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Una notizia che sembra secondaria rispetto alle violenze che hanno coinvolto la Libia in queste settimane, ma che potrebbe essere molto importante per comprendere le dinamiche non solo del conflitto libico ma anche degli equilibri di forza a Tripoli.

Secondo un rapporto pubblicato da Thomson Reuters, sono ripartite le importazioni di petrolio libico da parte degli Stati Uniti. Tra luglio e agosto, le violenze nel Paese nordafricano avevano condotto alla chiusura dei principali porti libici e, di conseguenza, avevano costretto il governo a tagliare la produzione. Una scelta obbligata ma necessaria che è costata parecchio visto che la produzione è potuta ripartire soltanto il mese scorso, attestandosi a 950mila barili al giorno. E per un Paese i cui ricavi sono dovuti, in larghissima parte, all’export petrolifero, la questione non è stata per nulla secondaria.

Ma qualcosa in queste settimane è cambiato, a tal punto che sono riuscite a partire dalla Libia ben quattro navi cisterna, che hanno trasportato un totale di 2,1 milioni di barili dai principali terminal petroliferi del Paese fino a giungere ai porti americani. Una boccata di ossigeno per le casse di Tripoli e per la National Oil Corporation (Noc). Ma anche un segnale chiaro di come l’amministrazione di Donald Trump sia tornata a interessarsi alla Libia e abbia voluto lanciare un segnale sul sostegno all’economia del Paese.

L’assenza di importanza dalla Libia aveva infatti spostato l’attenzione delle aziende petrolifere statunitensi verso altri Paesi africani e , in particolare, nordafricani. Non puntare sulla Libia di fatto comportava uno spostamento degli interessi economici in altri Stati della regione, andando però a scalfire equilibri energetici e finanziari molto importanti e radicati. E in Nordafrica, il mercato del petrolio è prima di tutto diplomazia.

Come ricorda Reuters, ad agosto i raffinatori statunitensi della costa orientale hanno dovuto modificare i loro parametri sostituendo il greggio libico con il Saharan Bend prodotto in Algeria, tanto che gli Stati Uniti hanno importato 140mila barili al giorno della miscela sahariana, che rappresenta il volume di importo più grande degli ultimi due anni.

E chiaramente questo influisce anche nei rapporti di Algeri con altri attori internazionali. I tradizionali rapporti del governo algerino con la Russia e la recente conferma della partnership con la Germania, soprattutto in chiave migranti, sono chiaramente fattori da tener conto nello spostamento delle petroliere statunitensi nei porti algerini.

Petroliere che adesso, proprio nel momento in cui la leadership di Fayez Al Sarraj si indebolisce, tornano nei terminal libici, confermando così che anche Washington è interessata a rimanere ancorata al mercato petrolifero libico in un momento in cui i rapporti di forza nel settore energetico appaiono in fase di riequilibrio.

Con l’indebolimento del governo riconosciuto di Tripoli, le mosse francesi (vedi Total) con le milizie legate a Khalifa Haftar e, a sua volta, con l’inserimento dei russi, in particolare di Rosneft, nel panorama petrolifero del Paese, gli Stati Uniti non potevano rimanere troppo fuori dai giochi. Anche perché è il petrolio è uno dei capisaldi della politica internazionale made in Usa.

In questo, ancora una volta, gioca un ruolo non di secondo piano l’alleanza che si è instaurata sulla Libia fra Italia e Stati Uniti. L’Italia, con il lungo e profondo lavoro di Eni, si è ritagliata uno spazio di assoluta rilevanza nel settore energetico libico. E di questo, a Washington, sono perfettamente consapevoli. Far ripartire l’import di oro nero dal Paese sconvolto dalla guerra civile, e possibilmente alimentarlo, può essere realizzato anche grazie all’asse che è stato costruito in questi mesi con Roma: quella “cabina di regia” sul Mediterraneo allargato in cui il petrolio ha, indubbiamente, non un ruolo minimo.

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