La geopolitica della corsa allo spazio
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Cessate il fuoco, neutralità dell’Ucraina, sovranità su Crimea e Donbass, nuovo patto sulla sicurezza internazionale. Sono questi i quattro punto del piano italiano per una pace in Ucraina che è stato elaborato dal ministero degli Esteri e da Palazzo Chigi e presentato dal ministro Lugi Di Maio alle Nazioni Unite. A dare la notizia e ad anticipare il contenuto della road-map suggerita dall’Italia è Repubblica, che spiega che, oltre al capo della Farnesina, seguono il dossier anche il segretario generale, Ettore Sequi, e il direttore degli affari politici, Pasquale Ferrara.

Il piano italiano e i dubbi delle parti in campo

La strada per la pace proposta dall’Italia – almeno stando all’ipotesi fatta circolare da Repubblica – è ambiziosa ma non priva di numerosi ostacoli. La premessa, ribadita oggi dal presidente del Consiglio Mario Draghi è che “dovrà essere l’Ucraina, e nessun altro, a decidere che pace accettare”.

Una scelta di parole non certo casuale, dal momento che è da tempo che il premier ribadisce, anche nei vertici internazionali la necessità che qualsiasi tipo di accordo fra Mosca e Kiev non sia una pace imposta dall’alto. Non deve essere quella voluta da Vladimir Putin, perché per l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti sarebbe una sconfitta su tutta la linea. Ma non deve nemmeno passare il messaggio che la pace sia negoziata da Nato, Ue e Washington senza che sia Kiev, nella forma e nella sostanza, a chiedere e ottenere l’accordo. Altrimenti significherebbe fornire alla Russia e ai critici del governo Zelensky il supporto alla tesi che dietro l’Ucraina non ci sia un Paese ma un sistema di alleanze occidentali. Il gioco è particolarmente complesso, perché armi e addestratori del blocco euro-atlantico rappresentano già uno strumento che aiuta questo tipo di narrativa. Tuttavia, in questo momento sembra esserci sempre più la necessità di arrivare un accordo con la Russia, e di farlo anche attraverso gli Stati che hanno sostenuto Kiev nella difesa.

Il cessate il fuoco è possibile?

Per l’Italia, il primo step dovrebbe essere un cessate il fuoco tra le parti. Impossibile sostenere qualsiasi tipo di trattativa mentre le armi ancora mietono vittime sui diversi fronti.

Repubblica spiega che in base alla proposta italiana, sarebbero previsti anche dei “meccanismi di supervisione e dalla smilitarizzazione della linea del fronte”. Un primo passo che già di suo nasconderebbe insidie enormi. Innanzitutto perché è necessario l’ok di tutte le parti in campo. In secondo luogo, le condizioni sulle varie linee del fronte sono estremamente eterogenee ed è difficile che tutti rispondano in modo univoco e affermativo alle richieste dall’alto. L’uccisione dei comandanti russi ha già fatto capire che esistono dei problemi di comunicazione e di esecuzione degli ordini. Alcuni reparti ucraini, così come quelli russi, potrebbero decidere di perseguire i loro obiettivi dopo mesi di una guerra logorante e colma di episodi tragici.

Infine, una presenza internazionale che controlli il rispetto di questo stop ai combattimenti appare complicata considerato che l’intero blocco Nato si è posto dalla parte ucraina e i russi non si fiderebbero. Il documento italiano parla di un “Gruppo Internazionale di Facilitazione” che avrebbe anche poteri di monitoraggio, controllo del rispetto degli accordi ed eventualmente anche un ruolo attivo nella ricostruzione. Ma Mosca dovrebbe accettare una lista di Stati fortemente coinvolti – seppure in via indiretta- nel supporto a Kiev. E questo può essere un freno.

La neutralità di Kiev è un punto interrogativo

Il secondo passaggio, non meno complesso, riguarderebbe lo status di neutralità dell’Ucraina: un tema che è da sempre considerato prioritario da Putin al punto da considerarlo nella lista dei suoi obiettivi della cosiddetta “operazione militare speciale”. Per quanto concerne questa eventuale scelta di Kiev – che tra l’altro dovrebbe essere corroborata da una riforma costituzionale che non appare affatto scontata visto che è stata appena oggetto di un’invasione – il nodo riguarderebbe sia i Paesi garanti di questo status che il modo in cui si concretizzerebbe questa svolta “neutralista”. Il modello della Finlandia, ultima eredità della Guerra Fredda, non è più tale dopo la scelta di Helsinki di volere aderire alla Nato. Questo implica che Mosca potrebbe volere garanzie diverse rispetto al Paese scandinavo. Infine, l’Ucraina ha già chiesto come forma di tutela, l’ingresso nell’Unione europea: percorso che appare molto complesso per ragioni di tipo politico, giuridico, infrastrutturale e soprattutto economico-finanziario.

Crimea e Donbass autonome o no?

Terzo passaggio, sempre secondo le bozze avute da Repubblica, sarebbe quello dei territori occupati: Crimea e Donbass. La condizione delle regioni orientali, il mancato rispetto degli Accordi di Minsk e le accuse di “genocidio” rivolte da Putin a Kiev sono state sfruttate per avviare le operazioni militari, da parte della Russia. Motivo per cui appare molto difficile credere che il Cremlino possa cedere su queste regioni. Dall’altra parte, Zelensky ha fatto capire che in questo momento non è opportuno parlare di queste regioni finché la Russia non si è ritirata dal territorio ucraino, ma da parte di Kiev sono in molti a volere che le forze di Mosca arretrino fino a lasciare gli oblast filorussi o a maggioranza russa.

