Non basta l’uscita dall’accordo sul programma nucleare iraniano: adesso gli Stati Uniti vogliono creare una coalizione internazionale che abbia come obiettivo l’Iran.

Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato, lo ha detto chiaramente in conferenza stampa: “Gli Stati Uniti lavoreranno duramente per mettere insieme una coalizione”, il cui unico scopo sarà quello di “riunire molti Paesi di tutto il mondo con l’obiettivo specifico di guardare al regime iraniano con una visione più realistica” che includa “tutte le sue attività destabilizzanti che non sono soltanto una minaccia per la regione, ma una minaccia per il mondo”.

Con una specificazione da parte della portavoce americana di non poco conto.La coalizione non sarà un’alleanza “anti-Iran”, ma contro il “regime” iraniano. Perché gli Stati Uniti, a detta del Dipartimento di Stato, hanno un problema con il sistema politico che governo Teheran, ma non con il popolo iraniano, che invece “sostiene fortemente”.

 Il piano per la coalizione

Il piano sarà descritto nel dettaglio da Mike Pompeo lunedì prossimo, quando parlerà di fronte ai giornalisti nella sua rima grande conferenza da quando ha assunto la carica di Segretario di Stato. Tuttavia, la portavoce del Dipartimento ha già dato indicazioni interessanti.

Nauert ha innanzitutto evocato come esempio quello della coalizione anti-Isis. E questo è importante poiché prevede un’infrastruttura già valutata da Washington in questi ultimi anni. La coalizione, che è nata con lo scopo di combattere Daesh in Siria e Iraq, è composta attualmente da 75 membri, con un alcuni Paesi che hanno ovviamente avuto un peso maggiore soprattutto in ambito militare.

Il portavoce del dipartimento Usa non ha detto se questa coalizione contro il “regime iraniano” abbia o meno, in teoria, una componente militare. Per ora, sembra più probabile un’alleanza dci matrice politica ed economica che stringa il cappio nei confronti dell’economia iraniana con uno sguardo a tutte le operazioni militare delle forze legate a Teheran, in particolare in Siria, in Iraq, in Yemen e in Libano.

La spaccatura con l’Europa

In questi giorni, l’amministrazione americana ha convocato centinaia di funzionari e rappresentanti di tutto il mondo per spiegare la decisione di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. Secondo Donald Trump, una vittoria sia politica che di immagine, che non solo lo contrappone al suo predecessore, Barack Obama, ma che gli permette anche di mostrarsi forte nei confronti dei nemici e fedele alleato di Israele e del suo amico Benjamin Netanyahu. E lancia anche un segnale alla Corea del Nord su cosa significhi siglare un patto con gli Stati Uniti se questi non lo ritengono più credibile.

 

Il problema, è che ritirandosi dall’accordo, Trump ha intrapreso una strada che, per adesso, lo sta conducendo all’isolamento. Gli altri firmatari dell’accordo del 2015 – Francia, Gran Bretagna, Germania, Cina e Russia – hanno criticato fortemente il ritiro degli Stati Uniti e hanno spinto verso una nuova fase di relazioni con Teheran mantenendo in piedi l’accordo.

E, se Cina e Russia non fanno parte della coalizione Usa anti-Isis, i Paesi europei firmatari del 5+1, sì. E questo potrebbe essere un grosso problema per Washington. Alla domanda sulla volontà delle nazioni europee di aderire alla nuova coalizione, Nauert ha detto che molti alleati degli Stati Uniti “capiscono perfettamente”. Ma saranno disposte a seguire gli Usa in una sfida così aperta nei confronti degli ayatalloah?

Intanto, la Commissione europea ha appena dato il via alla procedura formale per il blocking status, per neutralizzare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni Usa che coinvolgono le imprese europee con interessi in Iran. Ieri, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, aveva annunciato questa scelta. Ed oggi è arrivata la certezza. Il blocking status afferma che nessuna decisione presa da giudici stranieri sulla base di regole di Stati terzi possa essere applicato nell’Ue. Nato con l’embargo a Cuba, per tutelare le imprese europee, adesso ritorna, ma questa volta non siamo nel pieno di una Guerra Fredda. O forse sì.

Articolo di Lorenzo Vita