La trama di John Durham, procuratore incaricato dall’Attorney general William Barr per indagare sulle origini del Russiagate e determinare se la raccolta di informazioni sulla campagna di Donald Trump nel 2015-2016 fosse “lecita e appropriata”, si estende e mette nel mirino l’operato delle agenzie federali. Come riporta il New York Times, che cita alcuni ex funzionari e altre persone informate sui fatti, i pubblici ministeri hanno intervistato circa due dozzine di ex e attuali funzionari dell’Fbi. Secondo il Nyt, tuttavia, Durham non ha ancora interrogato tutti i funzionari del Bureau che hanno svolto ruoli chiave nell’aprire le indagini sulla collusione russa nell’estate del 2016: non ha ancora parlato con Peter Strzok, l’ex agente che ha aperto l’inchiesta; con l’ex direttore James B. Comey o il suo vice, Andrew G. McCabe; o James A. Baker, poi consigliere generale dell’ufficio.

Perché non lo ha fatto? Secondo la testata americana “Durham potrebbe aspettare di raccogliere prima tutte le prove” e poi “chiedere di mettere in discussione i principali protagonisti dell’inchiesta sul Russiagate”. In questa fase, gli investigatori si sono concentrati su Peter Strzok, l’agente federale del controspionaggio che ha aperto l’inchiesta sul Russiagate nel luglio 2016 dopo aver appreso dal governo australiano che i russi avrebbero offerto materiale compromettente a George Papadopoulos, ex advisor di Trump. Molti i dubbi sull’operato dell’agente federale.

L’inchiesta dell’Fbi sulle connessioni tra la campagna di Trump e la Russia portò alla nomina del consigliere speciale Robert Mueller, il quale ha prodotto il dossier conclusivo sull’inchiesta che stabilisce che non c’è alcuna collusione fra Trump e la Russia, come dichiarato anche dal Procuratore generale William Barr.

Anche la Cia nel mirino di Durham

Secondo quanto affermato alla Nbc dall’ex direttore della Cia dal 2013 al 2017 John Brennan, il procuratore Durham avrebbe espresso l’intenzione di interrogare tutta una serie di funzionari dell’intelligence coinvolti nell’indagine del Russiagate tra cui lo stesso Brennan e James Clapper, ex direttore dell’Intelligence Nazionale (Dni). Tutti i protagonisti del Russiagate, dunque, ora sono sotto esame.

Come ha riportato InsideOver il 9 ottobre scorso, l’indagine condotta dal team investigativo guidato dal procuratore John Duhram e dall’Attorney general William Barr sull’operato delle agenzie federali alle origini del Russiagate si estende e ora copre un arco temporale che interessa, per quanto riguarda anche l’Italia, compreso il governo Gentiloni. Come riporta Fox News, Durham sta sondando una linea temporale più ampia di quanto precedentemente noto, secondo diversi funzionari dell’amministrazione Trump: il periodo preso in esame va dal 2016 – prima delle elezioni presidenziali di novembre – fino alla primavera del 2017, quando Robert Mueller viene nominato procuratore speciale per il Russiagate. Il procuratore Durham, detto “bulldog”, sta raccogliendo informazioni da numerose fonti, tra cui un certo numero di Paesi stranieri, tra cui l’Italia. Nel mirino, come più volte abbiamo rimarcato, c’è il docente maltese Joseph Mifsud e la sua rete di relazioni, anche con l’intelligence.

Secondo quanto emerso nelle ultime ore, e come riporta anche il Washington Times, è stato proprio John Durham a reperire i due telefoni cellulari Blackberry appartenenti al misterioso docente maltese. Nei giorni scorsi, l’avvocato Sydney Powell, che rappresenta il generale Michael T. Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump dimessosi dalla carica in seguito a notizie sui suoi rapporti con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, ha presentato una mozione in cui chiede di visionare i dati contenuti nei due telefoni Blackberry recentemente entrati in possesso del Dipartimento di Giustizia Usa.

Quei messaggi dell’Fbi contro Donald Trump

I critici diranno che Durham sta perseguendo un’indagine sulla base di illazioni o di una teoria del “complotto”. Eppure i pregiudizi di alcuni funzionari dell’Fbi nei confronti dell’allora candidato alla presidenza Donald Trump sono reali e tutti documentati. E parliamo proprio del già citato Peter Strzok, interrogato di recente dal procuratore che indaga sulle origini dell’inchiesta del Russiagate. Su questa testata, nel giugno 2018, davamo notizia dell’inedito scambio di messaggi datato 8 agosto 2016 tra l’allora agente dell’Fbi Peter Strzok e la sua amante e collega Lisa Page. “Non diventerà mai presidente, vero?” chiese Page a Strzok, che rispose testualmente: “No. Non lo sarà. Lo fermeremo”.

Lo scambio di messaggi sarebbe avvenuto dunque durante la campagna elettorale del 2016. E ora Durham vuole vederci chiaro.