Mentre la guerra in Iran si trascina tra difficoltà impreviste e costi crescenti, negli Stati Uniti si alza il dibattito su chi abbia realmente spinto Washington verso questo nuovo conflitto mediorientale. A porre la questione con la consueta franchezza è Stephen M. Walt, professore di Relazioni internazionali alla Harvard University e columnist della rivista Foreign Policy. In un articolo pubblicato nelle scorse ore, Walt – coautore insieme a John J. Mearsheimer dell’Università di Chicago del celebre saggio del 2007 The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy – attribuisce una responsabilità specifica alla medesima lobby nell’aver trascinato Washington in guerra contro Teheran.
«Prima di tutto», scrive Walt, «non si tratta di una questione di religione o etnia. La lobby non coincide con la comunità ebraica americana, che anzi – come dimostravano già i sondaggi del 2002-2003 sulla guerra in Iraq – era meno favorevole all’intervento militare rispetto alla media della popolazione. Molti ebrei americani, anzi, si oppongono oggi apertamente al conflitto: J Street, Jewish Voice for Peace e New Jewish Narrative hanno condannato pubblicamente la guerra».
Il vero oggetto dell’analisi è invece una coalizione trasversale – che include sia ebrei sia, in particolare, i cristiani sionisti – il cui obiettivo comune è mantenere una “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele: aiuti militari generosi e copertura diplomatica a prescindere dalle azioni di Tel Aviv. Secondo Walt, le responsabilità primarie restano ovviamente del presidente Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu. È Trump ad aver preso la decisione finale, è Netanyahu ad aver premuto per mesi affinché Washington intervenisse.
L’ingerenza della lobby nella politica Usa
Ma nessun presidente agisce da solo. E l’amministrazione Trump, osserva il professore, è permeata di figure profondamente legate alla lobby: il segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale Marco Rubio (tra i maggiori beneficiari di finanziamenti pro-Israele), gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, l’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, la chief of staff Susie Wiles (ex consulente della campagna di Netanyahu). Walt menziona inoltre Miriam Adelson, l’influente vedova del defunto magnate delle scommesse Sheldon Adelson e maggiore donatrice di Trump alle ultime elezioni.
Ma il ruolo della lobby non si limita al cerchio ristretto della Casa Bianca. Per anni, organizzazioni come Aipac, la Foundation for Defense of Democracies, la Zionist Organization of America e United Against Nuclear Iran hanno lavorato sistematicamente per demonizzare l’Iran, impedire affari americani con Teheran e sabotare ogni tentativo di distensione. Walt ricorda che questi stessi gruppi si opposero con forza all’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa), spingendo Trump a stracciarlo nel 2018 nonostante l’Iran stesse rispettando gli impegni. Senza quella rottura unilaterale, osserva l’analista, oggi Washington avrebbe avuto molti meno motivi per temere il programma nucleare iraniano.
L’analisi del docente di Harvard
Soprattutto, conclude Walt, la lobby ha reso praticamente impossibile per qualsiasi presidente americano – democratico o repubblicano – esercitare una pressione reale su Israele. Ha così consentito a Netanyahu di condurre una politica di “guida spericolata” in tutto il Medio Oriente: attacchi ripetuti contro Gaza, Libano, Yemen, Siria, Iran e persino Qatar. Israele non ha “costretto” gli Stati Uniti a entrare in guerra, ammette il professore, ma il clima politico creato dalla lobby ha reso l’intervento quasi inevitabile.
«Fino a quando l’influenza di questo gruppo non verrà ridotta e gli Stati Uniti non stabiliranno con Israele una relazione normale – invece che “speciale” –», avverte Walt, «episodi come questo continueranno a ripetersi. E ogni volta l’America apparirà più come un bullo senza cuore che come una grande potenza responsabile, lasciando tutti noi più poveri e insicuri».
Benché non fosse l’unico fattore, secondo Walt e Mearsheimer fu proprio la Israel Lobby a spingere in modo significativo l’amministrazione Bush ad attaccare l’Iraq, nel 2003. Come hanno ricostruito i due docenti nel loro libro pubblicato nel 2007, infatti, la guerra non fu fatta principalmente per il petrolio, per le armi di distruzione di massa (che non esistevano) o, tantomeno per diffondere la democrazia, ma in buona parte motivata dal desiderio di rendere Israele più sicuro. L’Iraq di Saddam Hussein era visto come una minaccia da Tel Aviv, e la Lobby (una coalizione ampia che include gruppi pro-Israele come Aipac, neoconservatori con legami acon il Likud, e anche alcuni cristiani sionisti) ha svolto un ruolo chiave nel plasmare il dibattito pubblico e le decisioni dell’amministrazione Bush. E quella tesi – così contestata e discussa all’epoca – si ripropone oggi tragicamente con la guerra all’Iran e con le stesse dinamiche di oltre 20 anni fa. E se Walt e Mearsheimer avessero sempre avuto ragione?
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