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Non fatevi ingannare dalle lusinghe in pubblico: il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non sono affatto amici. Durante la sua lunga ed illustre carriera, Biden ha espresso sì opinioni in favore di Israele, e pare anche difficile che cambi idea solo ora che ha messo piede nello Studio Ovale, alla veneranda età di 78 anni.

Eppure, l’ombra di due personaggi minaccia lo sviluppo delle relazioni tra Biden e il premier israeliano, quest’ultimo nel bel mezzo della quarta tornata elettorale in soli due anni: uno è Donald Trump, e l’altro Barack Obama.

L’amicizia tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Trump, il cui rapido allontanamento dallo scacchiere internazionale rimane ancora scioccante, aveva delle vere e proprie affinità con Netanyahu. Era circondato da consiglieri e parenti ebrei, la maggior parte dei quali profondamente allineati con la destra israeliana. Netanyahu e i suoi più vicini consiglieri, come l’ex ambasciatore israeliano a Washington Ron Dermer e il capo del Mossad Yossi Cohen, trovavano poi molto semplicemente una via di comunicazione e un modo di influenzare le decisioni del presidente USA.

Per la destra israeliana la presidenza Trump è stata un sogno che si realizzava: quattro anni di regali, come fosse sempre Natale.

Ritirare gli USA dall’accordo sul nucleare con l’Iran? Fatto. Spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, dopo che i precedenti amministratori avevano sempre fallito nonostante le promesse? Fatto. Riconoscere la sovranità israeliana sulle alture del Golan? Fatto. Permettere all’ex spia israeliana Jonathan Pollard di trasferirsi in Israele? Fatto. Spingere per la pace e la normalizzazione dei rapporti tra Israele e quattro nazioni arabe? Fatto, fatto, fatto.

Allo stesso tempo Netanyahu riconosceva al presidente adulazioni costanti, il modo preferito da Trump per fare affari. Il governo israeliano aveva persino annunciato la costruzione di un nuovo villaggio nella regione del Golan, il Trump Heights. Come prevedibile fu un gesto inutile: il villaggio non venne mai costruito e ciò che ne rimane, come per i villaggi del film sovietico “La corazzata Potemkin”, è un cartellone abbandonato con cui se l’è presa qualche infuriato oppositore del primo ministro.

Netanyahu ha dichiarato inoltre che Israele non aveva mai avuto un così caro amico alla Casa Bianca come Trump. Nonostante ciò, Netanyahu ha fallito in ciò che sarebbe servito di più a Trump, ovvero compiere uno slittamento politico della comunità ebraica americana. La maggior parte degli ebrei americani rimangono infatti conviti democratici, disprezzano apertamente il presidente repubblicano e hanno votato contro di lui lo scorso novembre.

Le divisioni politiche in Israele

Trump è stata la figura più divisiva della storia della politica a stelle e strisce, e dopo le ultime elezioni presidenziali Netanyahu è rimasto dalla parte sbagliata di questa divisione. Questo è andato ad aggiungersi alle annose ostilità tra il premier israeliano e i democratici, il cui partito disprezza la figura di Netanyahu già dalla metà degli anni ‘90, quando repentinamente salì al potere subito dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, il quale era considerato dall’allora presidente Bill Clinton un caro amico.

La relazione diventò ancora più tesa quando Netanyahu fu rieletto nel primo 2009, dopo dieci anni di purgatorio politico, subito dopo che Obama era diventato presidente. Durante il primo incontro tra i due, Netanyahu insistette per dare di fronte alle telecamere una breve lezione sulla storia del Medio Oriente al giovane presidente americano; un insulto di cui Obama prese evidentemente nota. Più avanti, il premier israeliano ha eroso intenzionalmente le basi del supporto bipartisan per Israele al Congresso, prendendo sistematicamente la parte dei repubblicani.

