Sembra quasi un gioco da tavolo, e in effetti le somiglianze sono molte. La strategia che Stati Uniti e Cina stanno utilizzando per isolarsi a vicenda segue una logica complessa, calibrata nei minimi dettagli. Pechino sta da tempo tentando di portare sotto la propria sfera di influenza alcuni tra gli storici alleati di Washington, sia in Asia che in Medio Oriente. Due esempi? Israele e Arabia Saudita. Il Dragone ha stretto numerosi accordi commerciali con Israele e il governo americano è subito balzato sull’attenti, ricordando al partner mediorientale come possa essere pericoloso fidarsi della Cina. In realtà gli Stati Uniti temono che i cinesi possano mettere le radici in un’area strategica e altamente sensibile per i piani della Casa Bianca. E lo stesso discorso, fatte le dovute proporzioni, può essere esteso all’Arabia Saudita, con Riad ben contenta di stringere affari con l’ex Impero di Mezzo, intascando soldi in cambio di petrolio. Gli Stati Uniti, per evitare di perdere terreno, hanno dovuto tirarsi su le maniche e operare con gli stessi mezzi del rivale cinese.

Il piano degli Stati Uniti e le mosse della Cina

Donald Trump ha puntato sull’Islanda. Il presidente americano vuole avviare un rapporto di collaborazione con l’isola europea per fare una specie di scacco matto alla Cina. Grazie alla sua posizione geografica, l’Islanda potrebbe diventare un valido alleato americano da utilizzare come hub per contrastare l’espansione cinese nell’Artico. Al momento non ci sono accordi economici, anche perché Reykjavik ha ben poco da offrire agli americani, se non la sua valenza strategica. Che, non a caso, è proprio ciò che ha attirato l’attenzione di Trump. Il tycoon ha provato in tutti i modi a insediare il Dragone nel circolo polare artico e, dopo aver cercato invano di acquistare la Groenlandia, adesso ha intenzione di fare breccia nel paese abitato da 300 mila abitanti.

L’importanza strategica di Reykjavik

Strada in discesa, dunque? Nemmeno per idea, perché la Cina ha già bussato alla porta dell’Islanda e gli Stati Uniti sono costretti a inseguire. Il governo islandese ha un accordo di libero commercio con Pechino dal 2014. Forse è troppo tardi, ma la Casa Bianca si è accorta del numero enorme di legami diplomatici stretti dal Dragone in giro per il mondo e adesso vuole metterci una pezza. Nel suo ultimo viaggi in Europa, il vicepresidente americano Mike Pence aveva messo in agenda una tappa in Islanda oltre che in Regno Unito e Polonia. Gli Stati Uniti, per prima cosa, potrebbero proporre a Reykjavik un accordo di libero commercio simile a quello cinese, per poi aumentare la posta in gioco. In un secondo momento Washington potrebbe puntare ad accordi infrastrutturali al fine di poter utilizzare aeroporti e porti islandesi in chiave anti cinese. L’Islanda ha rifiutato di entrare a far parte della Nuova Via della Seta, e Pence ha ringraziato il governo islandese per la coraggiosa mossa, auspicando che Reykjavik si dimostri altrettanto risoluto nel chiudere le sue porte a Huawei. Certo, è un buon punto di partenza ma gli Stati Uniti devono mettersi in testa di essere stati preceduti dalla Cina, e che tra l’isoletta situata nella periferia europea e il Dragone si parla di affari da almeno 5 anni.

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