L’ipotesi italiana, stando a quanto riporta Repubblica, lascia pensare a “un’autonomia praticamente totale delle aree contese e una gestione della sicurezza autonoma”. Tuttavia, se la Nato ha già chiarito che il diritto internazionale non ammette deroga alla sovranità e al rispetto dei confini, e se il piano non prevede un riconoscimento delle annessione russe o della nascita di nuove repubbliche, tutto lascia intendere che ci si possa trovare davanti a un status impossibile da superare e foriero di molte complicazioni.

Una nuova sicurezza europea

Infine, il nodo di un nuovo accordo multilaterale sulla sicurezza dell’Europa. Qui Roma punterebbe a un patto che ridefinirebbe, di fatto, gli equilibri del Vecchio Continente anche alla luce di alcuni punti ritenuti essenziali da sempre dall’Unione europea e dall’Osce, a partire dal disarmo e controllo delle armi. Anche in questo caso, non mancano grossi punti interrogativi. Va ricordato che prima della guerra, sia Putin che Sergei Lavrov continuavano a ribadire la divergenza con la Nato e gli Stati Uniti sul tema della sicurezza europea. Per la Russia incardinata sulla “indivisibilità della sicurezza” tra i Paesi partner dell’Osce, per gli Usa invece costruita sulla sicurezza collettiva del Patto atlantico. Dopo questa guerra, in cui Mosca appare certamente indebolita a livello militare, ma anche con molto meno credito sul piano internazionale, sembra difficile credere che i Paesi dell’Europa orientale accettino che possa esservi un arretramento delle armi occidentali su quei territori.

La Nato, inoltre, così come Washington, appaiono ben poco intenzionate a non capitalizzare questa rinnovata fiducia verso il blocco euro-atlantico arretrando di fronte a una Russia che ora è isolata dall’Occidente. Dall’altra parte, la Russia non appare intenzionata a sostenere un disarmo dai confini europei, da Kaliningrad e dai territori occupati in Ucraina senza garanzie che di base, dopo questo conflitto, non possono essere fornite da nessuna parte.

Le manovre italiane in Usa

Il piano italiano si inserisce in un complesso meccanismo diplomatico e dopo settimane in cui Palazzo Chigi e la Farnesina hanno lavorato per strappare posizioni evitando di essere “divorate” dalle cancellerie europee e occidentali. L’Italia ha giocato in particolare sue una tripla sponda. La prima ha avuto la sua consacrazione nel viaggio di Draghi a Washington, in cui il presidente del Consiglio è apparso molto vicino alle posizioni di Joe Biden. Alla Casa Bianca è andato in scena un incontro molto cordiale, ma è soprattutto l’intero tour del premier nei palazzi del potere Usa ad avere consegnato l’immagine di un legame molto solido tra il governo italiano e l’amministrazione democratica. Il premio consegnato a Draghi dall’Atlantic Council, l’incontro con Nancy Pelosi, potente speaker della Camera, e le parole di Biden sono state il segnale di una convergenza tra Roma e Washington che sembra avere dato un’accelerazione a una diplomazia italiana che appariva offuscata dagli eventi ma anche dalle iniziative di altri Paesi europei molto più netti nelle loro prese di posizione, in un senso o nell’altro.

La sponda del Palazzo di Vetro

La seconda sponda arriva dalle Nazioni Unite, apparse estremamente velleitarie in questo conflitto ucraino come del resto in altre guerre che hanno sconvolto di recente il pianeta. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, non è mai stato in grado di ergersi quale leader capace di incidere sulle sorti del dramma esploso in Ucraina. Ma fatta questa premessa, Guterres è sembrato anche l’unica autorità riconosciuta a livello internazionale a poter rappresentare, con il suo “ombrello” diplomatico, una comunità di Paesi che non fosse esclusivamente quella occidentale e intenzionata a trattare per una pace. Inoltre, formalmente, le Nazioni Unite sono sempre state considerate l’organismo che avrebbe dovuto porre sotto la propria egida qualsiasi tipo di accordo tra Kiev e Mosca. E dunque era inevitabile rivolgersi anche al Palazzo di Vetro dove, non a caso, Di Maio ha presentato questo progetto di pace italiano.

La via turca

Terzo binario, e l’abbiamo visto di recente anche su InsideOver, quello turco. Ankara è un elemento unico e prezioso in questa delicata fase di negoziati tra Russia e Ucraina sia per l’importanza che riveste nel Mar Nero sia per i buoni rapporti costruiti con entrambe le parti in conflitto. L’Italia sa che la sponda turca può essere fondamentale. Ed è anche per questo che Draghi, proprio nell’informativa in parlamento per spiegare gli sviluppi bellici, abbia comunicato che a inizio luglio si recherà in Turchia per un bilaterale che avrà al centro anche la guerra in Ucraina. Il vertice, il primo dopo dieci anni, conferma quel canale diplomatico molto attivo che è stato costruito in queste settimane tra Roma e Ankara e che ha visto diverse delegazioni e rappresentanti dei due governi incontrarsi per trovare una strada condivisa per la pace ucraina. La Turchia, che ha ospitato anche il vertice di Antalya tra le parti in conflitto, fa parte insieme all’Italia e ad altri Paesi della eventuale lista di garanti di un accordo di pace. E questo può essere utile anche per rafforzare le posizioni di entrambe.

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