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Pronti, via e Keir Starmer ha inflitto tre schiaffi sonori, e in larga parte inattesi, al governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Nella giornata del 29 luglio si è rincorsa la voce che il primo ministro laburista, eletto il 4 luglio scorso alla guida del Paese, sarebbe pronto a firmare un bando all’esportazione di armi britanniche verso Israele.

Il bando di Londra alle armi a Tel Aviv

Il nuovo ministro degli Esteri David Lammy aveva già annunciato il bando alle forniture di armi offensive a Tel Aviv, non chiudendo però a quello di asset difensivi. Il Times of Israel ha però comunicato che Londra si preparerebbe a un bando assoluto.

Una decisione simbolica che renderebbe politicamente più pregnante una scelta già avviata, nei fatti, da Rishi Sunak e dal governo passato a guida conservatrice dopo il 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele, e la durissima azione militare dell’Israel Defense Force a Gaza. Ricorda il Times of Israel infatti che “il valore delle approvazioni di nuove licenze per armi da parte della Gran Bretagna era diminuito drasticamente dopo l’inizio della guerra, con il valore dei permessi concessi per la vendita di equipaggiamento militare al suo alleato in calo di oltre il 95%, al minimo degli ultimi 13 anni”.

Il quotidiano israeliano cita i timori del governo Netanyahu per un bando totale. Una mossa che rappresenterebbe la terza occasione in un mese in cui Starmer, ritenuto un filo-israeliano di ferro nel Partito Laburista, ha deluso lo Stato Ebraico. Il primo ministro, sposato a una donna ebraica e i cui figli vengono educati secondo principi progressisti della medesima cultura e religione, ha mandato due messaggi politici di peso. In primo luogo, il ripristino dei finanziamenti all’Unrwa, l’agenzia Onu per la Palestina, che Londra aveva sospeso dopo l’accusa, non confermata, di Israele del coinvolgimento di suoi dipendenti negli attacchi del 7 ottobre.

Starmer apre all’arresto di Netanyahu

Unherd ha ricordato che fino a poche settimane fa “solo il Regno Unito e gli Stati Uniti non avevano ripristinato i finanziamenti all’agenzia” e che la svolta di Londra è arrivata dall’uomo che da leader dell’opposizione “inizialmente ha respinto le richieste di cessate il fuoco l’anno scorso e che ha detto ai suoi parlamentari di astenersi su una mozione dello Scottish National Party che ne chiedeva una”. Il “triumvirato” che decide della politica estera, formato da Starmer, Lammy e dal Segretario alla Difesa John Healey, intende minimizzare i rischi securitari per Londra. E in quest’ottica il Partito Laburista vuole seguire la lente del realismo aprendo a ridare al Paese un ruolo diplomatico. Tanto che Starmer ha ricordato che esiste  un “innegabile diritto” per i Palestinesi di avere uno Stato, pur non volendo forzare la mano sul riconoscimento da parte di Londra.

La mossa però più dirompente per Londra è sicuramente l’apertura di Starmer a rendere possibile l’arresto di Netanyahu qualora il capo di governo israeliano si trovasse a visitare il Regno Unito. Il leader del Likud è ricercato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale e Sunak aveva in precedenza paventato l’idea di ostacolare legalmente il mandato d’arresto spiccato per decisione del capo procuratore, peraltro britannico, del Tpi Karim Khan sottolineando che c’era il rischio che stesse abusando dei suoi poteri paragonando Netanyahu al capo di Hamas Yahya Sinwar nella definizione di potenziale criminale di guerra. Ora Starmer ha deciso di far cadere il possibile ricorso di Londra contro il mandato internazionale che rende Netanyahu un ricercato. Rendendo di fatto possibile il suo arresto nei domini di Sua Maestà.

L’effetto-Gaza sulla politica

Diverse mosse hanno concorso a far avviare in maniera così netta il mandato di un primo ministro che si presentava con le credenziali di filo-israeliano di ferro. Sicuramente la problematica oggettiva posta da Netanyahu agli alleati e partner per la carneficina di Gaza è un elemento di riflessione da sottolineare nel quadro delle scelte di un governo che voglia presentarsi con le migliori credenziali. C’è poi per Starmer il dato di un’opinione pubblica fortemente critica della guerra e in cui molti candidati indipendenti sono riusciti a vincere i propri collegi con piattaforme monotematiche orientate a far pressione al Partito Laburista su Gaza. C’è poi la necessità di tenere uniti i laburisti, ove la posizione pro-Tel Aviv non è maggioritaria in termini assoluti, consolidando la convergenza tra l’ala che faceva capo all’ex segretario Jeremy Corbyn. E, sicuramente, pesa molto anche la disaffezione crescente verso Netanyahu del principale riferimento globale del Labour, il Partito Democratico americano.

Insomma, Starmer parte sparigliando le carte. Netanyahu pensava di aver trovato, con l’ex procuratore e avvocato, un alleato ferreo nel neo-premier, ma dopo quattordici anni di opposizione il Partito Laburista vuole contare politicamente in Europa e in Occidente. Ed è prendendo posizioni a tratti scomode che si raggiungono obiettivi di questo tipo. Starmer l’ha capito. Sarà da valutare quanto questo ora peserà sul futuro di una guerra che continua imperterrita mentre le proposte di cessate il fuoco faticano a prendere piede. Ma in cui il dato di fatto è che per Netanyahu l’impunità è solo un lontano ricordo.

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