Un po’ Napoleone, un po’ Luigi XIV. Emmanuel Macron, l’enfant prodige della sinistra francese, sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua carriera politica. Ogni settimana i sondaggi gli affibbiano un crollo nel gradimento degli elettori. L’ultimo, realizzato da Kantar Sofres, evidenzia che soltanto tre francesi su dieci (-3 punti rispetto all’indagine di settembre) si fidano ancora di lui.

Chi, in questi mesi, ha potuto affiancare il presidente lo dipinge come una specie di sovrano assoluto. L’ex ministro dell’Interno Gèrard Collomb ha evidenziato la sua “mancanza di umiltà” e ha sottolineato il fatto che “pochissimi di noi possono ancora parlare con Macron”. Il ministro ha poi messo in guardia: “Presto non mi sopporterà più, ma se ci inchiniamo tutti davanti a lui, finirà per isolarsi”. Ma non solo. Il discorso d’addio di Collomb è un formidabile atto d’accusa al presidente e un quadro dalle tinte tanto realiste quanto fosche della Francia di oggi.

“Sono andato in tutti questi quartieri – a Marsiglia, a Tolosa, Aulnay, Sevran –  e la situazione è molto degradata e il termine ‘riconquista repubblicana’ qui ha senso perché in questi quartieri oggi vige la legge del più forte, quella dei narcotrafficanti e degli islamisti radicali, che hanno preso il posto della Repubblica”. Il problema, secondo l’ex ministro dell’Interno, è innanzitutto quello della sicurezza. 

Per comprendere come le città francesi siano diventate delle vere e proprie bombe ad orologeria, basta pensare a quanto è successo quest’estate, subito dopo la vittoria della Francia al mondiale (Guarda il video). I negozi sono stati presi d’assalto da folle inferocite che hanno rubato tutto ciò che si sono trovate davanti. 

In Francia ci sono inoltre delle vere e proprie zone a rischio, come Barbès, un boulevard di Parigi. Come riporta RaiNews, “nel 2012 è stato inserito dal governo tra le 64 zone di sicurezza prioritaria, zone degradate dove circolano armi e presidiate dai militari per il rischio terrorismo del radicalismo islamico”. Goutte d’Or è anche peggio e la descrizione che ne fa la Rai combacia drammaticamente con quella fornita dal ministro: “Il controllo delle strade sembra nelle mani della criminalità che mal sopporta le telecamere. È il quartiere musulmano di Parigi, dove oggi vivono i figli dell’immigrazione maghrebina e subsahariana”.

Macron non sembra però accorgersi di tutto questo. Anzi: negli ultimi mesi, il presidente francese ha collezionato una serie di imperdonabili gaffes e di errori di comunicazione. Il tutto condito dall’affaire Benalla, la guardia del corpo del presidente che avrebbe goduto di privilegi quasi infiniti solamente perché nelle grazie dell’Eliseo. 

Macron ha un problema con il popolo?

“Manù”, come ha osato chiamarlo un giovane durante una manifestazione, è sempre stato presentato come il candidato delle élites. La sua sfidante alle scorse presidenziali – Marine Le Pen – ha fatto più volte leva sul suo passato, ricordando come Macron in passato abbia lavorato con i Rothschild

Nelle sue uscite pubbliche, il presidente francese sembra esser infastidito da coloro che gli si parano davanti e non sembra avere consapevolezza dei veri problema della gente. È metà settembre e Macron incontra un giovane disoccupato: “Ho venticinque anni, mando curriculum e lettere di candidatura, non portano a niente”. E il presidente risponde: “Se sei volonteroso e motivato, negli alberghi, nei caffè, nei ristoranti e nelle costruzioni non c’è nemmeno un singolo posto dove non dicono di essere alla ricerca del personale”. E, infine, il consiglio di andare nel quartiere chic di Montparnasse, dove troverà sicuramente lavoro: “Se attraversassi la strada, te ne troverei uno”. 

Incontrando dei pensionati, invece, Macron ha rispolverato una vecchia lezione di Charles De Gaulle: “Il nipote del generale mi ha appena detto: con lui si poteva parlare molto liberamente, ma l’unica cosa che non si poteva fare era lamentarsi. Trovo che fosse un’ottima pratica”. E questo in un contesto dove, almeno formalmente, i politici ascoltano gli elettori. Ma Macron pare infischiarsene. 

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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