Non dimentichiamo la Corea del Nord. Sembra questo il monito lanciato dagli Stati Uniti dopo la notizia che l’esercito Usa ha condotto delle esercitazioni classificate (rivelate dal New York Times) nelle isole Hawaii concepite per simulare una guerra contro Pyongyang. I “giochi di guerra” si sono tenuti la scorsa settimana sotto la supervisione di alcuni fra massimi vertici militari, tra cui il capo dello stato maggiore dell’esercito, generale Mark A. Milley e il generale Thomas, che dirige il comando delle operazioni speciali.

Secondo quanto riferito dai media, le truppe impegnate nelle esercitazioni hanno esaminato una serie di insidie ​​che potrebbero ostacolare un eventuale attacco americano alle forze armate della Corea del Nord. Un esercito che preoccupa molto il Pentagono perché tendenzialmente sconosciuto, molto numeroso ed estremamente radicato sul territorio e tra la popolazione.

Uno dei limiti più analizzati durante le manovre è stato quello della limitata capacità delle forze armate americane di evacuare quotidianamente le truppe ferite dal territorio coreano . Le forze Usa sono consapevoli che ogni guerra con la Corea del Nord sarà uno scontro durissimo, dove le truppe di terra non saranno in grado di avere avamposti tali da poter rimanere in loco per essere curate. Inoltre, il problema dell’evacuazione dei feriti crescerebbe ulteriormente se il Nord si vendicasse utilizzando armi chimiche. In quel caso la tipologia di armi usate imporrebbe accortezza ancora maggiori e piani molto più massivi. 

Secondo i funzionari, nel caso di un conflitto, sarà spostato un gran numero di velivoli di sorveglianza dal Medio Oriente e dall’Africa al Pacifico per sostenere le truppe di terra. Inoltre, secondo quanto studiato dagli analisti che pianificano il possibile intervento militare in Corea del Nord, nelle operazioni vi sarebbe anche il coinvolgimento delle forze americane in Corea del Sud e in Giappone. 

Le esercitazioni nelle Hawaii non devono essere viste necessariamente come il preludio a una guerra imminente. In realtà, nonostante la presenza dei cosiddetti “falchi” all’interno del Pentagono, ci sono molti alti funzionari che cercano in ogni modo di far desistere da qualsiasi tipo di intervento Usa in Corea. James Mattis, segretario alla Difesa, e il generale Dunford, capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, stanno premendo per una soluzione diplomatica che eviti una guerra che lo stesso Mattis ha definito potenzialmente “catastrofica”.

I rischi sono altissimi. Il comandante dei marines ha già messo in guardia le forze sotto il suo comando che un conflitto in Corea sarebbe stato durissimo, ben al di là delle loro esperienze pregresse. Secondo recenti analisi dei vertici del Pentagono, c’è il pericolo concreto che nei primi giorni di conflitto i feriti fra le truppe statunitensi possano superare le 10mila unità. Molti hanno anche paura che le forze armate americane siano ormai disabituate a confrontarsi con eserciti regolari, avendo svolto le ultime campagne contro guerriglieri o insurrezioni o gruppi terroristici. L’esercito nordcoreano non è paragonabile ai talebani, eppure gli Usa sono impantanati in Afghanistan da 16 anni.

L’amministrazione Trump non ha mai escluso un’opzione militare, ma ha sempre utilizzato questa minaccia più come una leva per costringere Kim Jong-un a desistere dal suo programma nucleare piuttosto che come vere e proprie minacce di invasione. E finora, la guerra è stata evitata anche grazie all’opera diplomatica di Cina e Corea del Sud, oltre che della Russia, che hanno fatto il possibile per premere su Pyongyang pur mantenendo le loro posizioni. In particolare, Cina e Corea del Sud hanno svolto un ruolo essenziale, la prima come “dominus” per decenni della dinastia Kim la seconda come Stato con cui condivide il confine più militarizzato del mondo.

La recente scelta di Trump di aumentare la pressione commerciale e diplomatica sulla Corea del Nord imponendo nuova sanzioni e il blocco delle navi accusate di contrabbandare petrolio e altri beni con Pyongyang mostrano la volontà di Washington di piegare Kim attraverso un vero e proprio assedio economico. Ma i rischi non tendono a diminuire, specialmente perché qualora la Corea del Nord dovesse reagire a queste imposizioni, lo farebbe con un’azione che andrebbe a ledere anche e soprattutto la Corea del Sud. E Kim le ritiene un atto di guerra.

Ed è proprio la Corea del Sud ad avere il ruolo più difficile, cioè quello di dimostrare agli Stati Uniti di poter dialogare con la Corea del Nord e di dimostrare a Pyongyang di poter contenere la volontà Usa di colpirla. Il presidente Moon Jae-in si trova ora nella condizione di essere il vero ago della bilancia.Un compito scomodo, ma necessario. La Corea del Nord ha detto di essere pronta a dialogare. Anche gli Usa lo sono, ma le esercitazioni militari mostrano che la “seconda opzione” dopo il dialogo è sempre pronta. E questo, a Pyongyang, potrebbe essere ritenuto l’ennesima dimostrazione che a Trump non interessa giungere a un accordo che soddisfi anche il governo nordcoreano. 

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