Il caso del tentato assassinio dell’ex spia del Kgb Sergey Skripal, avvelenato insieme alla figlia Yulia su una panchina a Salinsbury, nel cuore di Londra, ha avuto conseguenze sensibilmente peggiori rispetto ad alcuni casi identificati in passato, che hanno contribuito a deteriorare le già spinose relazioni tra Regno Unito e Russia. 

Francia, Germania e Polonia hanno infatti espulso i diplomatici di Mosca. Una mossa seguita a stretto giro anche da Donald Trump, che ha cacciato 60 funzionari e ha fatto chiudere il consolato di Seattle, e dall’Italia, che ne ha allontanati due. Sono in totale 14 i Paesi che hanno deciso di proseguire su questa via.

Durante il suo intervento in una conferenza stampa a Bruxelles, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, aveva dichiarato che la direttrice politica dei Paesi dell’Unione  doveva essere coordinata per semplice comunanza di interessi, per cui alcuni membri, non tutti però, hanno iniziato ad assumere una linea dura nei confronti della Federazione Russa.

Una linea affidata anche in un tweet di Tusk, nel quale ufficialmente afferma che il Consiglio europeo  si schiera a favore della Gran Bretagna, poiché non vi è altra ragionevole ipotesi sulla responsabilità dell’avvelenamento di Sergey Skripal, se non quella dell’impiego del Novichok da parte di spie delle Federazione Russa. 

In particolare, oltre alla Gran Bretagna, anche le tre Repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, stanno prendendo in considerazione la possibilità di espellere i diplomatici russi presenti sul proprio territorio, dopo una attenta disamina dei singoli individui, cercando di intervenire soltanto su coloro i quali pende il sospetto di agire per conto dei servizi segreti russi esteri, il Gru, concedendo ai “veri” diplomatici di continuare il proprio compito di rappresentanza. 

Inoltre, Tusk ha comunicato che l’ambasciatore della rappresentanza dell’Unione europea a Mosca, Markus Ederer, è stato richiamato a Bruxelles per delle consultazioni politiche, ma al momento non è previsto il ritiro della delegazione europea dalla Federazione Russa. 

Difatti, chi sembra intenzionato ad adire delle aspre azioni nei confronti di Mosca sono quei Paesi – eccezion fatta per la Francia -, che sono storicamente allineati con Londra o che hanno dei forti attriti con Mosca per retaggi passati e timori presenti, quali appunto la Polonia e le Repubbliche baltiche, ancora in allarme per una presunta quanto assurda volontà della Russia di violare i loro confini e completare un processo di riconquista territoriale ai loro danni.

Fino ad oggi, infatti, Londra si è rifiutata di collaborare con gli enti preposti, in particolare l’OPCW, l’organizzazione delle Nazioni Unite preposta alla protezione dalle armi chimiche, per la fornitura di prove evidenti che attribuiscano le responsabilità dell’accaduto alla Russia, con un diretto coinvolgimento di Putin. 

Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo, ha ripetutamente esternato le perplessità dell’amministrazione presidenziale circa questa certezza che Londra e Bruxelles manifestano a proposito dell’accaduto. Questo viene vissuto come un chiaro atto di ostilità nei confronti di Mosca, che richiede insistentemente le prove raccolte dal MI5. Un ex ambasciatore inglese, infatti, aveva esternato la propria perplessità in merito, sostenendo che il caso fosse stato montato dagli stessi servizi britannici per trovare un casus foederis contro la Russia, portando così all’espulsione di 23 diplomatici di Mosca, accusati di essere spie sotto copertura. Infatti, alcuni media stranieri avevano sostenuto la precarietà di questa tesi, essendo il fatto accaduto subito prima delle elezioni presidenziali in Russia, identificando l’accaduto come un potenziale boomerang verso il consenso di Putin. 

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