Come quasi ci si aspettava, si arrivò alla resa dei conti nel settembre del 2015, quando Netanyahu parlò al Congresso poco dopo la firma del PACG, l’accordo sul nucleare con l’Iran. Sebbene non riuscì tuttavia a persuadere il Congresso ad annullare l’accordo, il premier ricevette grandi applausi e ovazioni dai senatori e deputati repubblicani. Netanyahu vede ancora oggi questo discorso come il suo più grande traguardo storico, il momento in cui ha difeso pubblicamente gli interessi di Israele tenendo testa alla più grande potenza mondiale; momento che gli fu anche sufficiente per non farsi più perdonare o dimenticare dai democratici.

Il dilemma americano di Netanyahu

Oggi, il problema principale di Netanyahu è che la nuova amministrazione presidenziale statunitense è piena di ex consiglieri e ufficiali di Obama, guidati ora da Biden. Il nuovo emissario americano selezionato per guidare l’imminente ripristino delle negoziazioni con l’Iran, Robert Malley, è un veterano dell’amministrazione Obama che alcuni consiglieri di Netanyahu ritengono essere “troppo delicato con l’Iran”. La paura di Gerusalemme è che i veterani di Obama rimangano fedeli alla linea dell’ex presidente e che spingano per riaffermare ciò che egli considerava il fiore all’occhiello della sua politica estera nella regione.

L’approccio di Netanyahu al problema è stato chiaro sin dall’inizio. Il 20 gennaio, quando Biden ha prestato giuramento a Washington, un’emittente televisiva israeliana ha riportato l’affermazione di una “fonte nei piani alti di Gerusalemme”: “se Biden seguirà il modello Obama, noi non avremo nulla di cui parlare con lui”. Una settimana dopo, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, il Generale Aviv Kochavy, ha tenuto un discorso piuttosto inatteso presso una think tank, l’Istituto per la Sicurezza Nazionale.

Kochavy ha consigliato direttamente agli Stati Uniti di non firmare un accordo “leggermente migliore” con l’Iran, avvisandoli che questo non avrebbe prevenuto la minaccia che Tehran acquisisca l’arma nucleare in futuro e che danneggi gravemente gli interessi strategici di Israele. Ha anche ritenuto necessario rivelare al pubblico di avere ordinato alle Forze di Difesa israeliane di aggiornare i loro piani operativi contro le strutture nucleari iraniane. L’opzione militare, a lungo dimenticata, è quindi apparentemente di nuovo in discussione, sebbene le possibilità che tale scenario si possa materializzare contro le profonde obiezioni americane sono molto basse. Le osservazioni del Capo di Stato Maggiore hanno sollevato un piccolo polverone politico in Israele, considerando sia il momento particolarmente delicato, sia il fatto che gli Stati Uniti elargiscano 3,8 miliardi di dollari all’anno ad Israele per il supporto alla difesa.

Non si tratta solo dell’Iran

Il disaccordo di Netanyahu con la nuova amministrazione non si limita necessariamente alla questione iraniana. L’ “accordo del secolo” di Trump coi palestinesi, fortemente influenzato da Israele, è ormai fuori questione, ma cosa lo sostituirà? È evidente che la Casa Bianca di Biden non veda il conflitto palestinese come una priorità assoluta. Tuttavia si può assumere che la nuova amministrazione, a differenza della precedente, non sieda automaticamente dalla parte di Israele in ogni singolo dibattito.

In futuro Netanyahu si potrebbe aspettare un incremento delle tensioni sull’espansione in Cisgiordania, una questione che Trump ha deliberatamente ignorato negli ultimi quattro anni. Sul fronte siriano-libanese si assume che Israele continui la sua “campagna tra le guerre”, attaccando convogli e basi iraniane e di Hezbollah. La vera domanda rimane se l’amministrazione Biden fornirà totale supporto, o se esprimerà crescenti riserve quando le negoziazioni tra Stati Uniti ed Iran riprenderanno e prenderanno forma.

Israele rimarrà un importante alleato degli Stati Uniti e continuerà ad essere visto da Washington come una grande risorsa strategica nel Medio Oriente. Tuttavia sta diventando piuttosto evidente che Netanyahu stia per affrontare un periodo di maniere forti nella sua relazione con il più importante e strategico degli amici.

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