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Stati Uniti e Corea del Sud sono legati da una stretta cooperazione militare sin dai tempi della guerra che ha infiammato la penisola coreana tra il 1950 ed il 1953. Nel luglio del 1950, poco dopo lo scatenarsi del conflitto, il presidente sudcoreano Syngman Ree delegò il controllo operativo delle Forze Armate di Seul agli Stati Uniti. Nel 1978 questo tipo di accordo fu ufficialmente formalizzato con la nascita del Combined Forces Command (Cfc) che stabiliva una struttura di comando integrata diretta da un generale americano a quattro stelle. Il controllo operativo in tempo di guerra, denominato Opcon, è così nelle mani di Washington che coordina e sovrintende a tutte le operazioni militari tramite il Cfc. Nel 1994 il comando dell’esercito di Seul in tempo di pace è tornato in mano sudcoreana e a metà degli anni 2000, sotto la presidenza Roh Moo-hyun, sono cominciate le negoziazioni con lo scopo di trasferire anche il comando in tempo di guerra. I negoziati sono proseguiti a rilento: il trasferimento completo sarebbe dovuto avvenire nel 2012 ma ancora oggi non è stato effettuato.

Ora il presidente Moon Jae-in intende portare a termine questo passaggio, considerato fondamentale per la sovranità della Corea del Sud, entro il termine del suo mandato, ovvero entro maggio del 2022. Gli Stati Uniti sembrano scettici che si possa ottenere questo tipo di trasformazione a breve termine e stanno ponendo delle clausole che sollevano perplessità e preoccupazioni nel governo di Seul.

L’accordo Usa che non piace a Seul

Washington ha proposto al suo alleato storico di rivedere il documento coperto da segreto che stipula le risposte combinate e i ruoli di ciascuna parte in caso di crisi nel quadro del trasferimento dell’Opcon in tempo di guerra sotto l’egida di Seul. L’attuale versione di questo accordo, per quanto è noto, prevede una “contingenza nella penisola coreana” come clausola che attiva le operazioni combinate tra i due Paesi, ovvero Stati Uniti e Corea del Sud si attiverebbero con le proprie Forze Armate unite in un unico comando solo in caso di conflitto o crisi nella penisola.

Ora, invece, Washington ha proposto che questo tipo di accordo venga revisionato e ampliato, prevedendo che questa modalità di intervento venga messa in atto non solo per “questioni coreane”, ma anche in caso che venga minacciata la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: una sorta di mutuo soccorso sulla falsa riga di quanto prevede l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica.

La proposta americana non piace affatto però a Seul, che ha apertamente criticato questa possibilità affermando che un accordo del genere aprirebbe la strada alla partecipazione – obbligata – delle forze sudcoreane in dispute considerate non rilevanti per il Paese, come nel teatro mediorientale, o di contribuire all’escalation in altri come quello del Mar Cinese Meridionale.

La Corea del Sud ha richiesto che sia raggiunto un accordo “reciprocamente accettabile” durante i colloqui sulla divisione dei costi della difesa che si sono tenuti alle Hawaii la scorsa settimana, sottolineando in particolar modo il suo impegno a fornire supporto agli Stati Uniti affinché la presenza americana nel Paese, forte di 28500 uomini, resti una costante, ma non nei termini proposti da Washington, come successivamente emerso, che lederebbero la sovranità decisionale di Seul.

“Le discussioni per la revisione del documento sono appena cominciate e tutte le opzioni e gli scenari sono sul tavolo” ha detto una fonte anonima a Yonhap News, e la questione sarà ancora al centro dei colloqui bilaterali che si terranno proprio a Seul il prossimo mese.

La strategia americana

Anche in Estremo Oriente, e soprattutto nel settore “caldo” del Pacifico occidentale, si ritrova la strategia della Casa Bianca di voler maggiormente responsabilizzare i propri alleati rendendoli più partecipi nella contribuzione al bilancio della difesa e sicurezza regionale.

La richiesta avanzata alla Corea del Sud è infatti in linea con quanto sta avvenendo, già da tempo, in Europa, dove il presidente Trump ha esplicitamente richiesto agli alleati della Nato di aumentare le spese per la Difesa (raggiungendo la famosa soglia del 2% del Pil) per poter contribuire in modo più equo alla sicurezza dell’Alleanza, e anche per ridare slancio all’industria bellica americana: il sottinteso, che non è nemmeno troppo tale, è che si spendano più soldi per comprare armi made in Usa.

Si rivede anche qui, pertanto, l’America First che sta caratterizzando la politica estera di Trump: gli Stati Uniti non abbandonano il loro ruolo di potenza egemone, non dismettono i panni “imperiali”, bensì ridimensionano la propria postura concentrandosi materialmente solo nei punti chiave (Schwerpunkt), delegando agli alleati la gestione delle crisi secondarie – se pur sotto l’occhio vigile di Washington – e anche invitandoli, anche bruscamente, a partecipare attivamente al bilancio “costi/benefici” per evitare di essere i gendarmi del mondo che dispiegano truppe e mezzi ovunque in caso di crisi.

L’amministrazione Trump sta quindi avvisando la Corea del Sud che se vuole continuare ad avere la presenza dei soldati americani sul proprio territorio, che rappresentano un efficacissimo deterrente contro le possibili velleità di riunificazione armata di Pyongyang, il prezzo da pagare è quello di dover partecipare alle campagne militari americane ovunque esse siano nel globo. Un prezzo che Seul non sembra disposto a pagare e che potrebbe incrinare ulteriormente il fronte alleato nel Pacifico, dopo le divergenze emerse tra Giappone e Corea del Sud.

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