Bruce Springsteen è in campo. Il cantore dell’America profonda e dimenticata della Rust Belt si schiera per Kamala Harris, o forse sarebbe meglio dire contro Donald Trump. Al quale, da tempo, non perdona di aver incantato elettoralmente quello che ritiene essere il suo popolo. La gente di My City of Ruins, di The River e Born in the Usa, l’America dei colletti blu che si è de-industrializzata e di cui The Boss è stato, negli scorsi decenni, la voce. A suo modo, vive lo stesso sconforto che il regista britannico Ken Loach, che ha narrato la sofferenza della periferia inglese sotto i colpi dell’austerità e della de-industrializzazione, ha provato vedendo le terre protagoniste dei suoi film diventare, nel 2019, la roccaforte elettorale di Boris Johnson.
“Springsteen è un artista raro che riesce a riempire gli stadi di fan bipartisan, ma ogni quattro anni è anche un motivatore affidabile per la base del Partito Democratico”, ha sottolineato Rebecca Davis O’Brien, cronista politica dell New York Times analizzando la performance del cantautore nativo di Long Breach, New Jersey a Clarkston, Georgia, dove ha aperto un comizio della vicepresidente di Joe Biden che punta a diventare la prima presidente donna della storia americana.
La posizione di Springsteen è figlia della sua storia: la Rust Belt impoverita e de-industrializzata dei Grandi Laghi e delle aree ad esse periferiche è l’America diseredata a cui, con i suoi testi, il 75enne Springsteen ha dato voce. In maniera simile a quanto fatto da John Steinbeck con gli abitanti dell’America rurale narrati nei suoi romanzi, quali Furore e Al Dio Sconosciuto, in fuga dalla povertà e dalla Grande Depressione negli Usa degli Anni Trenta The Boss ha raccontato un “cuore di tenebra” della superpotenza americana.
Una periferia dell’impero che ne ha costruito un polmone a lungo attivo e sano, il centro industriale dell’auto e il modello del capitalismo fordista animato dall’aristocrazia operaia del Paese, prima di diventare la grande perdente della globalizzazione. Processo fondato sul trionfo dell’economia immateriale, dei dati, delle coste e sul declino dell’industria delocalizzata. John C. Hulsman del Council on Foreign Relations (Cfr) commentando nel 2016 la vittoria elettorale di Trump contro Hillary Clinton definì come decisivi per il trionfo di The Donald in Stati come Michigan, Pennsylvania e Winsconsin, già “muro blu” dei democratici, proprio gli “eroi di Bruce Springsteen”: Trump, scrisse Hulsman su Limes, vinse grazie a una roccaforte di elettori per cui “il futuro risiedeva nel passato: sarebbero stati gli uomini bianchi e con la sola istruzione superiore, gli eroi delle canzoni di Bruce Springsteen, a portare Trump alla Casa Bianca, a dispetto dei sondaggi. Questi elettori arrivano da un altra era e, agli occhi dell’establishment costiero, quasi da un altro mondo. Ma le loro paure non sono immaginarie, anche se nella ricerca di capri espiatori mirano forse al bersaglio sbagliato”.
Joe Biden, rimettendo al centro pragmatismo, industria, coesione sociale nel 2020 ha riconquistato parte di questi elettori pur in una situazione di notevole polarizzazione. E oggi? Trump è dato potenzialmente in grado di sbancare questi Stati “springsteeniani” e, paradossalmente, forse molti voteranno proprio in rivolta verso il loro cantore. Definito dalla O’Brien “un apostolo dei diseredati” la cui immagine appare però “logora” di fronte alla sua stessa base.
Biden è stato un presidente centrista, moderato, a lungo alfiere del connubio tra Partito Democratico e globalizzazione che ha saputo cogliere le tensioni e i timori della periferia de-industrializzata, accogliendo nella sua agenda molte proposte della sinistra di Bernie Sanders, sfilando ai picchetti con gli operai dell’industria automobilistica in sciopero, investendo nel futuro di queste terre spingendo su transizione green e piani come l’Inflation Reduction Act. Ma Harris? Saprà seguirlo su questa strada? O gli Usa respingeranno, nei loro Stati decisivi, la retorica fondata sul motto “o me o lui” che presenta Trump come il nemico da abbattere? Quando The Boss chiama Trump “un potenziale tiranno”, quanti degli elettori che lui ha raccontato nei suoi testi lo condividono?
Il paradosso dei paradossi negli Usa è che Trump potrebbe coronare col ritorno alla Casa Bianca la campagna elettorale più sostenuta di sempre dall’élite miliardaria di Wall Street (che gli ha garantito un terzo dei fondi) con il voto della classe media impoverita e protezionista. Una dissonanza cognitiva che però riflette paure, tensioni, pregiudizi e inquietudini dell’America di Bruce Springsteen. Ormai andata anche oltre la stessa narrazione che il suo cantore ha a lungo fatto di essa.

