Sterminare gli Shompen nel nome del progresso

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Politica /

Nell’Oceano Indiano esiste un’isola dove la luna possiede un nome e un significato, dove ogni vegetale ha un’anima e nessuno osa recidere una foglia senza autorizzazione. In quel luogo, tra le ramificazioni della giungla, dimora una delle popolazioni più isolate e vetuste del pianeta, gli Shompen. Circa trecento individui senza contatti esterni, nomadi, invisibili, a loro agio nella densa foresta pluviale di Great Nicobar, un universo che si misura in corsi d’acqua, alberi, orme di animali. Per millenni, hanno raccolto, cacciato, coltivato senza mai arrecare distruzione. Non hanno conosciuto guerre, né istituzioni statali, né attività industriali. Attualmente, corrono il rischio di estinguersi, non a causa di una carestia, né di una pandemia, ma per una decisione presa a migliaia di chilometri di distanza, in un ufficio ministeriale provvisto di ventilatori e grafici in PowerPoint.

Il governo indiano ha approvato un imponente piano infrastrutturale denominato Great Nicobar Development Project. Un progetto da 9 miliardi di dollari che introdurrà sull’isola un porto cargo di enormi dimensioni, un aeroporto internazionale, una centrale elettrica, una base militare, un’area industriale e, inoltre, un insediamento urbano destinato ad accogliere 650.000 persone. Le cifre generano forte preoccupazione, poiché attualmente sull’isola risiedono circa 8.000 individui e l’incremento previsto ammonta all’8000%. È come se qualcuno decidesse di costruire Manhattan sopra un giardino zen. Non è sviluppo, è una vera invasione. Ed è irreversibile.

Un terzo dell’isola sarà sacrificato. Metà delle aree destinate all’edificazione si trova all’interno della riserva indigena ufficiale, una zona che, almeno teoricamente, dovrebbe essere inviolabile. Tuttavia, il diritto dei popoli indigeni, come noto, ha valore fino a quando non ostacola interessi economici. Pertanto, mentre gli Shompen proseguono la loro esistenza nei piccoli insediamenti nascosti tra le radure, i corsi d’acqua e le foreste del sud-est asiatico, le ruspe si apprestano a scavare, spianare, asfaltare.

Se il progetto andasse avanti, anche solo in forma ridotta, condannerebbe gli Shompen all’estinzione. Sarebbe un genocidio.

Sono le parole di trentanove tra i più autorevoli esperti mondiali di genocidio, accademici di tredici paesi diversi, firmatari di una lettera inviata al governo indiano nel febbraio 2024. Tra loro, storici, sociologi e persino l’ex presidente dell’International Association of Genocide Scholars. Il piano è inequivocabilmente letale. Punto.

Nuova Delhi risponde alle crescenti proteste con una soluzione che sfiora il surreale e che prevede di trapiantare alberi in un’altra regione, spostare coralli come fossero arredi e reimpiantare coccodrilli come se si trattasse di un banale trasloco ecologico. Ma come spiegare alle comunità indigene, che da secoli venerano ogni radice e ogni animale della foresta, che la loro terra sacra verrà sacrificata in nome del ‘progresso’, mentre altrove, in una distante pianura sconnessa dalla loro storia e spiritualità, qualcuno pianterà degli alberi a loro nome trasformando la loro casa in una pianura di cemento? 

Per gli Shompen, la foresta rappresenta un universo popolato. Il pandano, che chiamano larop, non è solo nutrimento, ma anche un fondamento culturale. Le sue foglie sono intrecciate, i suoi frutti raccolti e condivisi. Dai semi del Canarium strictum ottengono incenso, masticano resine e profumano i corpi. La loro alimentazione include scimmie, lucertole, maiali selvatici e piccoli coccodrilli. Nei rari orti coltivano tapioca, limoni, peperoncini e betel. Cacciano tutto l’anno, si muovono tra gli alberi con la naturalezza di chi non ha bisogno di strade e si orientano nel tempo guardando la luna. Houou, la dea lunare, è colei che ha creato l’universo e che, alla morte, scende dal cielo per accompagnare le anime nell’aldilà. Le macchie visibili sul disco lunare? Sono i segni lasciati dagli antenati. Un sistema cosmologico coerente, radicato, poetico. Ma invisibile agli occhi di chi misura la vita in rendimenti e potenziale edificabile.

Non tutti gli Shompen sono incontattati. Alcuni scambiano beni con i Nicobaresi o con i pochi coloni e funzionari presenti sull’isola. Alcuni si avvicinano ai mercati, ma sempre per brevi periodi. Nessuno di loro resta. Gli oggetti raccolti, come riso e utensili, vengono portati nella foresta e ridistribuiti tra le famiglie. Quando qualcuno ritorna da fuori, viene messo in quarantena in capanne apposite, isolate. Si tratta di prudenza e consapevolezza. Gli Shompen sanno di essere fragili. Non hanno difese immunitarie adeguate contro le malattie comuni. E lo sanno da tempo. Per questo scelgono di restare lontani. Non per ignoranza. Ma per lucidità. Gli esperti esprimono con chiarezza una preoccupante previsione che stabilisce che il contatto con un elevato numero di nuovi arrivati si rivelerà sufficiente a causare l’estinzione della popolazione Shompen. Le malattie infettive completeranno l’opera. L’invasione demografica annienterà i gruppi nomadi, devasterà i loro territori e interromperà i cicli ecologici da cui dipende ogni azione quotidiana della loro esistenza. Gli Shompen non saranno deportati, né sterminati con la violenza. Saranno semplicemente assorbiti, dislocati, contaminati, condannati a una lenta estinzione, come una specie dimenticata in uno zoo privo di recinti.

Great Nicobar è uno scrigno naturale ancora intatto. Il 95% del territorio è coperto da foresta pluviale primaria. Qui si trovano undici specie di mammiferi, trentadue di uccelli, sette rettili, quattro anfibi endemici. I varani condividono il terreno con i toporagni, i coccodrilli si muovono tra le mangrovie, le tartarughe giganti nuotano accanto ai dugonghi e ai delfini. Ogni metro è biodiversità pura, non replicabile. Non basteranno mille serre a ricrearla.

Nonostante ciò, il progetto prosegue. La logica economica avanza rapidamente, incurante dei vincoli ambientali, dei diritti delle popolazioni indigene e della memoria delle foreste. L’elemento cruciale non è unicamente la sopravvivenza degli Shompen, ma la sopravvivenza di una concezione del mondo in cui non ogni cosa può essere mercificata.

Il governo ha ancora una scelta. Può cancellare il progetto, rinunciare a un sogno di acciaio e cemento e proteggere un pezzo raro dell’umanità. Oppure può insistere, seppellendo per sempre una civiltà che non ha mai chiesto nulla, se non di essere lasciata in pace.

Gli Shompen non vogliono integrarsi. Non vogliono entrare nei libri di storia. Non vogliono diventare un “caso”. Vogliono continuare a vivere con la luna, tra i pandani, seguendo i fiumi e parlando con gli alberi. Se esiste ancora qualcosa di sacro in questo mondo, è il loro silenzio. Un silenzio che parla di radici antiche, di legami invisibili con la terra, di un intero universo che rischia di scomparire. Ora tocca a noi scegliere di ascoltarlo, o seppellirlo sotto il rumore del progresso.