Che a Washington le posizioni sulla Libia non convergessero appare palese da diverso tempo e non solo da quando Donald Trump è insediato alla Casa Bianca. Ma adesso la spaccatura tutta interna all’amministrazione Usa su Tripoli, arriva in un momento molto particolare: nella capitale libica si combatte, il recente raid di Tajoura mette in evidenza la drammaticità del conflitto ed una comunità internazionale ai margini del dossier che riguarda il paese nordafricano rischia di prolungare le sofferenze date dalla guerra. Ecco perché l’impasse Usa in queste settimane fa ancora più rumore.

Trump contro il dipartimento di Stato

Si sa che il presidente americano non è molto avvezzo a rispettare quelle che sono le prassi consolidate a Washington da decenni e, per tal motivo, spesso si assiste a prese di posizione repentine attuate senza consultare consiglieri e collaboratori. Del resto è forse anche per fare questo che nel 2016 gli americani hanno eletto il tycoon. Dai retroscena emergenti negli ultimi giorni, si apprende come proprio la posizione di Trump sulla Libia porta al blocco della risoluzione di condanna dell’attacco di Tajoura ad opera del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Lo scrive il Washington Post, ne parla in Italia anche un articolo di Paolo Mastrolilli su La Stampa. Tutto in realtà nasce nello scorso mese di aprile, quando il presidente egiziano Al Sisi vola alla Casa Bianca per incontrare Donald Trump. In quell’occasione il leader egiziano presente l’alleato Haftar, che da pochi giorni con il suo esercito avanza verso Tripoli, come alfiere della lotta al terrorismo.

Da quel momento inizia un vero e proprio tira e molla tra Casa Bianca e Dipartimento di Stato. Proprio il dipartimento è fautore di un impegno americano ridimensionato in Libia, a favore di un sostegno ai piani delle Nazioni Unite. In poche prole, dal dipartimento di Stato si considera l’affare libico più europeo che americano. Washington comunque, secondo questa visione, conferma il riconoscimento del governo guidato da Al Sarraj. All’interno della Casa Bianca invece, dopo la visita di Al Sisi, la prospettiva viene quasi ribaltata: Trump telefona ad Haftar e riconosce al generale un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo. Anche se l’amministrazione americana conferma il riconoscimento dell’esecutivo di Al Sarraj, quella telefonata equivale ad un via libera di Washington ai progetti di conquista di Tripoli da parte di Haftar.

Il “no” alla condanna del raid di Tajoura

Da qui si arriva dunque alla cronaca delle ultime ore che, come detto, appare contraddistinta dal brutale bombardamento di Tajoura. In questo quartiere posto alla periferia di Tripoli, una bomba centra un centro d’accoglienza per migranti causando la morte di decine di rifugiati. Un episodio che suscita reazioni, seppur tardive, in Europa e negli Usa. Il bombardamento, secondo quando trapelato nelle ore successive alla tragedia, sarebbe opera delle forze di Haftar. Gli uomini del generale dell’esercito avrebbero sparato contro un obiettivo militare posto nelle vicinanze del centro: Al Sarraj parla di crimine voluto e minaccia lo svuotamento di tutti i centri d’accoglienza in Tripolitania (con le ben immaginabili conseguenze soprattutto per il nostro paese), Haftar invece accusa Tripoli di usare i migranti come scudi umani.

Vista però l’unanime condanna a livello mediatico, la Gran Bretagna prende l’iniziativa di portare presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu la proposta per una risoluzione volta a censurare il bombardamento di Tajoura. Nel documento non si fa riferimento ad una parte specifica, bensì si invitano gli attori coinvolti a rilanciare il dialogo ed a provare un cessate il fuoco. Ma proprio al Palazzo di vetro il documento di Londra riceve lo stop degli Usa. Questo perché l’amministrazione Trump non vuole arrivare ad atti che assomigliano molto a delle condanne di Haftar. Anche perché la Gran Bretagna non vede di buon occhio il generale della Cirenaica e dalla Casa Bianca si teme che il documento del governo di Londra, almeno nel breve termine, possa portare ad un isolamento dello stesso Haftar.

Ma molti funzionari del dipartimento di Stato, così come evidenziato dalla stampa Usa, hanno digerito malamente il no ufficiale degli Usa alla risoluzione britannica. La spaccatura interna a Washington quindi si acuisce e le conseguenze potrebbero essere importanti per il futuro della Libia. Al momento infatti, una mancata posizione unitaria dell’amministrazione americana implicherebbe un allungamento dei tempi per riavviare il dialogo tra le parti libiche. E gli Usa sembrano destinati, ancora una volta, a recitare un ruolo solo marginale interno al dossier libico. La palla dunque, passa ad un’Europa che però ancora una volta appare incapace di riprendere in mano la situazione.