L’Unione Europea è decisa a interrompere ogni rapporto commerciale con la Russia rinunciando al suo gas entro il 2027, ma non prima di averne fatto scorte voluminose. Secondo quanto rilanciato dal Financial Times, alcuni Paesi membri starebbero accelerando sull’acquisto di gas russo prima che il bando diventi vincolante l’anno prossimo e secondo la società di analisi Kpler, da inizio 2026, sarebbero state importate circa 9,9 milioni di tonnellate di oro blu all’interno dei confini comunitari. Un elemento consistente e saliente che indica le contraddizioni di una politica determinata a porre fine a una fonte di approvvigionamento a cui, però, non è semplice trovare un’alternativa che soddisfi pienamente il fabbisogno energetico nel Vecchio Continente a prezzi relativamente contenuti.
Lo shopping energetico prima dello stop
A gennaio 2026 è entrato in vigore il regolamento Ue che prevede l’abbandono graduale delle importazioni di oro blu da Mosca dopo un lungo dibattito iniziato negli anni addietro. Già da questa primavera è scattato il divieto relativo all’acquisto di gas tramite contratti a breve termine, mentre sarà ancora possibile fino a dicembre 2027 effettuare delle forniture se disciplinate da vecchi contratti pluriennali. Grazie a cosa è stato firmato in passato, le industrie europee stanno facendo una corsa contro il tempo per accaparrarsi più gas possibile prima che si chiudano i rubinetti dell’Est e non è un caso che le importazioni da gennaio a giugno di quest’anno siano aumentate di circa il 16-18% rispetto allo stesso arco temporale del 2025. Tra i principali acquirenti ci sono la Francia con 3,6 milioni di tonnellate, il Belgio con 3 milioni e la Spagna con 2,7 milioni.
Questi volumi di acquisto hanno un enorme valore monetario per le compagnie russe secondo l’Ong Urgewald. L’organizzazione ha stimato che i proventi derivanti dalle vendite ammontano a circa 6 miliardi di euro sia che si tratti di materia prima trasportata via gasdotto che di gas naturale liquefatto (GNL) approdato nei porti europei. Ciò dimostra che, nonostante l’Unione europea abbia diversificato i Paesi fornitori di oro blu tra cui Algeria, Norvegia e Usa, Mosca continua a essere un mercato fondamentale per riscaldare il Vecchio Continente.
La commistione tra interessi russi ed europei: il caso Yamal LNG
Buona parte del gas naturale liquefatto importato dagli europei è trattato presso gli impianti di Yamal, ubicati nell’omonima penisola facente parte del Circolo Polare Artico. Il territorio non si trova lontano dai confini dell’Ue e il gas prodotto presso le strutture locali è trasportato fino alle coste europee tramite delle metaniere rompighiaccio. Tali imbarcazioni sono di tipo Arc7, un prototipo molto costoso e limitato in commercio, e risultano più convenienti da utilizzare nelle rotte verso l’Europa grazie alla vicinanza tra i terminali situati lungo le rispettive coste, mentre i viaggi in direzione dell’Asia sono più lunghi e meno frequenti a causa della maggiore distanza. Non è un caso, dunque, se nei primi sei mesi del 2026, la quasi totalità della produzione di Yamal sia stata destinata al Vecchio Continente.
Davanti allo scenario che metterà fine alla possibilità di fare affari con gli europei, indubbiamente per la società Novatek – compagnia russa partecipante al 50% alla joint venture Yamal GNL – sarà un bel grattacapo ma anche altre aziende, per giunta europee, potrebbero piangere lacrime amare. A controllare gli impianti della penisola sono anche la francese TotalEnergies che possiede circa il 20% delle azioni, la China National Petroleum Corporation (CNPC) che possiede la stessa percentuale del colosso transalpino e il Silk Road Fund cinese che vanta circa il 10%. Dall’anno prossimo, TotalEnergies non potrà senz’altro più contribuire all’esportazione di gas a favore dell’Europa ma l’amministratore delegato Patrick Pouyanné non esclude che per l’azienda non sarà più possibile commercializzare GNL russo anche in altri mercati visto il divieto comunitario di acquistare gas russo (su questo aspetto ci sono dubbi interpretativi).
Tutto questo dimostra come le economie di Europa e Russia siano molto integrate e come noi europei abbiamo difficoltà a ignorare e a sostituire un partner commerciale come Mosca. Dall’anno prossimo, il destino dell’industria nostrana assumerà un volto molto diverso da quello vissuto per decenni.
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