Gli Stati Uniti in Libia ci sono. E anche se non sembrano mai troppo interessati al conflitto che si sta sviluppando a poche miglia dalle nostre coste, non è vero che a Washington abbiano “dimenticato” il dossier libico. Il Nordafrica interessa. È la costa meridionale del Mediterraneo, è la porta d’accesso al Sahel, ha materie prima fondamentali. Ed è soprattutto un crocevia di interessi dove si svolge uno scontro fra le tre maggiori potenze mondiali: Cina, Russia e Stati Uniti, Con gli Stati europei che si sfidano, fra loro, per la supremazia su uno o l’altro Paese. 

In Libia, con Francia e Italia coinvolte in un acceso scontro diplomatico e strategico per la leadership della transizione del Paese dalla guerra post-Gheddafi a una futuro più o meno stabile, ci sono anche gli States. E Donald Trump, che non può dirsi di certo un presidente particolarmente avvezzo alle diatribe euro-mediterranee, non vuole perdere il polso. Il Pentagono ha da tempo chiesto, attraverso Africom ,un maggiore coinvolgimento americano nel continente. E in Libia, dove sono già arrivati cinesi e russi, i militari Usa non vogliono rimanere indietro. Ci sono troppi interessi e troppi Stati interessati per evitare di prendere parte al grande gioco di Tripoli.

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Ma gli Stati Uniti si trovano, loro malgrado, a giocare una partita complessa. I recenti sviluppi della politica europea hanno portato alla luce una guerra fra Parigi e Roma che ha il sapore quasi rétro di un conflitto coloniale. Emmanuel Macron e Giuseppe Conte vogliono avere il controllo della Libia. Ma per farlo, hanno entrambi bisogno di Washington. E Trump sembra aver scelto noi, e non i francesi, come suoi interlocutori privilegiati. Il governo Lega-5 Stelle piace molto alla Casa Bianca. È la spina nel fianco dell’Unione europea, afferma valori condivisi anche Oltreoceano, e nonostante le aperture a Russia e Cina, ha assicurato gli interessi americani nel Mediterraneo e in Europa.

Insomma, l’asse fra Roma e Washington funziona. E la Libia può essere la conferma, visto che la conferenza di Palermo è nata anche grazie alla cabina di regia congiunta fra Italia e Stati Uniti su questo specifico fronte. Si è parlato di Mediterraneo allargato e di partner privilegiato: ecco, la Libia è al centro di questa regione. 

Ma dire che Trump appoggi il governo italiano non significa, inevitabilmente, dire che gli Stati Uniti appoggino incondizionatamente l’Italia contro la Francia. Perché la complessità della strategia americana fa sì che non possano neanche voltare definitivamente le spalle a Parigi, partner strategico in altre aree del mondo, come in Sahel e Siria. E adesso, a pochi giorni dalla conferenza sulla Libia che si terrà a Palermo, l’obiettivo americano sembra essere quello di rimanere il più possibile distante da una guerra italo-francese che, agli interessi Usa, può fare solo danni.

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La questione è stata spiegata bene da Foreign Affairs. Premesso che sì, Trump ha consegnato a Conte il ruolo di co-leader della transizione libica, questo non si tradurrà, inevitabilmente, nella pena esclusione di Macron. Gli Stati Uniti si appoggiano all’Italia per monitorare la situazione del post-conflitto e definire i ruoli in campo fra parlamenti, governi e milizie. Ma questo non indica che a Washington abbiano il desiderio di fare una scelta di campo definitiva fra Parigi e Roma. Anzi, il fatto che Trump vada a Parigi prima della conferenza di Palermo (e che probabilmente non vada in Sicilia) deve essere un campanello d’allarme importante.

L’auspicio della rivista americana, particolarmente utile per capire come si muovono i funzionari Usa, è che “l’amministrazione Trump dovrebbe sostenere la stabilizzazione politica della Libia senza scegliere il favorito tra Francia, Italia e altri attori esterni come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di prendere possesso della crisi libica, ma devono svolgere un ruolo nella sua risoluzione”. E la rivista ricorda quando a luglio le milizie di Khalifa Haftar presero alcuni pozzi minacciando di vendere il petrolio estratto escludendo la National Oil Cororpation, che è ancora oggi l’unica vera istituzione che unisce l’intero Paese. 

“Gli Stati Uniti -spiega Foreig Affairs – dichiararono che tali vendite avrebbero violato una risoluzione Onu e avrebbero esposto gli acquirenti alle sanzioni statunitensi e delle Nazioni Unite. Ciò ha rafforzato la legittimità del processo Onu e costretto Haftar a fare marcia indietro. Né Roma né Parigi avrebbero potuto ottenere quel risultato senza avvertimenti diplomatici ed economici dagli Stati Uniti”. E questo esempio servirebbe a far capire che il ruolo degli Stati Uniti non deve essere quello di appoggiare Italia o Francia lasciano il controllo della situazione all’uno o l’altro alleato europeo, ma fare in modo che siano gli Stati Uniti a monitorare la transizione attraverso le Nazioni Unite. 

Intanto, a conferma del fatto che anche Trump voglia vederci più chiaro sul dossier Libia, è arrivata una notizia da non sottovalutare. Intervenuto al Manama Dialogue dell’International Institute for Strategic Studies, il segretario alla Difesa James Mattis ha annunciato il ritorno nel Paese nordafricano dell’ambasciatore Peter Bodde. Una scelta importante per capire la direzione intrapresa dagli Stati Uniti. Ma anche per capire in che direzione debba andare l’Italia per far pendere definitivamente Washington dalla sua parte.

Gli Stati Uniti vogliono che le Nazioni Unite abbiano il pieno controllo della stabilizzazione del Paese. E l’Italia, seguendo la logica americana, dovrebbe puntare su questo: rafforzare il ruolo di Ghassan Salamé e del Palazzo di Vetro per avere dalla sua parte le maggiori potenze mondiali e smorzare le pretese francesi. Roma in Libia c’è, ed è impossibile escluderci, soprattutto grazie a Eni. Ma ora non dobbiamo fare in modo che la guerra fra Francia e Italia ci faccia perdere l’asse con l’America.