C’è un momento, nella vita di un governo, in cui le tensioni latenti esplodono tutte insieme. Per Giorgia Meloni questo momento è arrivato nelle scorse ore, quando il fragile equilibrio costruito in due anni e mezzo di relazioni internazionali si è infranto contro due muri altissimi: quello di Donald Trump e quello di Benjamin Netanyahu, leader che non sembrano avere grande considerazione e stima degli alleati europei. Incalzata anche dalle opposizioni, la presidente del Consiglio, intervenuta al Vinitaly di Verona, ha gettato benzina sul fuoco con due annunci che hanno scatenato la reazione immediata dei due alleati scomodi. Il primo colpo di scena è arrivato sul fronte israeliano. A sorpresa, Meloni ha dichiarato che il governo non rinnoverà l’accordo di difesa con Israele, il Memorandum d’intesa in vigore (seppur con diverse applicazioni) dal 2005. «In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele», ha dichiarato la premier a margine della manifestazione.
Meloni e lo stop all’accordo con Israele
La scadenza tecnica era fissata per il 13 aprile. Lasciare scorrere il tempo avrebbe significato un rinnovo automatico per altri cinque anni. La scelta di Meloni, concretizzata in una lettera del ministro Guido Crosetto al suo omologo Israel Katz, è quindi un atto voluto e ponderato. Perché questa scelta? Negli ultimi giorni, la pazienza dell’Italia è stata messa a dura prova. L’esercito israeliano ha aperto il fuoco – seppur con colpi di avvertimento – contro i mezzi italiani dell’Unifil in Libano, mettendo a rischio la vita dei nostri soldati. Un’azione gravissima e inaccettabile, che ha unito – una volta tanto – la politica italiana nel condannare l’azione di Tel Aviv. A questo si aggiungono le precedenti tensioni accumulate nelle scorse settimane e dovute alle restrizioni imposte al Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa e le – inedite – critiche del Ministro degli esteri Antonio Tajani sui bombardamenti israeliani a Beirut che hanno provocato la morte di centinaia di civili innocenti.
Il governo israeliano ha tentato di minimizzare. Tel Aviv ha parlato di accordo «privo di contenuto concreto» e assicurato che la sospensione «non avrà effetti pratici» . Tuttavia, a livello politico, si tratta di una doccia fredda per Israele da parte di un governo tradizionalmente amico di Tel Aviv.
La rissa con Trump: “Inaccettabile è lei”
Sembrano oggi lontanissimi i tempi in cui Giorgia Meloni veniva lodata dal tycoon della Casa Bianca. Se la mossa su Israele era nell’aria dopo gli incidenti in Libano, il fronte americano è esploso con una violenza inaspettata. Tutto nasce dalle – vergognose – dichiarazioni di Donald Trump contro Papa Leone XIV. La premier, inizialmente cauta, ha alzato la voce definendo gli attacchi del tycoon “inaccettabili” . A Verona, Meloni ha raddoppiato: «Francamente non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici» .
Parole che hanno scatenato l’ira di Trump. In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente americano ha rottamato la premier senza appello: «Sono scioccato da lei. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo. È lei che è inaccettabile». Trump ha accusato Meloni di non voler aiutare gli USA nella “guerra” (con evidente riferimento alla crisi con l’Iran) e di non curarsi del fatto che l’Italia possa essere bombardata da un’arma nucleare iraniana . Una bordata durissima che segna il punto più basso nei rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca da quando Meloni è al governo.
Trump è riuscito nell’impresa di unire la politica italiana. Elly Schlein, segretaria del Pd, ha commentato così le parole del tycoon: «Voglio esprimere la nostra più ferma condanna, che sono certa sarà unanime in quest’aula, per l’attacco del presidente Donald Trump alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per avere doverosamente espresso solidarietà a Papa Leone».
Un’identità in cerca di autonomia
Al di là della cronaca, queste due crisi simultanee raccontano una fase politica precisa. Fino a ieri, Meloni veniva spesso accusata dall’opposizione e dall’opinione pubblica – non a torto – di “sudditanza” agli Stati Uniti e di fedeltà assoluta a Israele. Oggi, in poche ore, la premier “ha rotto” con entrambi. O, perlomeno, nulla sarà come prima. Dopotutto, l’Italia non può più ignorare i rischi corsi dai propri soldati in Libano e le azioni sconsiderate di Tel Aviv. Certo, con innegabile e colpevole ritardo, ma tant’è. Dall’altra, l’Europa (e l’Italia, in primo luogo) non possono accettare che un presidente americano attacchi liberamente il Papa come se nulla fosse.
A questo punto, se la premier vuole davvero tutelare gli interessi nazionali italiani come dice – in primis la sicurezza energetica, la competitività delle imprese e il potere d’acquisto delle famiglie – dovrebbe prendere seriamente in considerazione il consiglio pragmatico di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Descalzi ha sottolineato con realismo che, a partire dal 1° gennaio 2027, l’Europa rischia di privarsi di circa 20 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl) russo senza avere alternative chiare e immediate in grado di sostituirlo. L’ad di Eni ha dunque invitato l’Europa a sospendere il bando previsto per il 2027 sul Gnl russo, perché sostituirlo non sarà né semplice né indolore. Certo, non piacerà molto a Trump, ma che importa?
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!