Alla fine è arrivata la conferma anche nei numeri. Joe Biden ha raggiunto i delegati sufficienti per incassare la nomination democratica in vista delle presidenziali. Archiviata la stagione delle primarie si apre ora quella elettorale. Nonostante manchino ancora cinque mesi alla grande sfida con Donald Trump, già ora si possono fare delle valutazioni su dove si giocheranno le partite decisive. Anche se i disordini sociali dopo la morte di George Floyd e la pandemia di coronavirus rischiano di essere le variabili di un’equazione ancora tutta da risolvere, alcuni sondaggi mostrano come la sfida tra Biden e Trump possa giocarsi in sei Stati chiave.

Al momento in cinque di questi, Florida, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin e Arizona i sondaggi danno avanti l’ex vice presidente. Mentre nel sesto, la North Carolina, il presidente mantiene un leggero margine di vantaggio. Dal comitato per la rielezione del presidente avvertono che anche altri Stati andati a Hillary Clinton nel 2016 diventeranno contendibili. Ma guardare con attenzione a questi sei ci può aiutare a capire che i numeri dei sondaggi raccontano solo una parte della verità, tenendo ben presente le strategie di Trump per rimanere al 1600 di Pennsylvania Avenue. Ma andiamo con ordine.

Arizona e Nord Carolina: le nuove prede dei dem

Per il partito democratico l’Arizona resta un boccone prelibato. Colorare di blu lo Stato dell’ex senatore John McCain è un obiettivo da diverso tempo. La speranza è quella che segua gli stessi destini di Colorado, Nuovo Messico e Nevada, diventati via via più liberal e sempre meno conservatori. Al momento l’ex vicepresidente è avanti nei sondaggi col 4%. Ma non è detto che alla fine il distacco venga confermato. A rendere la sfida più accesa c’è anche un seggio per il Senato che i dem vogliono strappare a tutti i costi. Al momento Trump sta bersagliando l’area di Phoenix con migliaia di spot televisivi, mentre Biden resta in attesa. A conferma che la parita resta tutta da giocare anche il fatto che dal 1948 l’Arizona ha votato per un candidato democratico solo due volte nel ’92 e nel ’96 quando scelse Bill Clinton.

Altro Stato che i dem vorrebbero strappare a Trump è il North Carolina. Al momento il presidente guida i sondaggi con un punto di vantaggio mentre nel 2016 aveva superato Clinton di 3,7 punti. Il partito dell’asinello spera ora di ribaltare il voto grazie ai cambiamenti demografici, con l’aumento di elettori non bianchi e della popolazione studentesca. Il problema, però, è che Biden dovrà riuscire a far aumentare l’affluenza per chiamarli al voto. A pesare sull’esito finale anche lo scontro tra Trump e il governatore dem dello Stato, Roy Cooper, sulla convention del partito che si doveva tenere a Charlotte ad agosto e che Cooper ha chiesto di tenere con meno partecipanti per via della pandemia. Richiesta respinta dal presidente che anzi ha già detto di voler spostare in un altro Stato, magari in Florida.

Michigan e Florida: vecchi e nuovi swing state

Un altro storico terreno di scontro per le presidenziali è uno degli swing state per eccellenza, la Florida. Qui nel 2016 Trump ha vinto con un margine del 1,2%, ma ora i sondaggi danno Biden avanti di 3 punti e mezzo. La partita è forse più interessante che altrove. Biden cercherà i voti nelle aree urbane del Sud, mentre Trump punterà su esuli cubani, militari in pensione e conservatori che si trovano nelle aree settentrionali. Anche se i sondaggi sorridono all’ex vice di Barack Obama va ricordato che nel 2018, durante le elezioni di metà mandato che hanno restituito la Camera ai dem, la poltrona di governatore è andata al repubblicano Ron DeSantis.

L’altro Stato che i dem vorrebbero far tornare blu è il Michigan. Lì nel 2016 Trump ha vinto con un margine di appena 10 mila voti e oggi, almeno nei sondaggi è costretto a inseguire Biden dato avanti di 5,5 punti. Per il tycoon questa forse è la partita più difficile. Quattro anni fa la battaglia si era giocata sul confronto con la Cina e la promessa di ricostruire la manifattura locale proteggendola dalla concorrenza della Repubblica popolare. Oggi però il tasso di disoccupazione, anche senza gli effetti del covid, resta alto. E qui Biden potrebbe approfittarne insistendo su come l’amministrazione Obama avrebbe messo insicurezza General Motors e Chrysler nel 2009. C’è però un dato da non sottovalutare. Nelle scorse settimane le contestazioni per il lockdown contro la governatrice democratica Gretchen Whitmer hanno mostrato una certa insofferenza della cittadinanza.

