Le proteste che stanno scuotendo gli Stati uniti a seguito della morte di George Floyd animate dal movimento Black Lives Matter riaccendono le contraddizioni di un Paese che sembra incapace di fare i conti con la propria storia. Una statua in bronzo alta del Texas Ranger Jay Banks è stata rimossa giovedì dall’aeroporto di Dallas Love Field. Era lì dal 1962. I funzionari della città di Dallas e l’aeroporto hanno deciso di comune d’accordo – senza consultare il sindaco – di rimuovere la statua dopo che sono circolati alcuni estratti del libro di Doug J. Swanson dal titolo “Cult of Glory: The Bold and Brutal History of the Texas Rangers” che parla di Jay Banks come di un “razzista”. “Jay Banks fu coinvolto negli sforzi del 1957 di tenere i bambini neri fuori da una scuola bianca”, ha detto Swanson a KXAS-TV . “Stava solo seguendo gli ordini, ma era il volto della resistenza all’integrazione a Mansfield nel 1957.” Tuttavia, lo stesso Swanson ha spiegato di essere rimasto “sorpreso” dalla rimozione della statua. “Non sono stato consultato”, ha detto. “Ho sentimenti molto contrastanti al riguardo. Penso che sia davvero importante che la storia della statua sia conosciuta”.

A Philadelphia, in Pennsylvania è andata giù la statua di Frank Rizzo, che nei giorni scorsi era stata ricoperta di scritte durante le proteste per la morte di George Floyd. “Questo è l’inizio del processo di guarigione della nostra città”, ha proclamato fiero il sindaco della città, il democratico Jim Kenney, che ha preso la decisione di rimuovere l’icona dopo un dibattito durato in realtà anni. Come riporta La Repubblica, in Virginia, il governatore democratico Ralph Northam, ha annunciato che farà rimuovere da Richmond la statua del celebre Robert Lee, il generale comandante degli Stati Confederati durante la guerra di secessione mentre il sindaco di Indianapolis, in Indiana, Joe Hogsett si è unito alla furia politicamente corretta e ha annunciato che rimuoverà dal parco della città un monumento dedicato ai soldati confederati morti in un campo di prigionia. Sempre in nome dell’antirazzismo, in Europa, e precisamente a Bruxelles, oltre 30mila persone hanno firmato una petizione per richiedere la rimozione delle statue di Leopoldo II, il sovrano belga che regnò dal 1865 al 1909, mentre a Londra è stata sfregiata la statua di Winston Churchill, il primo ministro conservatore britannico, eroe della Seconda Guerra Mondiale. Anche lo statista britannico è stato accusato di “razzismo”.

La furia politicamente corretta contro la storia

Non c’è nulla di buono nella furia politicamente corretta che abbatte statue e cancella la storia: è il frutto avvelenato della politica dell’identità e di un atteggiamento liberal-totalitario molto pericoloso che si sta facendo strada negli Stati Uniti, soprattutto negli ultimi anni, e che dilaga in tutto l’Occidente. Terminate le statue da abbattere, la furia iconoclasta passerà presto al resto, al fine di accontentare ogni folle rivendicazione delle più svariate minoranze presenti sul pianeta. Come scrive il Guardian a proposito della politica dell’identità, “quando i gruppi si sentono minacciati, si ritirano nel tribalismo. Quando i gruppi si sentono maltrattati e mancati di rispetto, chiudono i ranghi”.

Il problema del liberalismo identitario

Oggi in America, osserva il Guardian, “ogni gruppo si sente in qualche modo così. Bianchi e neri, latini e asiatici, uomini e donne, cristiani, ebrei e musulmani, persone etero e gay, liberali e conservatori – tutti sentono che i loro gruppi vengono attaccati, maltrattati, perseguitati, discriminati. E questo fenomeno è estremamente pericoloso perché lascia gli Stati Uniti “in una nuova situazione: quasi nessuno difende un’America senza politica di identità, un’identità americana che trascende e unisce tutti i numerosi sottogruppi del Paese”. Questo ha a che fare con la storia della sinistra degli ultimi 30 annoi. Con il crollo dell’Unione Sovietica, infatti, le invettive anticapitaliste della vecchia sinistra spinsero le sinistre mondiali a cambiare radicalmente strategia, abbandonando qualsiasi velleità di apportare una serie riforma socioeconomica e optando dunque per la “politica del riconoscimento”, altrimenti detta politica dell’identità. Una politica che fa leva, per l’appunto, sul riconoscimento dei singoli e mira a tutelare le minoranze. Come osserva Mark Lilla, infatti, il liberalismo identitario ha confinato la parola noi nelle periferie del dibattito politico. Il nuovo mantra è quello del politicamente corretto: lo stesso che porta a cancellare la storia, senza la quale, però, non ci può essere futuro.

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