parlamento di Tiraspol poi se ne sta tranquilla una statua di Lenin che indica il sol dell’avvenire. Anche se il presente in Transnistria è piuttosto cupo: la Repubblica è considerata poco più che un narcostato dedito a ogni tipo di nefandezza e governato da una strana élite legata a un’azienda pubblica, la Sheriff, creata da due ex agenti dei servizi segreti sovietici. Dichiaratasi autonoma il 2 settembre 1990, ha subito intrapreso una guerra con la Repubblica di Moldavia cui lo stato apparteneva, Oggi questa stretta fascia di terra a Est del fiume Dnester non è riconosciuta se non da altri Paesi de facto di area ex sovietica. Ciò non toglie che la sua principale squadra di calcio, lo Sheriff Tiraspol, giochi nelle competizioni europee sotto l’egida della Federcalcio moldava, perché alle volte lo sport conosce ragioni che la politica ignora.

Osvaldo Spadaro

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