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L’articolo “How China Sees the Worldscritto dal generale Herbert Raymond McMaster, ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, e pubblicato sull’ultimo numero di The Atlantic potrebbe segnare un’epoca. Al pari del famoso “The Sources of Soviet Conduct” pubblicato su Foreign Affairs da George F. Kennan (fu la base della dottrina del containment dell’allora presidente Harry S. Truman), infatti, nel lungo approfondimento del generale McMaster viene dettata quella che dovrebbe essere una parte della “nuova” dottrina del containment per frenare l’espansionismo della Cina non solo nell’area dell’Indo-Pacifico, ma in tutto il mondo. A far preoccupare gli Stati Uniti non ci sono solamente le questioni politico-militari del mar Cinese Orientale e di quello Meridionale, ma anche e soprattutto la “commistione” tra la politica estera e quella economica di Pechino.

Il secolo della Cina all’orizzonte?

La Cina tramite la “Nuova Via della Seta” (Bri, Belt and Road Initiative) e gli ingenti investimenti in Africa, Asia ed Europa sud-orientale sta espandendo i suoi interessi, proponendo un modello politico, economico e di sviluppo totalmente diverso da quello capitalistico occidentale. Il modello autoritario e centralizzato promosso dalla Cina, infatti, riscuote molti successi nei Paesi sostenuti economicamente dagli ingenti aiuti che arrivano da Pechino, attratti dalla possibilità di seguire un modello di crescita e di sviluppo diverso da quello offerto dagli Stati Uniti. Politiche che, secondo McMaster, vengono perseguite a causa di una forte instabilità interna combinata dalla volontà del governo di dimostrare un’elevata unità di intenti e fiducia sulle capacità della Cina di “guidare il mondo”. L’obiettivo di Xi Jinping sarebbe quello di fare del XXI secolo il “secolo della Cina”, riportandola all’età dell’oro dell’epoca Ming e confrontandosi direttamente con il modello statunitense. Motivo, questo, per cui negli ultimi anni il governo di Pechino ha aumentato gli investimenti sia internamente -in ambito militare, industriale e tecnologico- sia esternamente, tramite aiuti economici necessari per gettare le basi di una nuova rotta commerciale globale che metterà al centro di tutto la Cina. Nella visione degli Stati Uniti e chi si oppone al modello cinese la Bri non è altro che un modo per legare un “cappio al collo” dei Paesi che ricevono gli investimenti, poiché questi sono a tutti gli effetti un debito da saldare nel tempo anche attraverso la concessione di porti, aeroporti, reti di comunicazione e altre infrastrutture strategiche.

Se al momento la Nuova Via della Seta sta dando i suoi frutti maggiormente nella versione marittima, l’avvertimento lanciato dall’ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Trump è di aumentare il controllo sulle politiche della Cina, poiché il governo di Pechino aumenterà i suoi sforzi per raggiungere uguali successi via terra. Non solo, perché l’altro grande grattacapo è rappresentato dall’espansionismo cinese nella regione indo-pacifica, dove a più riprese ci sono state tensioni con le forze armate statunitense e con quelle dei Paesi dell’area. La sicurezza del Giappone, di Taiwan e degli alleati del sud-est asiatico è cruciale per gli Stati Uniti, così come lo è la difesa della libertà di navigazione che -secondo Washington- è stata minacciata a più riprese dalle navi della Marina cinese.

Un nuovo punto di partenza?

L’attuale situazione internazionale “sconvolta” dalla pandemia da Coronavirus, però, non ha fatto mutare gli interessi degli Stati Uniti nella Regione che, anzi, puntano a mantenere il loro ruolo di guida e di partner privilegiato, considerandola “l’area più importante per il futuro dell’America”. Definizione contenuta nel documento strategico per l’Indo-Pacifico pubblicato dal Pentagono, ma alla quale non è seguita una pianificazione attenta da parte dell’amministrazione statunitense. Nel corso degli ultimi anni prima Barack Obama e dopo Donald Trump hanno ridotto la presenza degli Stati Uniti nei forum regionali, così come hanno diminuito gli aiuti economico-militari forniti ai Paesi dell’area. Nonostante ciò gli Stati Uniti mantengono una posizione centrale in tutte le alleanze regionali e, paradossalmente, la lotta al Coronavirus potrebbe offrire un terreno fertile per incrementare la cooperazione, stringendo ulteriormente i rapporti anche in chiave anti-cinese.

Il momento particolare offre, in realtà, una possibilità di rinsaldare la cooperazione con i Paesi dell’area, andando di fatto ad aumentare le politiche di “contenimento” della Cina, pronta ad approfittare della crisi economica che seguirà al Coronavirus per tentare di aumentare la propria influenza nel mondo. Una sfida cruciale per il futuro degli Stati Uniti interessati a mantenere in sicurezza il mondo intero dalla minaccia portata dalla Cina, in un “duello” che -sulla falsariga di quello della guerra fredda- sarà incentrato sullo scontro tra valori totalmente diversi tra loro e sulla sfida a distanza tra industrie militari e tecnologiche.

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