Oltre 100 funzionari espulsi da Ue e Stati Uniti nel giro di poche ore, per far contenta Londra sul caso Skripal, accusati di essere spie al servizio del Cremlino, pronte a rivelare importanti segreti strategici. Gli Stati Uniti hanno voluto strafare, cacciando ben 60 tra funzionari e diplomatici, 12 in servizio alle Nazioni Unite, 48 presso l’Ambasciata russa a Washington. 

Trump ha fatto di più: ha chiuso il Consolato russo di Seattle, poiché la sua posizione era strategica per due ragioni principali: la vicinanza ad una base di sottomarini e ad una fabbrica della Boeing dove, oltre a velivoli civili, vengono assemblati anche aerei militari. L’atteggiamento di Trump nei confronti della Russia è stato decisamente altalenante, per così dire, dal 2016 ad oggi: ha espulso più diplomatici di quanto il Consiglio europeo con Tusk avesse richiesto, ha anche chiuso un consolato strategico. Eppure telefona a Putin per congratularsi con lui, sostiene che la sua elezione non sia una “cosa brutta”. 

Il Russiagate fa ancora scalpore nell’opinione pubblica americana ed occidentale in generale, eppure Washington fa finta di esibire i muscoli. Queste spy stories non sono nuove ai rapporti tra USA e Russia. Già nel 2010, vi fu il curioso caso di Anna Chapman, al secolo Anya Kushenko, processata a Manhattan solo dopo esser riuscita quasi ad arrivare all’entourage di Obama. All’epoca si operò uno scambio con il famoso scienziato Igor Syutagin, spia americana su suolo russo, accusato di spifferare segreti militari russi alla CIA, così come facevano altri, che collaboravano anche con il MI6 britannico

Bruxelles fa altrettanto, a modo suo, espellendo complessivamente circa 50 tra diplomatici e funzionari, con contribuzioni di varie misure, dai 23 in Gran Bretagna all’uno della Romania, passando per i 13 dell’Ucraina, ancora invischiata nella storia di Nadya Savchenko, e i 4 a testa per Francia e Germania. L’Italia ha risposto a chiamata, venuta da Berlino, da Bruxelles, o da Washington, chissà. Ma la telefonata è arrivata di sicuro, visti alcuni punti sicuramente non trascurabili in un periodo storico particolare: a Roma non c’è ancora un esecutivo, e al dimissionario Gentiloni non sarebbe concesso di occuparsi di altro se non di ordinaria amministrazione, appena insediatesi le nuove Camere, in attesa che Mattarella si pronunci sul nuovo Premier. 

Una necessità politica, dettata certamente da pressioni esterne, in un contesto economico e politico in cui tanti Paesi piangono una stagione di vacche magre nei rapporti con Mosca, prima ricchi e floridi, oggi ridotti all’osso. L’Italia, così come altri Paesi, sta vivendo solo ora una lenta ripresa degli scambi commerciali con la Russia, dopo aver perso circa tre miliardi di Euro per ogni anno trascorso in regime di sanzioni. Allora si espellono due funzionari, di cui un addetto commerciale, per dare un contentino a Bruxelles, consapevoli di fare una brutta figura, come successo per il caso Rotenberg del 2014. 

L’ambientazione sembra quella di 30-40 anni fa, in scenari di sgambetti reciproci in salsa di guerra fredda, con personaggi di dubbia provenienza infiltrati in ogni dove. La polizia polacca, ad esempio, venerdì scorso ha divulgato la notizia dell’arresto di tale Marek W., impiegato presso gli uffici del ministero dell’Economia, ed è stato accusato di lavorare al servizio del Cremlino, passando importanti carteggi riguardanti investimenti strategici in Polonia. E chissà quanti altri ce ne sono, da un lato e dall’altro, di cui non conosciamo l’operato. La National Security Agency sostiene che sul territorio americano ci siano più di 100 spie al servizio del Cremlino, ed è iniziata la caccia alla volpe. Intanto l’Ambasciata russa a Washington ha pubblicato un tweet contenente un sondaggio su quale consolato americano su territorio si voglia chiudere, tra Vladivostok, Yekaterinburg e San Pietroburgo

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