Pennsylvania e Wisconsin: il ritorno dei dem nel Midwest

Tra le ferite più dolorose per i dem nel 2016 c’è la pugnalata al cuore del Blue wall nel Midwest, in particolare in Pennsylvania e Wisconsin. Nel primo caso Biden ha già fatto capire di scommetterci molto. L’ex senatore del Dalaware ha un legame profondo con lo Stato non solo per esserci nato, ma per i suoi legami con le associazioni sindacali. Il problema è che andare bene nei centri urbani come Philadelphia e Pittsburgh potrebbe non bastare data la presa di Trump nelle zone rurali.

Equilibri diversi invece in Wisconsin dove Trump è messo meglio. È vero, per i sondaggi è avanti Biden di 2,7 punti, ma ampiamente dentro il margine di errore. Fra l’altro nello Stato l’indice di approvazione del presidente è sopra la media nazionale. Per dare un segnale i dem avevano anche fissato a Milwaukee la convention ma probabilmente il grande evento verrà ridimensionato a causa della pademia. Intanto Trump punta sulle contee rurali, mentre Biden con probabilmente visiterà più volte lo Stato per evitare gli errori di Clinton che nel 2016 non si presentò mai.

La scommessa di Trump: puntare alla maggioranza silenziosa

Come abbiamo visto in questa fase i sondaggi danno The Donald all’inseguimento di Biden. Ma è prematuro trarre conclusioni. Le rivolte per la morte di George Floyd hanno riaperto una vecchia questione nella politica americana, quella della maggioranza silenziosa. Il presidente vorrebbe rivolgersi a loro, agli americani lontani dagli scontri che chiedono ordine e sicurezza. Una mossa simile a quella di Richard Nixon nel 1968. Pensando a questa “maggioranza” il comitato elettorale ha un’idea ben precisa dei possibili elettori: cittadini vicini alle posizioni del presidente ma che nella tornata precedente non sono andati ai seggi o non hanno votato per lui. Persone che vivono in zone rurali, in aree extraurbane, ma anche nei quartieri della working class. Sul piatto, sostengono i consulenti di Trump, ci sarebbero 1,4 milioni di elettori potenziali.

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Una valutazione ben definita e non campata per aria. Come confermano, ad esempio, fonti democratiche del Minnesota in occasione delle prime protese a Minneapolis e St. Paul. I dem ha calcolato che in tutto lo Stato ci sono circa 250 mila elettori non registrati che corrispondo all’identikit del comitato di Trump. Una cifra notevole se si pensa che nel 2016 il tycoon perse per 44 mila voti. Non a caso se guardiamo la serie storica dei sondaggi vediamo che lo scorso ottobre il divario Biden-Trump nel North Star State era di 12 punti, ma oggi si è ridotto a 5, segno che potrebbe essere contenibile. Certo per The Donald la partita sarà più difficile dato che i sobborghi sono molto cambiati con una presenza di minoranze più marcata. Ma c’è un ultimo fattore che spaventa i dem: l’economia.

L’economia resta il punto debole dei dem

Sembra un paradosso, ma la carta vincente per restare alla Casa Bianca potrebbe essere quella dell’economia. Se l’epidemia ha fatto schizzare la disoccupazione e contrarre il Pil, potrebbe presto arrivare un rimbalzo che faciliterà la campagna elettorale del tycoon. La valutazione non arriva da ambienti conservatori, anzi. Ne è convito Jason Furman, docente di Harvard e in passato consigliere economico del presidente Obama. Secondo Furman il Covid-19 non ha causato una contrazione simile alla Grande depressione o alla recessione del 2008. Per lui l’economia, in termini di posti di lavoro e prodotto interno lordo, avrà un andamento a V in due fasi: la prima con un crollo repentino seguita da una riemersione altrettanto rapida.

Certo, ha spiegato ancora Furman, non mancheranno le criticità come aziende chiuse, imprese ridimensionate, blocco parziale dei viaggi e contrazione del turismo. Ma i numeri dovrebbero continuare a salire. Fino a novembre, ha detto l’economista a Politico, ci saranno almeno cinque report mensili sull’andamento dei posti di lavoro. Il rischio per i democratici è che fino a novembre arrivino ogni mese report da 1-2 milioni di posti di lavoro in più che avranno un impatto notevole sulla campagna elettorale. E per ottobre anche il Pil dovrebbe tornare a galoppare con una crescita positiva addirittura a due cifre, non a caso il Nasdaq è già tornato correre. A quel punto per i dem potrebbe essere quindi difficile dimostrare l’incapacità del presidente nel gestire il Paese.

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