Keir Starmer è sopravvissuto al giorno più lungo del suo biennio al potere, l’ennesimo da tregenda in un percorso di governo che per il Partito Laburista si è fatto in salita fin dal 4 luglio 2024, giorno dell’elezione nazionale che portò la sinistra britannica a estromettere dal potere i Conservatori dopo 14 anni di traversata del deserto.
I patemi di Starmer
Il primo ministro britannico ha affermato la sua volontà di continuare a lottare e a esporsi per promuovere un’agenda di governo dopo che quattro membri del governo hanno lasciato l’esecutivo nella giornata del 12 maggio, aggiungendosi a una lista sempre più corposa, e dopo che nessun potenziale sfidante per la leadership ha raggiunto il numero magico di 81 firme necessarie per aprire una sfida alla leadership.
Nessun membro del Labour titolare dell’incarico di primo piano di Segretario di Stato (quello che in Italia sarebbe un ministro con portafoglio) si è dimesso nel giorno in cui Starmer ha provato a riannodare i fili dopo la disfatta alle elezioni locali e statali di giovedì 7 maggio: i Laburisti sono stati travolti dal Reform Uk di Nigel Farage nel voto inglese, hanno subito uscite verso il Partito Liberaldemocratico e i Verdi, hanno perso per la prima volta dal 1999 la maggioranza nel Parlamento gallese e sono stati contro-sorpassati in Scozia dallo Scottish National Party dopo esser stati la prima formazione oltre il Vallo di Adriano alle parlamentari del 2024. La disfatta, la più grave da decenni per i Laburisti, ha mostrato la fragilità del governo e della sua agenda che si trova oggi impantanata nell’incapacità di tirare Londra fuori dalle secche in cui si trovano l’economia, il debito pubblico e la sterlina
Finestra da qui a settembre per una svolta?
In tal senso, anche quattro defezioni fanno rumore, anche se si tratta di figure che ricoprono incarichi non di prima linea: Miatta Fahnbulleh, segretaria di Stato per la Devolution, le comunità locali e gli affari religiosi; Jess Phillips, titolare dell’incarico di rappresentante contro la violenza sulle donne, Alex Davies-Jones, sua collega nell’incarico, e Zubir Ahmed, sottosegretario di Stato per l’Innovazione nella Salute e la Sicurezza hanno indicato in Starmer il responsabile del fallimento e interrotto la loro partecipazione al governo.
Dal novembre 2024, quando la Segretaria di Stato per i Trasporti Louise Haigh lasciò il governo, sono 18 i membri dell’esecutivo licenziati o dimessisi. Segno di una difficoltà di governo che Starmer non può ignorare. E ora il suo governo, nonostante la volontà di andare avanti, sembra a termine. Ad oggi, semplicemente, non c’è una figura parlamentare capace di calamitare attorno a sé abbastanza consenso da poter ambire al potere tramite una sfida al segretario laburista e primo ministro. Secondo il Guardian “il segretario all’Energia Ed Miliband, che aveva suggerito privatamente a Starmer di considerare di stabilire una tempistica per la sua partenza, era pronto a candidarsi lui stesso come leader se Streeting fosse andato oltre le regole” del partito, qualora fosse arrivata una sfiducia da un’ampia quota di deputati o la sconfessione dei sindacati affiliati. Nel 2006 Tony Blair fu di fatto sfiduciato ma gli fu dato un anno di tempo per preparare la successione che premiò Gordon Brown. In questo caso si parla di una fronda progressista moderata che avrebbe intenzione di proporre al primo ministro una finestra temporale da qui a settembre per capire se rinnovare l’agenda di governo sia possibile o meno.
Starmer prova a ripartire, i rivali preparano la sfida
La finestra potrebbe essere sfruttata da chi lavora per sostituire Starmer ma non vuole strappi radicali per preparare l’entrata in Parlamento del vero, possibile sfidante per Downing Street: il sindaco della Greater Manchester Andy Burnham, ritenuto la figura maggiormente unitaria. Nel frattempo, complice la difficile congiuntura internazionale, un salto nel buio è sconsigliato, dato che un processo di ricerca di un’alternativa a Starmer senza concretezza e realismo potrebbe spaccare ulteriormente il Partito Laburista e pregiudicarne ulteriormente i consensi.
Il 2029, anno del rinnovo del Parlamento, è ancora lontano. Ma i Laburisti hanno negli occhi il collasso graduale del Partito Conservatore nel doloroso biennio compreso tra la caduta di Boris Johnson nel 2022 e la sconfitta elettorale nel 2024 e non vogliono ripetere questa rischiosa esperienza. Starmer è un primo ministro dimezzato e proverà a ripartire da mercoledì, quando Re Carlo III parlerà a Westminster presentando le linee dell’esecutivo, come da tradizione. “Il Discorso del Re conterrà più di 35 disegni di legge e bozze di leggi, incluse misure per consentire alla Gran Bretagna di importare rapidamente le leggi UE nel codice normativo del Regno Unito per rimuovere le barriere commerciali e accelerare l’implementazione dell’energia verde”, nota il Financial Times, aggiungendo che “ci saranno anche misure per migliorare l’offerta per bisogni speciali nelle scuole, attuare riforme del National Health System e consentire la nazionalizzazione della British Steel”. Un elenco di obiettivi politici che presenta la volontà di Starmer di ripartire ma che, come spesso successo ai primi ministri in bilico del passato, dovrà essere mediato con la realtà e con la forza effettivamente a disposizione di un capo di governo che, sempre più, sembra a termine.
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