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Per più di un quarto di secolo questo paese ha vissuto una delle più cruente guerre civili del continente asiatico, dal 1983 fino al 2009 l’esercito regolare si è scontrato con i tamil ed il conflitto ha prodotto migliaia di vittime; il riferimento è allo Sri Lanka, isola soprannominata “lacrima d’India” per via della sua vicinanza al subcontinente indiano e che, negli ultimi anni, ha cercato di lasciarsi alle spalle le sofferenze causate dalla guerra civile e dallo tsunami del 26 dicembre 2004, il quale ha prodotto soltanto qui qualcosa come quarantamila vittime. Da un lato lo Sri Lanka ha fatto registrare importanti tassi di crescita economica, al fianco di un livello di alfabetizzazione oramai superiore al 90%, ma dall’altro il paese ha visto anche il sorgere di maggiori contrasti sociali e privatizzazioni che hanno favorito alcune élite dell’isola; ma adesso, quando sembrava che oramai almeno la violenza fosse stata accantonata, lo Sri Lanka si ritrova ad affrontare una nuova possibile crisi: lo scontro tra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana.

Ritorna lo stato d’emergenza

Accuse reciproche, rancori mai sopiti, dissidi latenti e tensioni di carattere economico e sociale: a spingere le due comunità religiose a scontri e reciproche vendette non sembra esserci stato un episodio in particolare, bensì una serie di elementi sopra elencati che adesso hanno fatto definitivamente esplodere la situazione. Epicentro delle tensioni sembra essere il distretto di Kandy, a circa 150 km dalla capitale Colombo; è qui che buddisti e musulmani sono arrivati agli scontri, con le due comunità che si accusano a vicenda circa l’origine dei disordini mentre, dal governo, è arrivata la prima significativa risposta: la proclamazione dello stato d’emergenza, misura che nello Sri Lanka non veniva presa dai tempi della guerra civile e che, inevitabilmente, fa scivolare l’intera opinione pubblica nei ricordi delle epoche più tristi e buie del conflitto. La polizia, nel distretto di Kandy ma anche in altre zone meridionali del paese, è schierata in assetto antisommossa e presidia le strade principali delle città.





I buddisti singalesi temono l’aumento di profughi musulmani

Lo Sri Lanka non è così lontano geograficamente dal Myanmar, Stato situato nella punta opposta del golfo del Bengala; a prima vista queste due nazioni sembrerebbero distanti però sotto un profilo politico, culturale e sociale ma, in realtà, quanto sta accadendo nel Myanmar potrebbe avere influito direttamente e non poco sugli scontri in corso nell’isola. Con gli abitanti dell’ex Birmania, i singalesi condividono la diffusione di una particolare scuola del buddismo, ossia quella nominata come “Theravāda”; si tratta di una branca molto conservatrice di questa religione, i dogmi vengono interpretati in maniera molto rigorosa e gli appartenenti a questa dottrina appaiono molto solidali tra loro, a prescindere dalla nazionalità. Come ben si sa, nel Myanmar è molto forte la problematica legata ai rohingya, l’etnia di fede musulmana costretta negli ultimi anni a lasciare i propri villaggi dopo le recenti operazioni militari dell’esercito locale; con lo Sri Lanka tutto questo appare legato per due ordini di motivi: da un lato, i buddisti Theravada singalesi affermano che sono in realtà i rohingya a creare disordini in Myanmar, dall’altro l’arrivo di alcuni profughi musulmani dall’ex Birmania non viene vista di buon occhio soprattutto dai monaci più intransigenti.

Galagoda Aththe Gnanasara, leader del partito “Le Forze del Budda”, nei mesi scorsi ha apertamente accusato i musulmani rohingya di voler invadere il paese; quando a giugno la Marina singalese ha soccorso il primo barcone di profughi proveniente dal Myanmar, negli ambienti buddisti più conservatori è stato gridato l’allarme per il timore dell’approdo futuro di centinaia di rohingya sull’isola. Sono seguiti scontri in piazza con le forze dell’ordine, con i manifestanti che hanno accusato il governo di non fare abbastanza per garantire le esigenze e le priorità della maggioranza buddista del paese; ma non solo: nel distretto di Kandy, sono stati complessivamente incendiati circa 150 negozi di proprietà di cittadini musulmani, si ha notizia anche di abusi compiuti da parte di monaci buddisti contro profughi rohingya a Colombo e questo, giorno dopo giorno, ha alimentato altra violenza e vendette reciproche.

La situazione è degenerata nelle scorse ore dopo il ritrovamento del corpo senza vita di un ragazzo musulmano di appena 24 anni, circostanza che ha scatenato l’ira di molti cittadini musulmani e che ha dato il via ad un’altra serie grave di violenze; lo stato d’emergenza durerà almeno dieci giorni, ma c’è chi prevede in realtà un prolungamento della misura da parte del governo.

Le rivendicazioni di natura economica

Ma prima delle motivazioni meramente religiose, come spesso accade, è possibile trovare invece anche se non soprattutto argomentazioni più prettamente economiche alla base degli scontri di questi giorni; i musulmani singalesi sono una minoranza ma molto ricca nel paese: essi sono discendenti di mercanti e uomini d’affari approdati sull’isola diversi secoli fa, ancora oggi mantengono il loro status di operatori economici di una certa importanza e questa circostanza fa temere la maggioranza buddista circa una loro influenza, tramite i propri soldi ed il proprio potere, sulle scelte del governo. L’appoggio pubblico dato poi ai rohingya da parte di molti imprenditori musulmani, ha acuito i sospetti circa la possibilità dell’arrivo di diversi profughi nello Sri Lanka; un pericoloso effetto collaterale di queste giornate di sangue nel paese, potrebbe essere la diffusione di idee estremiste all’interno di una comunità musulmana che si sente sempre più sotto assedio. Una situazione dunque incandescente, specie per una nazione in cui la violenza settaria tra diverse etnie ha già prodotto ventisei anni di cruenti conflitti, le cui ferite faticano ad essere rimarginate.

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