È da più di un anno che lo Sputnik V, il vaccino dell’Istituto Gamaleya e del Fondo russo per gli investimenti diretti, ha iniziato a correre in lungo e in largo nel mondo. Una corsa che, come avevamo predetto sulle nostre colonne ai tempi del suo lancio ufficiale, lo avrebbe condotto ovunque, sì, ma in maniera particolare nelle terre del cosiddetto Sud globale.

Perché lo Sputnik V, avevamo sostenuto, era stato concepito sin dai primordi per soddisfare due obiettivi: il recupero del terreno perduto nello spazio post sovietico durante la prima fase della pandemia e l’egemonizzazione dei mercati poveri (ma popolosi) del Sud globale, maggiormente propensi a rivolgersi a Russia e Cina per ragioni economiche e non trascurabili fattori ideologici.

Oggi, a poco più di un anno di distanza dall’avvio dell’esportazione globale dello Sputnik V, è giunto il momento di bilanci, di capire se, come e quanto la nostra previsione sia stata suffragata dal corso degli eventi.

I numeri dello Sputnik V

Forte di un tasso di efficacia elevato, commercializzato per soddisfare le esigenze del cliente – il prezzo, già inferiore rispetto alla concorrenza occidentale, viene stabilito a mezzo di contrattazioni al ribasso tra le parti – e ingegnosamente prodotto in complessi farmaceutici capaci di grandi economie di scala – come quelli indiani – che hanno consentito di aggirare l’ostacolo della limitata capacità produttiva degli impianti russi, lo Sputnik V, ad oggi, è un maratoneta di classe A. Numeri alla mano, invero, questo è l’attuale stato di salute della prestazione mondiale del vaccino dell’Istituto Gamaleya:

  • 73 i Paesi in cui lo Sputnik V ha ricevuto l’autorizzazione per l’uso di emergenza da parte delle autorità sanitarie – cifra che lo colloca in sesta posizione nella classifica dei vaccini con il maggior numero di autorizzazioni.
  • 50 i Paesi che, dopo aver approvato l’impiego dello Sputnik V in via emergenziale, hanno cominciato ad utilizzarlo in maniera effettiva all’interno delle loro campagne di immunizzazione.
  • Più di 14 i Paesi con cui il Fondo russo per gli investimenti diretti ha siglato accordi per l’esternalizzazione della produzione dello Sputnik V.
  • Oltre due miliardi le dosi che i complessi farmaceutici extra-russi dovrebbero produrre a cadenza annuale.
  • Due gli stati membri dell’Unione Europea che hanno optato per l’autonomia strategica in materia di politica sanitaria comune, acquistando ed utilizzando lo Sputnik V, ovvero Ungheria e Slovacchia.
  • Più di cinque i Paesi europei non-Ue che stanno impiegando lo Sputnik V nelle proprie campagne di vaccinazione di massa: Albania, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro e Serbia.

Lo Sputnik V nell’Ue

Il Fondo russo per gli investimenti diretti ha presentato ufficialmente la domanda di registrazione dello Sputnik V all’Agenzia europea per i medicinali (EMA, European Medicines Agency) lo scorso gennaio, più precisamente il 29. Le autorità europee, all’epoca, dopo un periodo di iniziale silenzio, avevano accusato il Cremlino di aver mentito sull’effettivo inoltro della domanda, salvo poi essere smentite platealmente il 19 febbraio, giorno in cui i principali media russi avevano pubblicato su Twitter i documenti comprovanti l’avvenuto scambio di documentazione tra il Fondo e l’Ema.

La crocifissione in sala mensa dell’Ema aveva sortito l’effetto sperato (dal Cremlino), determinando l’avvio del tanto atteso processo di rolling review alcuni giorni dopo, ossia il 4 marzo, ma da allora non si è più saputo nulla. Perché la durata della fase di valutazione dello Sputnik V, che è propedeutica alla sua approvazione nell’euromercato della sanità, ha oramai superato in lunghezza quelle esperite in precedenza nei confronti dei concorrenti europei ed americani.

Due sono le teorie che cercano di spiegare le ragioni dei ritardi dell’Ema. La prima, sostenuta dal Cremlino e in parte corroborata dai fatti – lo Sputnik V è stato oggetto di una vasta campagna di discredito e demonizzazione sin dal giorno uno, che soltanto le risultanze del prestigioso Lancet hanno potuto fermare –, vede la lentezza del rolling review come il frutto di un disegno politico ed un tentativo di impedire, o comunque ritardare, l’ingresso del competitivo vaccino in un mercato oligopolizzato da prodotti occidentali.

La seconda teoria, rilanciata da Reuters lo scorso giugno, addossa le responsabilità su Mosca, colpevole di aver fornito un quantitativo di dati limitato e insufficiente agli operatori dell’Ema, che impedirebbe loro di analizzare il vaccino adeguatamente. Un gesto, quello russo, concepito allo scopo di veicolare l’idea che l’Ue non voglia approvare lo Sputnik V perché schiava delle lobby farmaceutiche occidentali e più interessata alla pecunia che alla salute dei suoi abitanti.

Entrambe le ipotesi presentano un fondo di verità, dato che l’Ue sta ritardando il processo di approvazione dello Sputnik V su richiesta degli Stati Uniti – che sono dietro, tra l’altro, a delle potenti campagne di boicottaggio in Brasile ed Ucraina – nella stessa maniera in cui la Russia è interessata ad alimentare sentimenti euroscettici a proprio uso e consumo.

Reuters potrebbe aver ragione sull’Ema, dunque, ma soltanto in parte. L’esclusione dello Sputnik V dall’euromercato dei vaccini, infatti, avvantaggia il Cremlino soltanto limitatamente, essendo che lo priva di uno sbocco contiguo, ricco e popoloso e di uno strumento potenzialmente utile per un riavvio diplomatico, mentre beneficia la Casa Bianca in maniera pressoché totale, soddisfando il duplice obiettivo di perpetuare il clima di gelo tra le due Europe e di riempire le casse dei propri colossi.